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Tuesday, October 17, 2006 - ore 09:05
24.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lentamente, riaprii ancora gli occhi. Ancora una volta il mondo mi accolse dall’incoscienza nelle sue braccia pure e, ancora una volta, mi stupii di essere ancora lì: vivo. Non lo capii dai pochi raggi di luce acquosi che penetravano nei miei occhi disorientati e gonfi; raggi di immagini sfocate e sfuggenti per lo più avvolte nelle tenebre. Fu invece l’insistente e diffuso dolore che invadeva tutto il mio corpo a trascinarmi fuori dall’oblio e scaraventarmi con violenza sulla terra.
Dapprima, uscendo dalla nebbia che mi avvolgeva, il dolore era come un alone avvolto attorno a me: non acuto né pressante, ma presente. Ovunque. Poi, a mano a mano che prendevo lentamente coscienza di me, il suo cappio si faceva sempre più stretto su tutto il mio corpo, comprimendomi il torace, le cosce, la testa e le braccia. Mi accorsi di essere seduto, con la faccia riversa sul petto, le mani legate dietro la schiena. A poco a poco, il dolore si fece sempre più acuto e più localizzato: ai polsi, alla tempia, alla mascella, al ginocchio destro ai polmoni e al piede sinistro.
Mentre riemergevo dolorosamente al mondo, nella sofferenza e nel pianto come fossi un neonato alla prima luce della vita, mi accorsi che faticavo ad aprire l’occhio sinistro, e il destro aveva la palpebra bloccata. Misi a fuoco: realizzai che stavo guardando le mie cosce, e che il mio mento premeva contro il petto. Cercai, con grande sforzo, di alzare la testa, ma non ci riuscii. In gola sentii il retrogusto amaro del sangue, e mi accorsi che una sottile filo di saliva rossastra mi stava scendendo giù dall’angolo sinistro della bocca, per posarsi poi sul mio ginocchio.
Passandomi istintivamente la lingua sul palato mi accorsi che qualche dente mancava all’appello, come il canino inferiore sinistro, e in fondo, sullo steso lato, sentivo chiaramente un molare scheggiato. Tuttavia, non sentivo dolore, e per questo ringraziai l’intorpidimento dei miei sensi.
Di nuovo cercai di alzare la testa, ma lo sforzo mi diede un capogiro, e per qualche secondo la vista mi si annebbiò ancora. Dopo qualche secondo le immagini davanti amme si sgranarono, e guardai a terra. Nella semi-oscurità che poteva provenire solo da una lampada al neon in un ambiente troppo grande per lei, un pavimento giallo incrostato di mattonelle quadrate e regolari mi scrutava dal basso. Qua e là, qualche crepa. Sembrava un pavimento di una di quelle toilette che si potrebbero trovare in un aeroporto di un paese del terzo mondo.
Improvvisamente, un’ombra attraversò il mio campo visivo, schizzando piccola e rapida tra i miei due piedi, e sparendo in alto, al di fuori della mia vista. I miei riflessi erano ancora rallentati, e non capì subito cosa fosse stato. Poco dopo la mia mente mi suggerì che era stato un topo, e io presi quella risposta per buona, e non ebbi più alcun dubbio a riguardo.
In un flash, mi rividi nel corridoio di quell’edificio a Cracovia, quando anche allora uno topo mi schizzò tra le gambe. Desiderai ardentemente essere di nuovo lì, indietro nel tempo, per lasciare Eva dove era a piagnucolare; per evitare tutta quella lunga, estenuante, terribile storia.
- Apri gli occhi – mi disse una voce familiare.
Cercai ancora una volta di alzare la testa, e questa volta ci riuscii, rischiando persino di farla scivolare all’indietro. Solo con estremo sforzo riuscii a bloccarla dal mettersi a rotolare attorno al mio collo come ribelle. Guardai di fronte a me, attraverso il mio unico occhio buono. Gilgamesh, l’uomo col saio macchiato di sangue, stava, piccolo e solido, al centro della stanza, qualche metro avanti a me, con le gambe solidamente piantate a terra sotto la luce artificiale del neon.
