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Sunday, September 17, 2006 - ore 16:55


Occhi rossi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non c’è mai stato molto da dire sulla generazione di mezzo, si niente da dire o da ridire.
Nessuna guerra vinta o persa, nessuna pace fatta o da fare, così, come una sedia spagliata in un cortile, aspettano il passo svelto di qualche raggio di sole.
Li vedevo, girare, piccole trottole acrobatiche tra i meandri delle loro esistenze, un sasso spigoloso ed eccoli funamboli del tempo a ritornare sui propri passi, e a chinare il capo scusandosi per l’eccesso.
Rido di gusto guardando dall’alto del laboratorio le mie piccole cavie dagli occhi rossi, una revolverata di “ah ah ah!”, assaporo ogni loro attimo.
Che non si dica che sia crudele, no, non sia mai, la crudeltà la vedo solo negli occhi rossi.
Amo vestirmi di vermiglio, il colore della passione.
Quante sfumature può avere questa parola? Arrampicarsi fino al cuore m’è impossibile, ma credo d’aver segnato tra viso e battito ogni pennellata diversa: per il sangue, per il vino, per l’amore, per l’odio, o semplicemente un rosso, uno dei più piatti per ogni insignificante vita che mi guarda.
Passione, mordo le labbra con i denti, penso ai piaceri della vita, ai dispiaceri ci penseranno loro. Possedere ogni istante, ogni loro amante, ogni loro pensiero, mi fa sentire tra le mani Libertà.
Domani, all’alba, domani in un corpo di donna.

Echi distanti, ancora non capisco, solo un profumo acidulo differenzia quel corpo.
E lunghi capelli rossi spazzolavo, lisci e morbidi sfioravano le spalle per ricadere stanchi sullo schienale della sedia.
Un’occhiata mordace allo specchio, la guardo per la prima volta. Qualche lentiggine ribelle le segnava la punta del naso, ed il verde dell’iride naufragava tra le acque dolci e salate dei suoi pensieri. Poggia la spazzola sul tavolo davanti a se, irriconoscibile, carico e pesante, porta addosso un disordine di fogli e ancora, quel suo profumo.
Mi guardo attorno, in quella stanza, tutto è nuovo.
E’ proprio questo che adoro: la scoperta continua.
Dei patimenti e delle torture dell’anima, dei dispiaceri, delle ingiustizie, niente mi stupisce quanto la quotidianità di questi piccoli pazzi infelici.
Libri accatastati a terra, manifesti appesi alle pareti umide di questa stanza, collanine di perle formano un patetico arcobaleno che si proietta alle pareti ogni qual volta la lampadina scopre il piccolo mondo.
Qualche foto, lei in Messico con dei piccoli appesi alla vita, sembra felice. Lei con un cane. Un uomo nascosto dietro all’obbiettivo della sua Leica.
Fuori l’aria inizia a scaldarsi, è aprile, mette una gonna a fiori che le scorre leggera sui fianchi, fermata in vita da un liscio bottone di madreperla, sopra una camicia verde bottiglia slancia il colore dei capelli non posso non fare a meno di guardarla, sento che è ciò che vuole. Non essere toccata, ma farsi desiderare un po’, come dell’arsenico per un paranoico.
Ferma lo sguardo malinconico su una piccola ruga d’espressione, lasciateglielo fare è una giovane donna, il segno del cipiglio che l’ha sempre contraddistinta. Leggera si sposta, s’accosta allo specchio ed imbratta lo sguardo, lo maschera e lo protegge con un nero che fa capire poco, nulla.
Di fretta allaccia i sandali alti, attorno alle esili caviglie, prende la borsa ed esce.

E’ Bologna la città che la vede passeggiare, assapora la fragranza agrumata che s’attacca all’aria e non la lascia, fa girare le teste agli uomini e lei,fiera sorride, sussurrando “poveri idioti! ”. E’ domenica e la città a quell’ora sembra vuota, qualche carta per terra l’accompagna all’appuntamento, un romantico sibilo che non le dispiace affatto.
Passa davanti al Santo Petronio, ma di giorno non le sembra poi così eccezionale, lo preferisce di sera, ripensa ai baci di chi l’aveva desiderata e sorride compiaciuta di ciò che è stato.
Piazza Santo Stefano è quella che preferisce, i pensieri si catapultano in un’altra epoca, la gonna si allunga e diventa vaporosa ed un giovane uomo dal suo alto cavallo la solleva da terra, la rapisce e… Ma bruscamente si ferma per cercare i cerini, si accende svelta una sigaretta che dopo poco getterà.

