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Monday, October 02, 2006 - ore 11:10


27. La forza del senso per loro è altrove
(categoria: " Vita Quotidiana ")


8. Autentico.

Una splendida espressione che si coltivava con fervore ai tempi della civiltà era: l’autentico. Spesso lo mettevamo in connessione strettissima con un altro termine che ci era caro: l’origine. Avevamo questa idea che in profondità, all’origine delle cose e dei gesti, dimorasse il luogo aurorale del loro affacciarsi alla creazione: lì, dove essi inziavano, si poteva scorgere il loro profilo autentico. Lo immaginavamo, ovviamente, alto e nobile: e si misurava la tensione morale di un gesto o di un’idea o di un comportamento proprio misurando la sua prossimità all’autenticità originaria. Era un modo di impostare le cose piuttosto fragile, ma era chiaro, e felicemente normativo. Faceva intravedere una regola: ed era una regola bella. Esteticamente apprezzabile, e dunque, in qualche modo, fondata.

Ma adesso? Se c’è una cosa che i barbari tendono a polverizzare sono proprio le nozioni di autentico e di origine. Sono convinti che il senso si sviluppi solo dove le cose si mettono in movimento, entrando in sequenza le une con le altre, per cui la categoria di origine suona loro piuttosto insignificante. E’ quasi un luogo di immobile solitudine in cui il senso delle cose è ancora tutto da venire. Dove noi vedevamo il nido sacro dell’autentico, dell’originario, loro vedono l’antro di una preistoria in cui il mondo è poco più che una promessa. Dove noi collocavamo l’esistere per eccellenza, autentico e puro, loro leggono soltanto un iniziale momento di pericolosa fragilità: la forza del senso, per loro, è altrove. E’ dopo.

Detto così fa impressione, ma tradotto in qualche esempio vedrete che suonerà meno traumatico. Marilyn Monroe. Qual era l’autentico volto di quella donna? Importa davvero a qualcuno saperlo? Non è più importante registrare quello che ha rappresentato per milioni di uomini, ciò che è stata ed è nell’immaginario collettivo? Se vi dicono che in realtà il sesso le dava fastidio, vi importa qualcosa? Ipotizziamo per un attimo che le desse fastidio veramente: non percepite come questo tratto autentico, originario, non restituisca affatto il senso che quella donna ha avuto per la cultura occidentale? Ciò che è realmente autentico, nella sua figura, è ciò che di quella figura si è cristallizzato nella percezione collettiva. Marylin Monroe è Marilyn Monroe, non Norma Jeane Mortensen (che era il suo nome autentico e originario).

Trasferite un simile ragionamento a qualsiasi evento: e avrete il senso, ad esempio, di questo giornale che state leggendo. Pensate che in queste pagine si stia cercando di ricostruire il volto autentico del mondo? Non c’è traccia di una simile ambizione. C’è invece un formidabile talento (qui e in tutto il giornalismo contemporaneo) nel cristallizzare a realtà il friabile materiale che i fatti sprigionano entrando in connessione con altri fatti e con il pubblico. E’ come se loro (i giornalisti) fossero capaci, più di altri, di seguire le traiettorie dei fatti e scorgere l’esatto punto in cui esse incrociano un ascolto collettivo, un nervo scoperto, una disponibilità d’animo: solo lì, in quella felice congiunzione, i fatti diventano realtà. Quanto conservano dei loro tratti originari e, come dicevamo noi, autentici? Molto poco, in genere. Ma quei tratti, per convenzione, sono divenuti detriti inessenziali. Qualcosa come il nome vero di Marilyn Monroe.

In questo genere di cose il giornalismo, e in genere i media, rappresentano effettivamente la punta avanzata di una barbarie trionfante. Più o meno consapevolmente praticano una lettura del mondo che sposta il baricentro delle cose dalla loro origine alle loro conseguenze. Bene o male, per il giornalismo moderno il punto importante di un fatto è la quantità di movimento che è in grado di generare nel tessuto mentale del pubblico. A livelli estremi, un conflitto epocale e sanguinario in un paesino dell’Africa resta per un giornale occidentale una non-notizia fino a quando non entra in sequenza con porzioni di mondo in possesso del pubblico occidentale. Bisognerebbe ad esempio che Bertinotti ne parlasse, anche solo prendendo un caffè, allora sì potrebbe diventare una notizia. Per quanto possa sembrare assurdo, è esattamente ciò che ci aspettiamo dai media: paghiamo per avere quel genere di lettura del mondo. In ciò, ci allineiamo, non si sa quanto consapevoli, a un’idea di fondo, squisitamente barbara, che in teoria non condividiamo ma in realtà pratichiamo senza alcuna difficoltà: il senso delle cose non alberga in un loro tratto originario e autentico, ma nella traccia che da esse sprigiona quando entrano in connessione con altri pezzi di mondo. Si potrebbe dire: non sono ciò che sono, ma quel che diventano. Comunque si giudichi un simile modo di pensare, quel che ci importa qui è capirne il tratto barbaro: cioè capire che non si tratta di una degenerazione dettata da una forma di follia, ma la conseguenza di un certo modo di pensare il senso del mondo: è il corollario di una logica precisa. Discutibile, ma precisa.

Per questo oggi è divenuto così difficile rifarsi a un senso autentico dei nostri gesti: perché siamo in bilico tra due visioni del mondo, e tendiamo ad applicarle, simultaneamente, tutt’e due. Da una parte conserviamo ancora tiepido il ricordo di quando il senso delle cose era concesso a chi avesse la purezza e il rigore di risalire il corso del tempo, e di accostarsi al luogo della loro origine. Dall’altra sappiamo ormai bene che esiste solo ciò che incrocia le nostre traiettorie, e spesso esiste solo in quel momento: intuiamo che è nel loro istante di massima leggerezza e velocità che le cose entrano a far parte di figure più ampie, dove noi riconosciamo la pregnanza di una scrittura, e dove abbiamo imparato a leggere il mondo. Così deambuliamo piuttosto smarriti, rimpiangendo il tempo in cui i gesti erano autentici, e vivendo quello in cui l’inautenticità è divenuta sinonimo di esistenza.

