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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Friday, September 22, 2006 - ore 14:01


23.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La notte era nera e verticale sulle favelas. Il vento schioccava la lingua e colpiva le colline scure e sudice della povertà, scivolando giù per i suoi aspri declivi, vero valle, dove le luci della città brillavano piano, come una piccola galassia silenziosa. Mi ricordò Bombay, quando ci avevo volato sopra, alla ricerca di Morte. Gli edifici splendidi e modernisti della city, slanciati verso il cielo con le loro lame di luce che sembravano inondare la notte come piccoli fulmini perenni di una tempesta lontana, contrastavano con forza e amarezza sulla natura ancora segretamente selvaggia che circondava l’enorme città e la spaventosa inedia delle sue periferie. Qui però, a differenza della città indiana, l’effetto era però diverso. La galassia di Belo Horizonte non vorticava vertiginosa e sbavata come quella di Bombay, ma sembrava anzi un quasar lontano, un universo distante, quasi di un’altra realtà, bloccata dal freddo abbaraccio di una natura verde ed enorme ancora più grande di lei. Una realtà che per qualche misterioso e atavico motivo si poteva ancora vedere, dalla piccola e spigolosa terra delle favelas, forse ad eterno monito affinché i suoi abitanti non scordassero che un mondo migliore c’era, ma probabilmente non li voleva.
I nostri occhi e i nostri fucili erano ben puntati sullo spiazzo antecedente l’abitazione di Sid, una specie patio incorniciato da bottigliette di plastica e lattine a abbandonati in mezzo ad alcuni palazzi squamati e case tenute su col fil di ferro. Mi passai velocemente le dita sulle palpebre degli occhi, come a rilassarli un momento. Non ero più incredibilmente stanco come prima della Grecia – la pausa forzata di Gilgamesh mi aveva in qualche modo ristorato – ma la stanchezza era palpabile, insieme con a quella sensazione pervadente di estraniamento, quella certezza di trovarsi in un altro tempo e in un altro luogo di dove si dovrebbe essere, senza potersi spiegare il perché.
Mentre pensavo a queste cose, Sid richiamo la mia attenzione con un bisbiglio.
- Ci siamo – disse.
Avvicinò l’occhio socchiuso al mirino del fucile, e il suo indice sbiancò sotto la pressione del grilletto. Stava per far fuoco. Rivolsi lo sguardo all’esterno. All’inizio non vidi nulla, poi mi parve come se un piccolo pezzo dell’oscurità intorno a noi si addensasse per diventare a poco a poco solido, scivolando fuori dal resto delle onde non tanto per una flebile lucentezza, ma per una indistinta solidità che sembrava caratterizzarlo.
Mi voltai verso Eva.
- Corri dietro il divano – le dissi a bassa voce, e lei corse a nascondersi.
Proprio mentre vedevo la piccola figura scomparire dietro la debole protezione di quel vecchio divano ribaltato, nell’aria esplose una luce bianca e un fragore secco. Sid aveva sparato. Mi voltai verso l’esterno, e dalle tenebre che si addensavano vidi emergere una figura piccola, completamente coperta da un saio, che avanzava con un passo inesorabile verso di noi. Non aveva rallentato né sembrava essere stato colpito; Sid aveva mancato il colpo. Subitò ricaricò e un’altra pallottola sibilante affettò l’aria, senza colpire il bersaglio, ma anzi rimbalzando sul terreno duro poco dopo di lui.
Imbraccia anch’io allora il fucile, e sparai. Il colpo andò a bersaglio, colpendo il monaco poco sotto la spalla destra. L’effetto però, non fu quello desiderato. La figura sembrò sentire il colpo, e l’abbondante saio svolazzo tutto intorno in un movimento improvviso, come se il copro avesse ricevuto una violenta pacca sulla spalla. Il busto si torse, ma un secondo dopo al figura stava di nuovo camminando eretta e solida verso di noi.
- Mira alle ginocchia! – disse Sid, proprio mentre faceva partire un altro colpo. Ma io avevo già puntato alla testa, pur mancandola di poco. Oramai sparavamo e ricaricavamo senza sosta, ma con nostro crescente terrore, la figura davanti a noi non sembrava risentire più di tanto dei colpi, che pure erano difficili da assestare sotto l’abbondante saio che copriva tutti i punti vitali del corpo. Oramai la figura si trovava ad una decina di metri dall’entrata, quando finalmente il colpo di Sid andò a segno, facendo esplodere il ginocchio sinistro del monaco, Il quale sembrò cedere per un momento sulla gamba, fino a cadere in ginocchio. Allora presi la mira alla testa, e colpii. Il capo della figura si ribaltò all’indietro in un movimento fulmineo, ma subito dopo si riassettò in posizione normale e, con una mano a terra, il monaco fece per rialzarsi. Oramai era a pochi passi dall’uscio.