Mi guardo attorno, Bologna è magnifica, i sampietrini per terra solleticano il cuore, lei sembra non accorgersene troppo presa com’è, ma tutto qui sembra essersi fermato, lasciano vivere chi lo vuole davvero, ed io ne ho voglia, vivo in lei.

“Salve, scusa il ritardo.” Tese la mano, fredda, come il tono di quelle parole.
“Figurati, t’aspettavo da pochi minuti, posso offrirti qualcosa?” rispose sorridendo il giovane seduto al tavolo.
“Prendo un caffè grazie.”
Il ragazzo si dirige al banco ordina al vecchio in camicia bianca due caffè, ritorna lentamente al tavolo, lo sguardo non si vede perso tra le clarks ed il pavimento.
Lei appoggia la borsa di pelle sulla sedia libera, erano due giovani uno davanti all’altra, in un bar di Bologna.
Lo guardava intensamente come chi s’aspetta qualcosa, che succederà? Cos’avranno da dirsi?
Mancava un bottone dalla camicia di lui, i capelli erano troppo lunghi per i miei gusti, ricordo d’aver già visto le sue mani. Sposto lo sguardo curiosando tra la sua immagine vedo la Leica nella custodia, era l’uomo dietro l’obbiettivo, ma si, nella stanza, poco prima.
Lei è nervosa, le gambe accavallate tremano come foglie, mi infastidisce questa supplica muscolare. Ferma, zitta, non ti muovere, le urlo contro, mi dimentico, lei non sa di me.

My boy lollipop, la canzone stonata di quel momento, mi diverte quella vocina, solo la cameriera ancheggia florida a ritmo mentre il caffè caldo esce dalla tazzina.
Nella testa di Erica, solo un abisso in cui i suoni si confondevano in una discarica cacofonica di preoccupazioni.
Il rumore delle bottiglie che il vecchio riordina dietro al bancone, la canzone, la pedalata di una bici fuori, la risata della cameriera, le tazzine appoggiate al tavolo, un cucchiaino che cade, tutto la stava sfinendo.

“Ti senti male?” chiese Francesco avvicinandosi all’altra metà del tavolo.
“No. Mostrami, sono venuta qui per questo, lo sai bene, non ho tempo da perdere, mostrami le foto.”
“ E’ questo che ho sempre odiato in te, non apprezzi il momento, pensi al tempo come una cosa inutile, ti sei sempre sbagliata.” Le rispose in modo così amaro e se ne accorse lui stesso che bevvero un goccio di caffè nello stesso momento per mandare giù quel veleno e complici sorrisero, ancora una volta, perdonandosi.
Nella testa di Erica, scorrevano immagini felici di loro due assieme, piccoli fiori sopra il cuscino, l’immagine di una mano d’uomo sul suo ventre, devo ammetterlo, questo accomuna i miei piccoli pazzi infelici: l’euforia di giocare a nascondino con i ricordi.
Sento i più svariati profumi, le sensazioni sulla pelle, fotogrammi, quella mano, i fiori.
Ma non voleva farsi toccare dalla felicità, diceva tra se “riuscirò a dimenticarti, ci sto lavorando… ci riuscirò.”
Francesco alza una borsa di iuta da terra, prende una cartellina e passa il tavolo con una mano, lentamente sposta i granelli di zucchero, se ne va la dolcezza.
“Eccole.” disse.
E lentamente poggiò le foto, Erica le sfogliò una ad una.
Francesco era un ragazzo, nessun’altra qualifica. S’erano conosciuti ad una manifestazione in primavera.
Lui aveva il mondo in mano, l’avevo capito, aveva il mondo e la giovinezza, tutto ciò che si vuole.
Niente da perdere, teneva stretta la libertà dentro l’obbiettivo della sua Leica, non credeva in niente e nessun altro che se stesso.
Erica aveva una laurea e una stanza in appartamento a Bologna, una bici ed una buona dose di fantasia. Un tempo alla lista avrebbe potuto aggiungere anche Francesco, ma i vagabondi restano nel cuore e nella mente, in qualche foto, ma non per sempre.
Erica aveva sempre tutto da perdere: il lavoro, la sicurezza, lui…
La giovane guardava le foto, provenivano da ogni parte del mondo, gli occhi si facevano lucidi e rossi, cominciavo ad annoiarmi, quando diventano patetici non li sopporto. Francesco invece sembrava uno che “ci sa fare”, senza tanti problemi. Aveva bevuto il caffè in un sorso ed ora stava fumando una sigaretta, guardando Erica dritto e severo.

