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Friday, September 22, 2006 - ore 14:00
22.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Ehi! E quello cos’era? – chiesi a Sid, avvicinandomi alla cucina e lasciando Eva dietro di me.
- Cosa? – disse Sid, sorseggiando il suo rum scuro.
- Quella scenata… ce n’era proprio bisogno? Davanti alla bambina, poi… era necessario? - mentre dicevo quella frase mi resi conto di quanto potesse sembrare lontana da me stesso. Sembravo una vecchia mamma iperprotettiva e isterica.
- No, non era affatto necessario. – rispose Sid, con una tranquillità che sembrava voler dire “non mi seccare”, ma io, ovviamente, non me ne curai.
- Allora cosa? Ti diverti?
- Per niente. Lo sai bene che non miro al piacere. Ricordi le prime due delle quattro magiche regolette? – e così dicendo alzò indice e e medio in sequenza - “La vita è dolore” e “il dolore nasce dal desiderio; bisogna annullare il desiderio”.
- Sicchè, vuoi dirmi non te ne frega niente.
- Se vuoi metterla così… – disse con un sorriso caustico. E ritornò verso il suo bicchiere di rum.
- Una volta dicevi anche che non si doveva recar danno ad alcun essere vivente…
- Ehi, al Nirvana ci sono già arrivato un centinaio di reincarnazioni fa e, ti assicuro, dopo un po’ ti fai due palle che non finiscono più. E poi, chi ti dice che non abbia fatto, dopo tutto, del bene?
- Non mi pare che a Camille l’essersi vista la morte in faccia servirà poi a molto.
- Ma forse al piccolo Carlos a qualcosa questa sceneggiata è servita -
- Sì certo… chissà quanto avrebbe riso a vedere sua madre che gioca alla roulette russa con uno sconosciuto e magari ha poca fortuna -.
Sid sorrise: lanciò verso di me la pistola, che sfondo il “muro” di perline per arrivarmi all’altezza del mio petto, in una roteante parabola discendente. La presi al volo. Era leggera. Controllai il tamburo. Era vuoto.
- Almeno adesso Carlos ha qualche occasione in più di farsi un’istruzione e smettere di drogarsi con al colla -. Disse – E adesso, Seguimi – e uscì dalla cucina. Arrivò in salotto, a fianco al divano. Si piegò sulle ginocchia,quasi volesse sollevarlo, poi si voltò verso di me.
- Beh? Ti muovi? – disse -. Questo coso non si rovescia mica da solo -.
Afferrai di malavoglia l’altra estremità del divano sudicio e lo alzammo. Rimasi sorpreso dal suo peso.
- Ora prendilo da sotto e rovescialo – disse Sid.
- Rovesciammo il divano vicino al televisore. Scoprii subito il perché del peso del mobile: dentro la parte inferiore era stata fissata una cassa di legno di grosse dimensioni: diciamo due metri per uno. Sid prese una sbarra di ferro da un’altra stanza e, usandola come piede di porco, fece scivolare fuori la cassa dal mobile. Poi, prese una chiave che era stata nascosta all’interno del divano e aprì la cassa. Al suo interno vi erano stipate diverse armi e pacchi di droga bianca, fermati con lo scotch da pacchi alle pareti di legno della casa in modo che non si muovessero. Sid tirò fuori due mitragliatrici semi-automatiche e me ne porse una. Si infilò poi alla cintura un paio di granate a mano e un bel pacco di munizioni. Passò anche a me le munizioni, insieme ad una comoda calibro sedici aggiuntiva. Vi erano diversi coltelli d’assalto nella cassa, ma Sid non li prese. - Se ci arrivasse così vicino da poterli usare, saremmo già morti – disse, indicando le lame scintillanti sul fondo della cassa.
A quel punto spostammo un pesante comò, e lo appostammo davanti alla porta, per bloccarla. Quindi creammo una piccola fortificazione col divano, rivolto a protezione in direzione dell’entrata e vi lasciammo dietro diverse munizioni. Sarebbe servito se gli indesiderati ospiti si fossero introdotti fino a dentro casa. Una volta che fu tutto pronto, ci appostammo in fretta dietro la finestra della cucina, che dava sull’ingresso con un taglio molto accentuato, ma che permetteva comunque di coprire una certa distanza nel piccolo spiazzo antecedente l’abitazione. CI mettemmo in attesa, accucciati a terra sotto la finestra, con le canne del fucile di Sid che sporgeva all’infuori e i nostri occhi che sondavano nervosi l’oscurità, coi nervi pronti a scattare al primo segnale di pericolo.