Non dissi nulla, ma mi guardai intorno. L’ambiente era enorme, scuro, vuoto. Sembrava un hangar in disuso, largo svariate decine di metri e con un ampio tetto a botte in lamiera. L’interno era puzzolente, e la lamiera del soffitto qua e là era crepata, arrugginita, e attraverso essa, in qualche foro, le stelle facevano capolino, immerse nell’ammasso blu della notte di quella notte brasiliana.
Analizzando l’ambiente, a convincermi subito che non si trattava di un vecchio hangar in disuso furono le pareti: di pietra e molto spesse, scrostate a e alternate da disegni e scritte spray. La puzza di olio e di escrementi d’animale era intensa. La parete di destra, macchiata da mille geroglifici di cui uno recitava “creer es matar”, era integra, mentre la sinistra era attraversata da larghissime campate, alte due metri da terra e che un tempo dovevano essere coperte di vetrate, ma che in realtà ora trattenevano solo qualche pezzo di vetro agli angoli e buona parte della struttura che quelle vetrate doveva un tempo trattenere. Fuori, intravedevo l’erba e i grilli che crescevano alti.
Doveva essere una vecchia fabbrica abbandonata.
Al centro dell’enorme sala stavamo, legati su di una sedia, io e Sid, il quale, alla mia sinistra, stava anche lui riprendendo coscienza. Davanti a noi la figura di Gilgamesh si ergeva solida e indifferente.
- Che cosa vuoi? – gli chiesi. Avrei voluto che la mia voce sembrasse sicura e autoritaria, ma in realtà uscì dalle mie labbra spaccate solo con un sospiro appena percettibile, mescolato ad eccessi di tosse e scatarri.
La voce che mi rispose fu sorprendentemente alta e sicura. Sembrava quella di un adolescente.
- Da voi? Non voglio niente. Tutto quello che mi servirà da voi, me lo prenderò.
In quel momento, a fianco a me, anche Sid si scosse dal suo stato di incoscienza. Vide Gilgamesh davanti a lui, il suo sguardo tradiva sorpresa e orrore. Un secondo dopo: rassegnazione. Mi guardò per un secondo e, incrociando il suo sguardo, capii davvero che era sconfitto. Non aveva più voglia di combattere; per lui era il capolinea. Una gran seccatura, certo, ma forse, dopo migliaia di anni, anche un certo sollievo.
- Immagino che vi starete chiedendo perché siete ancora in vita– disse, pacatamente, Gil.
Nessuno di noi due rispose.
- E’ che avevo una voglia matta di guardare in faccia chi poteva essere così idiota da rischiare così tanto per una partita che non si può vincere -, disse, avvicinandosi lentamente.
Fui io a rispondere, filtrando le parole tra labbra e denti spaccati.
- Non rischiavamo. Non avevamo niente da perdere – e, così dicendo, abbozzai un sorriso. Quel sorriso di chi sa che i giochi sono compiuti, e può permettersi di fare una scenata tanto per il gusto di farla prima di abbandonare il tavolo da gioco. Appena cercai di farlo, però, i muscoli delle guance si contrassero dolorosamente, le arcate sopraccigliari si infiammarono, in una fitta che sembrò percorrere tutto il volto. Emisi una smorfia di dolore,
- Cosa credevate di fare? - rispose severeo Gil - Forse non avete mai pensato contro chi vi siete messi? Con lui non avevate nessuna speranza di vittoria. Mai.
- Almeno qualche grattacapo glielo abbiamo procurato, a quel vecchio balordo – rispose Sid, con evidente soddisfazione e anche lui sfoggiando un lieve sorriso beffardo.
- Però ora siete qui – rispose -, legati a duna sedia e doloranti - un filo di godimento sembrò infiltrarsi nella sua voce -. E vi assicuro che quella che vi aspetta non sarà una mezz’ora di svago e di chiacchiere da bar. Non ho intenzione di lasciare solo a Lui tutto il divertimento per la vostra punizione –.
- E cosa vuoi che ce ne importi? Tra poco sarà tutto finito. Per tutti. Anche per te – gli dissi, ruotando al testa.
Gil rispose con una risata sarcastica, alzando le spalle. - Faremo meglio ad accettarlo dunque; e a conquistarci dei posti in prima fila per la prossima parte delle spettacolo -.