“Guerra. Come sei stato capace di fotografare queste tragedie, come?” sussurrò Erica con un filo di voce.
“Con una Leica, la mia!”
“Non essere cinico, non esserlo con me, io..” ma la interruppe.
“Tu… tu pensi di scrivere del mondo standotene dietro la tua piccola scrivania, nella sicura redazione di un giornaletto mediocre, credi di mettere apposto la coscienza così.”
Tentava di sviare, sapeva che Erica l’avrebbe portato nel loro passato, non sarebbe riuscito ad uscirne.
C’era di più, un astio che andava oltre agli scrupoli di coscienza, alle scrivanie in formica, che c’era?
“Tu pensi che sia stato facile starmene qui, per me, sapendo che saresti potuto essere ucciso da qualche militare,sotto una bomba… così per un dannato ideale, la tua vita vale un ideale signor Libertà?”
Le lacrime le rigavano il viso, le guance erano in trappola, gelide, il verde del prato nei suoi occhi era sbattuto da un freddo maestrale, il suo cielo li dentro,era rosso, come in un tramonto.
Finalmente, qualcosa si scosse in lei, ed il cipiglio usciva come un boia dalla fronte.
Francesco la guardava, non sapeva che dire.
Le prendeva la mano “Parti con me, domani, un reportage a Berlino, lascia andare la tua vita. Lascia che corra! Troverò un lavoro li, voglio sapere, è troppo grande il mondo per restare confinati in questa città. Erica, ci sono troppe ingiustizie che ancora dobbiamo capire, troppe cose che possiamo fare.”
Erica lo guardava, pensava al giornale, ed io le urlavo contro vattene donna stupida, vattene con lui. Lei sorrise, si asciugò il viso sul dorso della mano e si accese una sigaretta. Il caffè era freddo, non l’avrebbe più bevuto.
“A che ora la partenza?” chiese come una bambina, sgrezzata dal pianto.
“Parti con me?” dritto e sicuro Francesco era il re delle provocazioni.
“Non puoi volere una risposta ora, ora non ci riesco, potrei farlo domani. Ho tempo fino a domani?” scostando con una mano il fumo del tabacco.
“Certo, è il tuo tempo, fanne quello che vuoi, domani sera parto.”
Erica maternamente raccolse le foto, messe nella cartellina, le lascia sul tavolo. Prende la borsa e con un gesto leggero sposta i capelli ed il profumo viaggia nell’aria pesante di quel pomeriggio.
Appoggia le sue labbra su quelle del ragazzo, senza guardarlo, il suo saluto, se ne va..

Quella sera passava veloce, tra le sigarette e qualche bicchiere di vino rosso, Erica, piccola cavia quella sera anche lei aveva supplichevoli occhi rossi, cercava la sua ricompensa, cercava la sua risposta.
Il tempo, il tempo passava e la giovane donna si rendeva conto degli anni passati inutilmente, passati nella normalità di un lavoro, di una stanza, di una vita.
Si diceva: “Io, io che ho capelli rossi che vivono nel vento, io che ho occhi verdi che rinascono ad ogni raggio ed io, maledetta che mi accontento…”. Solo il lume della candela sopra il tavolo bagnava d’oro i libri, le poesie, i fiori secchi.
Piangeva.
Il verde stava lasciando spazio al rosso, della disperazione.
Ero abbastanza soddisfatto, l’ennesima riprova della debolezza di questa razza, io che vivo di passioni e loro piccoli indifesi che vivono solo nella disperazione, avevo terminato così in maniera romantica questa volta: una giovane donna disperata e sola ed uno spirito libero che partiva.

Ma a volte ci sono vite più forti di ogni altra cosa.
A volte gli occhi rossi si curano con un buon collirio ed anche i topi più rassegnati ritornano ad essere aquile. M’immergerò in altre vite, questa volta hanno vinto, Erica ha preso le sue cose quella sera ed ha chiuso a chiave la porta
Sono stato negli anni settanta gente e Bologna resta una gran bella città, anche se dicono che il mondo li fuori, cominci ad urlare. Mi siedo in un bar di periferia, qualche centesimo per oscurare il globo con My boy lollipop, mi fa ridere.
E di voi, di Berlino o del Vietnam, non m’importa nulla.

I!


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