Guardai con terrore quella inesorabile figura rialzarsi e avvicinarsi sempre più a noi: Sentivo il crudo brivido della fine giù per la schiena quando Sid mi afferrò una spalla e scappò dietro al divano. Lo segui. Quando fummo tutti dietro il riparo cercai il contatto con Eva. Sentii la sua mano nella mia e avvertii un tremito, ma non potei controllare quali conseguenze quel tremito aveva potuto portare al viso della bimba, in quanto stavo ancora puntando il fucile verso la porta d’entrata, che ora cominciò a vibrare rumorosamente come spinta da una forza violenta e brutale. Capii rpesto che non rimaneva poi molto a frapporci da quella terribile forza.
Sid allora mi chiamo, e urlò:
- Scappate sul retro. C’è una cherokee. Mettila in moto.
E così dicendo mi diede un mazzo di chiavi. Dietro lo sguardo duro e insieme spaventato, Sid impugnava una bomba a mano.
Non me lo feci ripetere due volte. Volai verso la fine della stanza e mi infilai nella porta sulla sinistra, appena un secondo prima che il comò messo a protezione della porta saltasse via in un esplosione silenziosa e la porta sembrò abbattersi. Mi infilai in una piccola stanza e uscì dalla porta che trovai. Eravamo di nuovo fuori. In quel momento, un’esplosione squarciò l’abitazione.
Senza voltarmi, mi fiondai verso la vecchia cherokee parcheggiata di fronte al retro della casa, aiutando Eva a salire dietro. Infilai le chiavi e avviai il motore. Appena sentito il rombo caldo dei cilindri che iniziavano a girare, mi voltai verso la casa, dove un principio di incendio si stava già sprigionando dal tetto dell’abitazione, andando a colorare di raggi violenti la note scura come un coltello. Mentre guardavo quella scena, sentii la porta alla mia destra aprirsi. Mi voltai di scatto, spaventato. Era Sid.
- Vai, vai, vai! – urlo, con al faccia sporca di cenere e sangue.
Non me lo feci ripetere due volte: innestati la prima e sgommai via.
Dopo un intricato slalom a tutta velocità, eravamo finalmente usciti dalle strette e caotiche stradine delle favelas, e ci dirigevamo di buon passo nei dintorni collinari che circondavano Belo Horizonte. Quando uscimmo dal dedalo di case di plastica e cominciammo a scorgere un qualche tipo di verde intorno a noi, Sid cominciò a sembrare leggermente più rilassato. Abbassò il finestrino con la manovella e tirò fuori dal taschino della camicia una sigaretta.
- Non le avevi finite? – chiesi io.
- Ne ho rubato un paio in casa – rispose.
- In quel casino?
Sid inarcò il sopracciglio, mentre si chinava per accendere la sigaretta con l’accendino.
- Non è mai troppo tardi per farsi ammazzare – disse.
Dopo un momento di pausa, domandai.
- L’hai ucciso?
- No. Ho solo guadagnato tempo. Non possiamo uccidere Gil. Lui non sente dolore, e può benissimo correrci dietro anche senza un braccio, ma se riusciamo danneggiare abbastanza il corpo di cui si serve, in modo che perda tempo a trovarne un altro adatto.
Mentre diceva queste parole, capii perché poco prima Sid mi aveva suggerito di mirare alle ginocchia: sapeva di non poterlo ammazzare, ma voleva fermarlo facendogli saltare le ginocchia.
Poco dopo entrammo in un piccolo conglomerato di case sulle colline. Si trattava di una delle ultimi appendici della grande città, che sotto le colline continuava a splendere pacata nella notte tropicale. Nonostante la vicinanza alla metropoli, sembrava che quel pueblo si fosse mantenuto inalterato nei secoli con le sue piccole case bianche e basse, tutte uguali con le loro porte blu; le strade larghe e la chiesa – anch’essa bianca – ruvida e spartana al centro. Attraversammo la via principale, nel silenzio più assoluto di quel paesino senza tempo: Unico elemento fuori da quel mondo sembrava essere lo scassatissimo semaforo giallo di fronte alla chiesa. Mi fermai al rosso. Sul crocicchio, una santino di San Paolo ci guardava, in un misto di posa rassicurante, con la mano alzata benedicente, e lo sguardo inquietante.