Ma Sid intervenne sospirando e disse: - Gli uomini. Gli uomini salveranno tutti noi -. La stessa speranza di Shaitan.
A quelle parole Gilgamesh proruppe in una sonora risata: sottile e nervosa, tagliente e sibilante come un rasoio
- Gli uomini! – disse con ilarità – Come sei invecchiato , caro Sid. Stai puntando su un cavallo drogato e tenuta in gabbia. Gli umani non faranno nulla. Sono troppo stupidi o con gli occhi troppo chiusi per poter anche solo capire lontanamente le loro potenzialità -.
In quel momento pensai ad Eva. Lei, aveva detto Shaitan, avrebbe saputo ridestare gli uomini e scongiurare quest’Apocalisse. Lei; una bimba. Chissà dov’era. Altre volte l’avevo persa, ma questa volta quasi non me ne importava. Anch’io sentivo di aver raggiunto il capolinea: di non poter far più niente per cambiare il corso degli eventi.
- Gli uomini sono esseri fragili – continuò con trasporto Gilgamesh; l’argomento sembrava colpirlo molto -: gli uomini, presi singolarmente, non sono che micini impauriti. Non possono fare a meno gli uni degli altri, e ciò li rende così vulnerabili. Per poter vivere insieme agli altri, per interagire, scendono fino al minimo comun denominatore, e finiscono per non credere più a nulla se non in ciò che sta sotto i loro occhi; ciò che è accettato da tutti.
E così dicendo si mise a camminare su e giù, davanti a noi. Sembrava nervoso. O impaziente. Fino a quel momento non aveva tradito alcuna emozione ma ora, acceso da quel discorso e da quei pensieri, sembrava essersi animato.
- Ancora oggi, quei ridicoli esseri credono solo alla percezione dei propri sensi – continuò -: credono solo a quello che vedono. Lo fanno perché così possono interagire, avere una base comune da cui partire: qualcosa che sia evidente e vero per tutti loro. Neanche quel ubriacone di San Tommaso sarebbe arrivato a tanto. Ma così facendo sfugge loro tutto il meglio. Credono solo ai propri occhi e non si accorgono nemmeno che tutta la loro vita, ogni cosa, passa fuori dal loro controllo sensoriale; dalla loro comprensione “razionale”-.
Si muoveva sempre più velocemente; quasi a scatti. Dandoci le spalle, si avvicinò al tavolo che stava dietro di lui. Ne prese qualcosa dalla sueprficie e si girò di nuovo, avvicinandosi lentamente, stringendo nel pugno qualcosa.
- E’ incredibile, poi, che non vedano la contraddizione. Dicono di credere solo nel concreto, nel sensibile, eppure tutta la loro vita è basata su cose intangibili; su delle ipotesi che non possono “controllare”. Dall’universo, di cui non conoscono che un’infima parte, agli atomi, che non hanno mai visto ma di cui parlano in teoria. Per loro è la realtà, ma sono tutte costruzioni che si creano e plasmano a loro piacere per poter essere tutti d’accordo. E ci credono così tanto, in queste cose, sono talmente convinti che siano la verità assoluta che, per non rovinare tutto ed essere emarginati, per non urlare la loro verità ad un mondo che li emarginerebbe preferiscono vivere con il paraocchi. Gli uomini… sono solo piccoli viandanti persi nel deserto, che per non morire soli credono nei miraggi che vedono e non si accorgono che la via di scampo è davanti a loro, appena oltre la duna che loro credono sia tutto il mondo.
E così dicendo, arrivò fino a pochi passi da noi. Non lo avevo mai visto così da vicino. Il volto, nonostante mi fosse quasi davanti, era ancora invisibile, calato dietro il cappuccio del saio. La sua mole era tutt’altro che impressionante, eppure la sua presenza trasmetteva un’aura di gelido terrore, tanto che sentii un fremito risalirmi lungo la schiena.
- Ma tutto questo ha poca importanza, ora. Voi siete qui; il vostro risibile tentativo è fallito, e tra poco farete i conti con lui: ma non prima che io mi sia divertito un po’.
