Dopo qualche giorno, la polvere si posa. Si posa e rivela quello che l’aveva provocata: se il crollo di un grattacielo o solo il fastidioso e ossessivo scalpitio di alcuni esagitati.
Sono passati alcuni giorni dalla
lectio magistralis del buon Giuseppino in quel di Ratisbona (per chi fosse interessato a sapere davvero quello che ha detto, qui la versione integrale del discorso
LINK) e penso che i tempi siano maturi per fare qualche ragionamento, e individuare i relativi problemi da affrontare. Io ne vedo tre.
Primo: E’ evidente che nell’occidente tutto, e soprattutto in Italia, si registra verso la propria cultura originaria una certa insofferenza. Meglio: imbarazzo. Stupisce non poco, infatti, vedere come, nel mondo, i più grandi accusatori e critici della cultura occidentale - deficenti con la
sharia in mano esclusi - siano proprio gli stessi occidentali. In Vietnam adorano la Nike e i MacDonald’s, che non rappresentano certo il paradigma più prestigioso e difendibile della nostra cultura; da noi una semplice affermazione mal interpretata di una qualche personalità scatena uno psicodramma mondiale.
Da dopo le guerre mondiali, quando il baricentro del mondo si è spostato oltreoceano e poi nel mercato globale, pare che l’Europa abbia perso la fiducia in sé stessa enella propria cultura. Sarebbe bene che la ritrovasse. Non solo per il bene degli stessi occidentali, ma di tutto il mondo, che si trova a dover fare i conti con un enorme vuoto diplomatico e politico, a causa dei dubbi e delle ritrosie della cultura occidentale. Ennesima dimostrazione: il comportamento da tenersi nei confronti dell’esuberante Iran di Ahmedinejad. E’ questo un vuoto diplomatico e politico che è terreno fertile per quelle minoranze violente e fanatiste che hanno gioco facile a spezzare le reni a quel gigante dai piedi d’argilla che è oggi la cultura occidentale, e che proprio al suo interno trovano i loro più preziosi e inaspettati alleati.

Secondo: E’ davvero grave se l’impianto dei media, con un interpretazione quanto meno discutibile di un discorso di una personalità, riesce da solo a scatenare una crisi diplomatica internazionale. In questo modo, il giornalismo perde quella che è la sua più profonda missione, la radice madre che dovrebbe fondarlo: la ricerca della verità.
Il rischio della perdita di questa prospettiva è enorme: che non siano tanto i veri rapporti internazionali, i veri fatti di potere a comandare il teatro del mondo, ma bensì quel che passa per il giornale e infiamma l’opinione pubblica. Insomma: che non sia tanto la realtà ma quella che è spacciata per tale a determinare i giochi.
Di più: non c’è nemmeno un segnale di possibile marcia indietro da questo pericoloso processo. Tanto è vero che, dopo aver male interpretato un discorso papale tutt’altro che anomalo, i media hanno insistito nell’errore, dando dell’Angelus della scorsa domenica i tratti di una pubblica scusa: cosa che non era affatto.
E’ davvero grave, poi, il fatto che non esista un vero potere di revisione a queste "sviste"; che gli organi di potere non controllino davvero quello che i media dicono. O forse lo fanno, ma si comportano di conseguenza seguendo l’onda mediatica e la fallace interpretazione che a volte essa dà. Perchè è più facile forse credere e seguire la visione più popolare che alzare la mano e imporsi per la ripristinare la realtà. E questo servilismo del potere al media è, se possibile, ancora più preoccupante.
Terzo: sbaglia, e non di poco, chi vorrebbe veder l’occidente reagire alla crisi in sè stesso con un atto di forza, mostrando i muscoli sul piano internazionale. E’ vero: ci sono due pesi (e che pesi!) e due misure per quanto riguarda la politica delle nazioni. E’ vero: se Ahmedinejad e Hamas possono tranquillamente affermare di voler distruggere lo stato ebraico nella quasi indifferenza della politica internazionale, da noi se un politico anche minore si azzarda a dire (sbagliando) che la nostra cultura è superiore accade il finimondo. E’ vero: da noi il Papa viene male interpretato e viene intimato a scusarsi, mentre nelle strade musulmane si bruciano manichini che proprio il Pontefice raffigurano e quasi nessuno ne parla. Tutto questo è vero, ma se un popolo e una cultura si comportano in maniera permalosissima e incivile, questo non deve in alcun modo giustificare anche noi dal farlo. Dove va rifondata la cultura occidentale non è all’estero, sulla testa dello "straniero", mostrando i muscoli e insistendo su posizioni di rifiuto che altro non farebbero che alimentare l’odio dall’altra parte della barricata (Israele, evidentemente, questo non lo ha ancora capito). Dove bisogna agire è nella nostra stessa società civile, affinchè riscopra i valori di una cultura che, dopo secoli e secoli di storia, in fondo poi così deprecabile non è.