In quel mentre, guardai nello specchietto retrovisore: qualcosa attirò la mia attenzione. In fondo alla strada, dietro di noi, immersa nell’ombra e coi fari spenti, mi parve di scorgere un macchina. Guardai meglio, senza voltarmi, per essere certo di aver visto bene.
- Eva: allacciati la cintura – dissi. – E tenetevi forti. Abbiamo visite -
Inserii la freccia a sinistra. Il semaforo era ancora rosso. A quel punto la macchina accese i fari e si fece più vicina. Poi, qualcuno sembrò furtivamente scendere dal sedile anteriore del passeggero. A quel punto, accelerai forte attraversando l’incrocio a tutta velocità svoltando a destra, verso le colline. Dopo qualche secondo, sentii una sirena e dei lampeggianti urlare nell’aria: eravamo ufficialmente dentro un inseguimento.
- Cosa ti fa pensare che non siano solo poliziotti? – mi chiese Sid, che aveva già tirato fuori la sua calibro sedici.
- Sento puzza di Plymouth e di santità a cento metri di distanza – risposi, ricordando a Sid che Gilgamesh non era l’unico a darci al caccia, come aveva dimostrato lo spiacevole incontro al parcheggio di qualche tempo prima.
La volante ci fu presto dietro. Inaspettatamente, non cercò di affiancarci, ma una raffica di colpi da mitragliatrice provenienti dal sedile del passeggero ci investì da frantumando il lunotto posteriore. Eva urlò, e abbassò la testa con la cintura intorno al collo. Sid allora mise il capo fuori dal finestrino e, voltandosi, cercò di rispondere al fuoco. Non era però facile: la nostra cherokee era decisamente più ingombrante della macchina che ci seguiva, e la carrozzeria gli copriva in gran parte l’angolo di tiro. Tuttavia, sparò qualche colpo per far capire che, se volevano combattere, non ci saremmo tirati indietro.
A folle velocità, cercai di seminare nei sali e scendi delle colline la macchina che avevamo dietro, zigzagando per renderci un bersaglio più difficile da colpire. Dietro di noi i colpi continuavano però a scoppiettare, e le pallottole a sibilare intorno a noi. Intorno, era tutta oscurità, e sotto gli abbaglianti un contorno nastro di asfalto liscio che non ci dava alcun vantaggio. Mi resi presto conto che, se avessi voluto sfuggire, avrei dovuto trovare un terreno più adatto a noi, fuori strada, ma buttarsi fuori a quelle velocità senza sapere cosa si nascondesse nella notte ai lati d ella strada non era una prospettiva rassicurante.
Un’altra raffica di spari ci colpì, e una pallottola attraversò tutta la macchina frantumando proprio al centro il nostro parabrezza, che esplose rumorosamente in una fragore di miriadi di pezzi di vetro che tagliarono a fette l’aria. Sid si sporse ancora dal finestrino e sparò verso i lampeggianti, cercando di mettere in difficoltà il nostro inseguitore, ma senza successo.
La volante si faceva sempre più vicina, e noi diventavamo dei bersagli sempre più facili. Poi, proprio quando pensai che non ce l’avremmo mai fatta, notai un cartello blu arrugginito e una piccola deviazione per una mulattiera. Infilai la strada all’ultimo, cercando di far perdere la direzione ai nostro inseguitori. Ci riuscii. La volante andò lunga al bivio, e dovette frenare. Nel suono dei freni dei nostri inseguitori che cigolavano, realizzai che adesso il vantaggio era nostro: la nostra vecchia jeep era sicuramente avvantaggiata sul quel tipo di fondo stradale. Non solo, ma i nostri inseguitori sembravano aver perso tempo all’incrocio, e non si vedevano più luci dietro di noi.
Sid si voltò.
- Li vedi? - mi chiese.
Guardai nello specchietto retrovisore.
- No
Non feci in tempo a dirlo che, quando riposai gli occhi sulla strada di fronte a me, un’ombra fulminea mi apparve. Istintivamente, sterzai con tutta forza sulla sinistra, per evitare quell’ombra. Troppo bruscamente. Finimmo definitivamente fuori strada, e in un lentissimo attimo mi accorsi che la nostra anteriore sinistra girava a vuoto, forse in un precipizio. La macchina si ribaltò violentemente, e prima che perdessi i sensi per il forte colpo del volante sul mio torace, mi ricorse in un flash la figura che, in mezzo alla strada, mi aveva fatto perdere il controllo della vettura.
Era la figura di un uomo. Un uomo avvolto in un saio sporco di sangue.



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Leonida, 23 anni
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