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Wednesday, September 20, 2006 - ore 14:55
Pearl Jam @ Palaisozaki - Torino 19/09/2006
(categoria: " Musica e Canzoni ")
(tutte le foto
qui)
Tutto iniziò sei anni fa circa, il 20 giugno 2000, quando alcuni baldi giovani dell’allora quartiere Pontevigodarzere di Padova, oggi confluito nel quartiere madre "Arcella", si dirigevano felici, tronfi per i loro biglietti di fila 20, all’Arena di Verona. Tra questi se ne evidenziavano tre. Paolo, che si è sposato qualche settimana fa. Un altro, che sta picchiando sulla tastiera. Un altro ancora, Damiano, amico di sempre, compagno di sbronze, chiacchere esistenziali e musicali.
Paolo lascia perdere il tour 2006 per ferie matrimoniali. Damiano per sopraggiunte spese per concerto di Springsteen.
La wristband numero due del Ten Club finisce al polso di Damiano. Inutile dire chi ancora indossa la prima.
L’arrivo è in pole position, transenna stavolta vicinissima al palco. Con l’uso di qualche stratagemma ed un litigio con una bomba sexy inglese (la gioia di dirle
shut up!, sentirsi minacciare dal suo morosetto alto un metro e un cazzo e fargli paura è cosa notevole), mi spingo a ridosso di due gemelle incollate alla transenna (ciao sara, ciao giulia!).

Iniziano, come usuale per questa parte di tour, i My Morning Jacket con una scaletta ridotta e pezzi più trascinati.

Questo gruppo mi piace sempre di più. E, stavolta, succede pure qualcosa di strano. Il cantante annuncia lo special guest, e capire che si tratta di Eddie Vedder non è difficile. Sale e suonano e cantano un pezzo insieme.

La tranquillità della transenna comincia a farsi sentire di meno, sotto le spinte dalle retroguardie, ma poco importa: sono a due metri dal palco, l’audio è ottimo, sto sentendo un gruppo di supporto fenomenale e sto per rivedere la band che più al mondo mi sa dare emozioni.

Manca poco ai familiari primi istanti di Ten, la intro di ogni concerto.
Esce la band, e le mie ossa si rassegnano a morte certa. Sono incastrato tra una quantità imprecisata di persone, poco importa.
E’un attimo, parte
Go, ed è il delirio per tutto il pubblico. Il responsabile alla sicurezza del gruppo guarda preoccupato la folla, sperando rispetti il cartello "no pogo" all’esterno del palazzetto.

Che, per inciso, è un capolavoro quanto ad estetica, organizzazione ed acustica.
Poi torna
Corduroy, stavolta senza pioggia a farle da cornice, e viene naturale che a seguirla sia
Animal.

E’tempo di raffreddare la tensione, ma non le anime: ancora una volta
Elderly woman..., giusto qualche minuto tranquillo prima del turno del nuovo album: in rapida sequenza
Life wasted

World Wide Suicide

Comatose
Severed hand
Marker in the sand

Parachutes
Unemployable
Big Waveuna straordinaria
Gone

Life Wasted reprise

Army reserve
Ed i famosi (in Veneto) "penotti", o pelle d’oca che dir si voglia, si fanno strada sulle braccia all’arrivo di
Come back
Scende ancora una volta il globo luminoso e si diffonde un azzurro sullo sfondo, è il momento della PERFETTA
Inside job, a mio parere suonata nella sua migliore versione di questi tre live.

Dopo tante "novità", però, si torna al passato. E la band di Seattle sta preparando una sorpresa, attesa in tutte le ultime date.
La anticipa
Do the evolution, tra le bandiere di praticamente tutto il mondo. Eddie nomina i vari stati presenti e ringrazia per uno striscione davvero infinito che prende spunto dall’
anthem di Neil Young tanto amato dai ragazzi sul palco. E da quelli sotto, aggiungerei.
E’tempo di
Rearviewmirror. Abbiamo seriamente paura. L’Isozaki sembra vibrare sotto i colpi di migliaia di fan che non aspettavano altro. E la mia buona volontà di far sentire la canzone agli assenti svanisce: abbassare le braccia sarebbe stato il miglior modo di farsele amputare da colpi, persone, mobili da ufficio volanti.