Non che sia una posizione particolarmente comoda.

9. Differenza.

E già che siamo in una puntata difficile, liquidiamo anche ’sta faccenda della differenza. Che facile non è. Ma importante, sì. Anche qui è utile il riferimento alla civiltà pre-barbara. E prendiamo ancora una volta la musica classica, come esempio più chiaro di altri. Qual era il modello di sviluppo di quel mondo? Voglio dire, il suo modo di crescere, di perfezionarsi, di divenire? In genere, ciò che determinava il movimento era un passo avanti: un miglioramento, un superamento, un progresso. Mozart porta il sinfonismo di Haydn a nuove vette espressive. Beethoven traghetta il sinfonismo mozartiano oltre il Settecento. Schubert porta in superficie le implicazioni romantiche del sinfonismo beethoveniano. Ecc., ecc. Tutta la storia della musica è leggibile come un costante auto-superamento in cui ogni passo prosegue e completa quello precedente. La saldatura del nuovo al vecchio assicurava l’autorevolezza; lo sprigionare del nuovo dal vecchio assicurava il successo. In questo modo il movimento di un particolare gesto creativo veniva ad assomigliare a una progressiva fioritura che esprimeva, alla fine, tutta la ricchezza di un seme originario. A monte di un simile modello dinamico è riconoscibile una convinzione fortemente radicata nel DNA della civiltà borghese e romantica: l’idea che il bello sia indissolubilmente legato a una qualche forma di progresso. Il gesto creatore aveva un valore quando produceva un passo avanti, e il nuovo aveva un valore quando portava a compimento il vecchio. Evidentemente mutuata dalla cultura scientifica (totem indiscusso, per quella civiltà) una simile convinzione portava a interpretare lo sviluppo dell’umano come una ascesa quasi oggettiva, inarrestabile, di volta in volta rimessa in moto dal genio singolare di un individuo particolare.

E’ utile capire che, probabilmente, per i barbari, questo modello di sviluppo non significa quasi niente. Non è loro congeniale. Probabilmente non credono più nel progresso tout court (e chi ci crede più?). Di sicuro hanno in mente un’altra idea di movimento. Il passo in avanti è una cosa che non capiscono: credono nel passo di fianco. Il movimento accade quando qualcuno è in grado di spezzare la linearità dello sviluppo, e si sposta di fianco. Non accade nulla di rilevante se non nella differenza. Il valore è la differenza, intesa come deviazione laterale dal dettato dello sviluppo. Prendiamo la moda, ad esempio. Si può dire che il pantalone a vita bassa è un superamento del Levi’s 501? Non credo. O che l’ombelico di fuori è un passo avanti rispetto alla minigonna? Assurdo. La moda non si spiega con l’idea di un progresso lineare a cui di volta in volta singoli stilisti danno un’accelerata geniale. Se vai a vedere l’esatto punto in cui il sistema cambia, trovi poco più che uno spostamento laterale, la generazione di una differenza. Voi direte: va bè, la moda, cosa c’entra? D’accordo, prendiamo un altro esempio, e torniamo alla musica. Si può dire che i Red Hot Chili Peppers o Madonna o Björk siano il superamento di qualcosa, o un passo avanti rispetto a qualcosa? Magari lo sono anche, ma non è questo il punto. Il loro successo è più probabilmente fondato sulla capacità di compiere un passo di fianco, sulla loro capacità di generare una differenza, forte, ben strutturata, autosufficiente. Non è d’altronde quello che cercano ossessivamente le multinazionali della musica? Un sound differente. Mica cercano un superamento di Springsteen. Cercano qualcosa di diverso da Springsteen. Fanno una fatica tremenda a trovarlo, di questi tempi, e questo ci deve far capire come il passo di fianco sia tutt’altro che facile, e anzi, sia forse la cosa più difficile: quando molto più semplice sarebbe trovare uno Schubert, dopo Beethoven. Ma i barbari non sanno che farsene di uno Schubert. Cercano la differenza.

Ancora una volta: lo fanno perché è coerente con i loro principi. Se il crepitare del senso è inscritto nelle sequenze disegnate dalla gente attraverso la giungla delle cose fattibili, l’obbiettivo di qualsiasi creatività non può essere che quello di intercettare quelle traiettorie e diventare parte di esse: la vedete la necessità di muoversi nello spazio? Nel passo di fianco, qualsiasi tradizione creativa va a cercare il senso là dove esso accade. Nella differenza, e non nel progresso, lo trova. Se volete, proprio il giornalismo, che è ormai una forma d’arte, vi fornisce l’esempio più chiaro: esso non racconta il mondo ma produce news, cioè considera come evento solo ciò che si dà come differenza rispetto al giorno prima. Non ciò che ne è sviluppo, progresso o al limite regresso. La continuità del divenire è poi cautamente ricostruita nei commenti, o in rari reportage che cercano di riallestire narrazioni di mondo. Ma la tecnica di base del giornalismo è oggi una sequenza di passi di fianco che intercettano il senso del mondo registrandone tutti gli scarti laterali. Anche qui, è uno sviluppo orizzontale, nello spazio e sulla superficie, che sostituisce il cammino verticale dell’approfondimento e della comprensione. Apparentemente, una rovina: ma com’è che, poi, ogni mattina, è quel che cerchiamo?
(27-continua)

(2 ottobre 2006 - A. Baricco - www.repubblica.it)

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