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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Friday, September 22, 2006 - ore 13:59


21.
(categoria: " Vita Quotidiana ")



Le favelas di Belo Horizonte sono un cumulo pulcioso di capanne tirate su con pezzi di fortuna che sembravano un ammasso di quelle casette che a volte i ragazzi si costruiscono in giardino, con vecchio mobilio e pezzi di lamiera dalla discarica. Le vie erano così strette che a stento riuscivo a passarci: un continuo saliscendi buio e puzzolente di ciottolame infido e umido. Nel buio della notte che saliva da est, qualche cane, magro come una speranza, vagava pulcioso qua e là, mentre molte stelle, in alto, bisbigliavano piano.
Avanzavamo molto lentamente. Non c’era luce, da nessuna parte, se non il tagliente disco lunare, a mostrarci la via, e così sembrava di muoversi in un labirinto per topi in punta di piedi, guardando tra i tetti di lamiera arrugginita per scorgere il blu del cielo in contrasto col buio delle pareti, e capire la via. Sid, ovviamente, si destreggiava con grande abilità nei sordidi vicoli, ma io procedevo con grande titubanza, tenendo la mano di Eva e cercando di condurre le sue piccole gambe sul sentiero più sicuro.
Ad un certo punto Sid si arresto che alzò una mano in segno di saluto. Alzai al testa e vidi, pochi metri avanti a noi, appollaiata sopra il tetto contorto di una piccola casetta di lamiera gialla, la figura magra e spoglia di un bambino la cui testa, molto più grande delle spalle, si stagliava nera sul blu della notte. Stava facendo la guardia, probabilmente per coprire i loschi traffici di Sid dalle incursioni della polizia locale. La figura rispose al saluto, alzando la mano e mostrando quello che impugnava: una pistola di piccolo calibro. Passammo a fianco al bambino, i cui piedi, nonostante fosse sul tetto, oscillavano all’altezza dei miei occhi.
Cercai di guardarlo negli occhi, ma non ci riuscii per via del buio. Tuttavia, sentivo forte la presenza del suo sguardo del buio; lo sguardo di chi non ha mai visto la vita come una bambina e non ha mai potuto giocarci assieme. Lo sguardo di chi fin dalla nascita ha conosciuto la vita come una grassa e soda madre nera, dura come una matrona amerinda, che parla con voce profonda e non ha tempo di prendersi cura dei suoi figli; una vita inamovibile, che ti soffocava tra il suo seno enorme e non ti lasciva respirare se non crescivi abbastanza in fretta quel tanto che bastava per poterla circondare con le braccia. Fui afflitto da un’improvvisa, anomala, tristezza, seguito da un forte disgusto, come se avessi mangiato qualcosa di troppo salato. Erano sensazioni a cui non ero abituato.
L’appartamento di Sid era un disastro, ma immagino che, per lo standard delle favelas, lo si dovesse considerare un locale di gran lusso. Aprendo la porta, Sid spostò con lo stipite una lattina di quella che sembrava birra, che rotolò rumorosamente per la stanza, lasciando sul suo percorso qualche goccia fino al bracciolo dello squallido divano marrone dove, distesa nella semioscurità, stava una figura grassa, in canottiera bianca e coi lunghi capelli ricci bisunti. La figura non si muoveva, sembrava dormire pesantemente. Davanti ad essa, uno scassato televisore stava trasmettendo un chiassoso quiz brasiliano. Sul fianco dell’apparecchio, era ancora presente una fessura per monete per la visione a tempo: probabilmente era stato rubato da qualche motel di bassa lega. Su tutto il pavimento, carta igienica, mozziconi di sigarette e cartoni di pizza facevano bella mostra di sé.
Quando vide al scena, Sid scosse la sua grossa testa pelata in un evidente segno di disgusto misto a rabbia e rassegnazione. Svoltò però a sinistra, verso la cucina, da dove proveniva una intensa luce gialla. Lo seguimmo: da dietro di lui vidi che oltre a quegli stucchevoli fili di perline che si trovavano sulla porta e dovevano fungere da separè tra la cucina e il salotto, stava una ragazza dai capelli rossi e il trucco slavato, seduta sulla sedia e con la testa rovesciata mollemente sul tavolo. Sid ebbe un fremito e si arrestò.
- Aspettatemi un momento – disse.
Spinse via con stizza le perline, ed entrò nella stanza infilandosi tra la sedia dove stava seduta la ragazza e il sudicio piano cottura. Sorpassò la ragazza, toccò qualcosa sul tavolo con un dito e poi se lo portò alla lingua. Poi, senza far rumore, prese dal portacenere strabordante di residui di sigaretta una cicca ancora accesa, la guardò e poi, con un gesto forte e veloce, la piantò sulla mano poggiata al tavolo della ragazza. Dopo qualche secondo, lei sobbalzò in un urlo di dolore. Sid le prese i capelli tirandoli e urlò:
- Brutta Troia! Quante volte te l’ho detto che non devi toccare la roba buona! Lo sai quanto mi costa?
La ragazza non rispose, ma continuò ad agitarsi furiosamente e ad urlare. Sembrava in stato confusionale: doveva essere completamente fatta. Presi in braccio Eva e le chiusi gli occhi con la mano.
- Stronza! Te la sei voluta! Ti avevo detto che se lo rifacevi ti sbattevo a battere la strade delle favelas! Beh, vediamo se sarai ancora in grado di tirare questa merda se ti spacco il naso - e così dicendo spinse forte la faccia della ragazza sul tavolo, facendole sbattere violentemente il setto nasale sul legno scheggiato della tavola.