E con nostro grande terrore, scoprì la mano, che risplendette terribile sotto al luce spenta del neon. Impugnava uno strano affare di metallo; una specie di uncino che però terminava con un qualcosa che sembrava un raschietto ad U. Lo guardavo pietrificato mentre balenava quel coso nell’aria, e mi sembrava di essere prigioniero dentro una gabbia – il mio corpo – che era di granito puro. Avrei voluto urlare, scappare, impazzire; ma il mio corpo, ancorato alla sedia, mi impediva anche solo di muoversi. Persino i miei occhi si rifiutavano di chiudersi.
Guardai Sid: i suoi occhi erano iniettati di terrore, mentre Gilgamesh gli si avvicinò, prese la mano legata alla sedia di Sid e accostò all’indice il raschietto a U.
- Cominceremo con qualcosa di semplice.
E a quelle parole Sid proruppe in un urlo tremendo, lacerante. Il primo dolore gli stava squassando le ossa. Gilgamesh aveva staccato di netto l’unghia dal dito, facendo leva col suo strumento infernale. Il sangue colò giù dalla mano di Sid, e il nostro aguzzino sembrò entrare in uno stato di eccitata agitazione. Con mosse esperte e fulminee, staccò tutte le unghie delle dita al povero Sid, le cui urla rimanevano terribili, ma sempre più fievoli e stanche. Voltai la testa, per non vedere. Ma anch’io sentii il dolore che Sid provava, e istintivamente chiusi i pugni, quasi a tentare una goffa e improbabile difesa.
Poi le urla finirono, e sentii Sid ansimare singhiozzando al mio fianco. Infine smise, e pensai fosse svenuto. Poi, con terrore, sentii dei passi avvicinarmi.
Fu come un dolorossimo risveglio: fino a quel momento avevo assistito come intontito a tutto quello che mi accadeva intorno, quasi fossero cose che non mi potessero toccare. Ora, alla prospettiva del dolore vero, il mio corpò si tese dolorosamente e si ribello. Non ero più solo io a voler fuggire e urlare: tutto il mio corpo spingeva sulle corde in un vano tentativo di liberarsi, come una lepre incastrata in una tagliola. Chiusi insitentemente gli occhi.
Sid mi prese la testa afferrandomi i capelli. Me la rivolse verso Sid.
- Guarda cosa accade a volersi ribellare. Guarda! – disse con voce gutturale, invasata, spaventosa. - Ma io tenni gli occhi chiusi.
- Ah, non vuoi guardare, eh? Ti accontento subito! – e a quelle parole sentii qualcosa appoggiarsi appena sotto al palpebra dell’occhio destro. Capii subito cosa aveva intenzione di fare, e in un istinto di terrore puro, aprii gli occhi.
E vidi la sua faccia, grigia, irrughita, con lo sguardo contratto in uno spasmo di pazzia e in un ghigno diabolico. Alla prospettiva del dolore, il tempo sembrò scivolare via più lento, i miei sensi sembrarono acutizzarsi.
E poi, inaspettatamente, insensatamente, miracolosamente, qualcosa accadde.
Fu un lento, lunghissimo attimo. Fu come se ogni cosa si fosse improvvisamente immersa in un liquido densissimo, e il mondo si stesse sciogliendo lento e inesorabile davanti ai miei occhi e attorno a quel momento. Il sorriso sbieco e terrificante di Gilgamesh sotto il cappuccio si mutò lentamente in un moto di sorpresa; i suoi occhi pazzi si sgranarono, la sua pelle si tirò e sbiancò ancora di più. La pressione della micidiale arma di tortura da sotto il mio occhio si fece più leggera.
E poi Gil cadde, come un sacco svuotato del contenuto, immobile sul pavimento lurido.
Incapace di capire l’accaduto, intrappolato da una mente sconvolta, sembravo non capire. Poi alzai la testa verso il fondo della stanza. Poco oltre il tavolo, una piccola donna indiana stava davanti a me, con la mano aperta e tesa di fronte a lei, che puntava quello che oramai era il cadavere di Gilgamesh.
La riconobbi. Improvvisamente il mio corpo sembrò cedere, quasi con dolore, al sollievo, e proruppi in un singhiozzo mozzato, quando vidi la piccola e risoluta figura di Eva apparire a fianco di Morte, in fondo alla stanza.
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