A fianco di Sid, mi accorsi di quanto fosse davvero possente il suo fisico. Non sembrava a prima vista, ma sotto i vestiti unti doveva nascondere un corpo sodo e muscoloso. La sua testa pelata color caffelatte era costellata di una miriade di piccole gocce di sudore, mentre i suoi occhi granitici e penetranti restavano puntati come quelli di un serpente che, nella sua tana, scrutasse l’esterno alla ricerca di possibili pericoli e pronto a scattare.
- Da quanto sei in questa situazione? Dico… nello spaccio di droga – gli chiesi.
- In questa vita da quando avevo sei anni.
- Ufff… giocare coi robot no, eh?
- Le favelas non sono esattamente il parco giochi di un quartiere di Soho; i motivi di distrazione sono assai pochi. Quanto alla droga, qui i bimbi vedono le buste di coca girare anche prima di uscire dalla culla, e imaprano a distinguere un buona partita di coca ancora prima che saper contare,
- Disperazione?
- No. Necessità. Io iniziai perché la droga era l’unico mezzo per racimolare abbastanza soldi per mandare la mia famiglia fuori da questo inferno.
- Uhm… molto gentile da parte tua – dissi, quasi canzonatorio.
- Per niente. Era l’unico modo per levarmeli dalle palle.
Nonostante tutta la sua sicurezza e il suo sguardo duro e inamovibile, Sid non riusciva a ingannarmi del tutto. Sebbene né le sue parole né il suo corpo dessero alcun motivo per pensare che non stesse mentendo, c’era comunque qualcosa che non convinceva nella sua interpretazione. Sid era grande e ruvido come una roccia vulcanica; una roccia che aveva passato migliaia e migliaia di anni sotto pressione, e si era creata una scorza cruda tutto attorno, ma dentro il suo cuore pulsava ancora ed era ardente più che mai. Si nascondeva dietro la sua dottrina, il rifiuto del desiderio, a cui un giorno forse aveva davvero creduto, e con la quale forse aveva davvero sperato di rendere migliore la stirpe umana. Ed in fondo, era davvero bravo nel cercare di convincere la gente che a quelle sue idee ci credeva ancora; a suggerire che niente davvero gli importava, che niente davvero desiderava. Era caduto nella spirale del suo stesso insegnamento, eppure, nonostante tutte le sue manifeste intenzioni, era ancora lì, coriaceo e pronto a combattere per difendere la sua eterna vita di esule sulla terra, come e meglio potrebbe fare un essere umano che rimane disperatamente aggrappato con el dita alla coperta dell’esistenza, ignaro di cose l’aspetta. Uno che aveva passato millenni sulla terra come lui e ancora si batteva per il suo diritto a restarvici non poteva che avere una volontà ferrea nascosta dietro i suoi modi noncuranti. D’altronde, lo sapeva bene: per non volere bisogna, dopotutto, volere.
Sid si passò una mano sulla nuca, quasi a volersi rilassare.
- Gilgamesh ti ha parlato, quando sei andato da lui? –, chiese.
- Non so. Non so se fosse lui. Sono rimasto intrappolato in un pozzo buio, e una voce cercava di convincermi che non importava quello che sentivo, se ero cieco, ma che l’unica cosa che contava erala realtà nella mia testa… o una cosa del genre. Non credo di aver afferrato appieno il significato. Cercavo di scappare…
- Sì… è proprio una cosa da Gil – disse, sorridendo quasi beffardamente.
Poi la sua espressione mutò di colpo, e per un attimo il suo corpo si tese per scrutare nel buio oltre la finestra. Come un animale da caccia scrutava il buio; o come un attenta preda.
- Stai pronto – disse.
In un istante, i miei nervi si tesero, e le mani mi cominciarono a sudare, a contatto col metalloc aldo del fucile, che puntai oltre la finestra. Vidi qualcosa muoversi furtivo una decina di metri davanti all’entrata dell’abitazione. Presi la mira.
- Non sparare! – disse Sid. Si alzò e si affacciò alla finestra, aprendola. La figura furtiva nell’oscurità si avvicinò e si fece poi più definita: capì che era un bambino, probabilemnte una delle sentinelle di Sid con l’incarico di sorvegliare gli ingressi delle favelas e di informarlo nel caso di retate della polizia. Sid si sporse, parlò con il ragazzino con la pelle del colore del caffè e gli occhi neri nella sua lingua: poche battute nervose e il ragazzo scappò via.
Sid chiuse la finestra e si accucciò di nuovo.
- Preparati – disse -. Tra poco saranno qui. E qualcosa mi dice che non riusciremo a coglierli di sorpresa.
- Come fai a saperlo?
- Fefè è tornato vivo. Evidentemente, vogliono farci sapere che stanno per venirci a prendere.
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