Lei sembrò accusare il colpo, e si calmò. La sua faccia era piena del sangue che gli fuoriusciva dal setto nasale. Rovesciò la testa sullo schienale, e si mise a respirare profondamente. Sid si spostò dall’altra parte del tavolo, di fronte a lei, in piedi. Lei cominciò a gemere.
- Ti prego, ti prego, ti prego… - diceva a voce bassissima.
- Come hai detto scusa? – urlò Sid portandosi teatralmente la mano all’orecchio destro.
- Ti prego, ti prego, ti prego … -
- Non mi pregare, bella. Avresti dovuto pensarci prima. Odio la gente che supplica gli altri di non punirli dopo aver fatto una cazzata.
- Ti prego… - disse lei, quasi piangendo stavolta.
- Ma allora non mi stai a sentire! – urlò Sid, e così dicendo tirò fuori dai apntaloni al sua pistola e la puntò sulla ragazza. – Pregami ancora una volta, e ti troverai un nuovo buco tra le orecchie – disse.
La ragazza si immobilizzò, con gli occhi spalancati. Sid prese una sedia e le si sedette davanti, mettendo i gmiti sul tavolo e continuando a puntarle la pistola contro.
- Allora, Camille… quanti anni è che lavori per me?
- Sei… - disse lei, dopo un poco di titubanza, oltre le nebbie della sua dipendenza.
- E dopo tutto questo tempo, pensi ancora che mi si possa fregare così facilemnte?
La ragazza non rispose. Solo scosse quasi impercettibilmente la testa.
Sid aveva ancora in mano il mozzicone con cui aveva ferito Camille. Cercò di tirarci una boccata, ma non ci riuscì. Intanto, nella altra stanza, il grassone dai capelli bisunti si era svegliato per il rumore e, con los guardo stralunato, assistette per un attimo alla scena. Quando realizzò quello che stava per accadere, prese velocemente i pantaloni dal divano e scappò via dalla porta in mutande e canottiera macchiata di Ketchup. Sid non ci fece caso. Stava ancora puntando la pistola dritta in faccia a Camille.
- Ora faremo un gioco, cara Camille. E’ il gioco della verità. Qui dentro ci sono tre pallottole su sei colpi. Io ti farò delle domande, e se mi mentirai guardandomi negli occhi premerò il grilletto, e allora dovrai appellarti alal tua buona stella.
Camille rimase con lo sguardo insieme sfattoe pietrificato, dietro al rossa cortina dei suoi capelli secchi e corti. Sid inclinò un poco la testa, epr guardare bene dentro quegli occhi-
- Tu hai un figlio, vero Camille? – disse.
Lei non rispose.
- Rispondi! – urlò allora lui, avvicinandole la pistola alla fronte.
- Sì – disse lei.
- Come si chiama?
- Carlos.
- Quanti anni ha?
- Dieci
- E dove sta ora?
- A casa mia, con mia madre.
Sid sorrise, e fece di “no” con la testa schioccando la lingua.
- Tu non hai casa – disse -. Quella la mantiene tua madre vendendo pesce di seconda mano al mercato dei poveri . Spiacente. Ti sei giocata la prima possibilità -. E così dicendo, premette il grilletto.
Il tamburo girò a vuoto. Camille rimase con la bocca aperta e gli occhi sbarrati, combattendo tra un mondo di nebbia dura come un muro creato dagli stupefacenti e l’abbacinante realtà che le si parava davanti.
- Sei fortunata, bambina - disse Sid, sorridendo.
- Qual è la materia preferita di tuo figlio?
- Non va a scuola – rispose Camille quasi meccanicamente, come se la sua voce rifluisse misteriosamente fuori da un corpo gelido e senza vita, paralizzato dal terrore.
- E cosa vorrebbe fare da grande?
Camille titubò. Poi abbassò impercettibilmente lo sguardo e disse – Non lo so-.
- Bene, mia cara. Cominci a capire le regole del gioco. Cosa fa durante il giorno?
- Gioca a calcio. Va coi suoi amici… - rispose vagamente Camille.
- Ahi, ahi Camille – disse sospirando Sid – Non sai che tuo figlio si stordisce per ore con le esalazioni della colla che infila in un sacchetto di plastica? – E così dicendo, appoggiò la pistola alla fronte di Camille e premette il grilletto. Ancora una volta, il colpo andò a vuoto.
- Ehi, sei proprio una puttanella fortunata – disse ridendo Sid. Ora Camille tremava vistosamente. Si stava riprendendo dal suo come chimico e la relatà le si stava parando sempre più nitida e terrificante ai suoi occhi.
- Ho un’ultima domanda per te. Se risponderai bene ti lascerò andare, altrimenti… beh, non hai più molte carte da giocarti.
Camille degluttì forte.
- Ti prenderai cura di tuo figlio, da oggi in avanti? La pianterai con la droga e ti troverai un lavoretto onesto per poterlo portare a scuola?
I due si guardarono intensamente negli occhi per un attimo lunghissimo. Poi, Camille, senza distogliere lo sguardo e con un filo di voce disse: - Sì.
Sid la scrutò. Poi ripose la pistola sul tavolo.
- Vattene via - disse.
Camille si alzò piano. Uscì dalla cucina, spingendo via i fili di perline. Ci passò a fianco. Andò alla porta. Al momento di oltrepassarla, Sid al chiamò.
- Ehi Camille! – lei si voltò verso di lui. – Guarda che il gioco non è finito. Se scopro che mi hai emntito, ho una pallottola col tuo nome scritto sopra -.
Camille uscì dalla porta e la richiuse dietro di sé.
- Puttana – disse Sid. E si indirizzò verso l’armadietto dei liquori per versarsi da bere.


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Leonida, 23 anni
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