E’tempo, per fortuna, di una breve pausa. C’è tempo di rendersi anche conto, parlando anche con gli altri, del fatto che la band, forse, è un po’stanca. Intendiamoci: non si vede. Sono carichi, l’esecuzione è anche più "dura" di quella bolognese, ma, usando un termine tecnico, si notano "cappelle". E non tanto nei pezzi nuovi, quanto nei vecchi. Cameron a volte sbaglia gli attacchi, lo stesso McCready, che sembra il più in forma dopo Vedder, semplifica gli assoli che nei giorni scorsi lo vedevano in corsa per un posto tra gli aspiranti guitar hero.
Ma è bello anche così. E’un suono sporco quello che abbiamo sempre amato, e sporco sia.
Torna sul palco la band, parte
Jeremy, al cardiopalma. Ma è il famoso minuto scarso di
Lukin a far ripetere la sensazione di "guerra" vissuta pochi minuti prima.

Ed è bello pensare che all’inizio del concerto Vedder avesse parlato di scaletta "per portare pace in un periodo di troppa guerra". Finché si tratta di guerra di musica, non vedrei l’ora di mettermi in divisa.
Better man sempre più bella, nonostante un dilettante allo sbaraglio dalla voce da tenore che dietro di me la stona. Non "la canta stonata", la dilania. E canta più forte degli amplificatori. Ho istinti omicidi, per qualche minuto. Specie se non smette di battermi il ritmo sulla spalla. Dopo un’occhiata, smette. Se lo guardavo in modo diverso, forse, c’avrebbe pure provato. Forse non capiva che sono un estimatore delle grazie femminili.
Grazie femminili che fanno soffrire, nei pensieri che nascono ascoltando
Black, con un infinito
we.. we belong.. we belong together, together, together.

Penso sia durata dieci minuti. E con la band che ci guarda compiaciuta per il nostro
tu du du du ecc. (che chi conosce la canzone intenderà sicuramente) perfettamente a ritmo, anche solo con la bassline.
Arriva
Tremor Christ, mai sentita prima dal vivo. Ma è
Alive, nonostante gli errori di Cameron, ad infiammare il palazzo, ovviamente.

Tempo per un altro break, l’ultimo.
Qualche scarica al cuore
Blood
Even Flowla familiare cover di
Baba O’Rileyed a chiudere tutto,
Indifference
Mike è sceso tra noi, e la tentazione di battergli sulla spalla è stata troppo forte per resisterle, security o non security, dopo che ha passato il concerto in simbiosi con il pubblico, scambiando occhiate, smorfie, gesti.

Ament suona e salta, non con i capelli di una volta, ma con la stessa carica.

E un Gossard rilassato rassicura più con il suono che con lo sguardo

Eddie che ti guarda, ti sorride, ti filma con una cinepresa

si mette quasi in posa per le foto quando ti vede attento con la fida digitale in mano, non ha davvero prezzo.

Soprattutto nello sguardo curioso dopo il decimo "cavallo" chiamatogli, come si vede qui

E poi si esce, si contrattano improbabili maglie "di taglia sbagliata", incontro per caso Glenda di Torino, dopo Frequenze Disturbate.
Via, verso il familiare Giancarlo ai Murazzi, dove, dj a parte, non ci sono facce note. Una piadina, una birra e via, verso un’autostrada costellata di lavori, Autogrill con le scorte finite ed altri inspiegabilmente chiusi. Per fortuna, in tutti quei km un doveroso "Apollo" - post - concerto si trova.
La quiete, dopo la tempesta, non arriva nemmeno tornati a Padova.. alle sei del mattino.

Io, dopo un concerto del genere, non riesco a dormire.
Ed oggi vorrei essere a Torino. Per la festa appena iniziata al Cacao, zona Valentino, con tutta la musica della città (ed oltre) riunita per ricordare "Piero": Fratelli di Soledad, Mao, Meg, Linea77, Medusa, Max Casacci, Samuel, Vicio, Ninja, Bluebeaters, Africe Unite, Mau Mau, T-Bone, Wah Companion, Petrol ed altri.
E per la riapertura dell’Hiroshima Mon Amour.
Amen.
Ho già goduto abbastanza.
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