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Tuesday, October 24, 2006 - ore 02:03


IL VELO DELLA DISCORDIA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi sono resa conto che, qualora volessi concludere definitivamente la dissertazione - a mezzo blog - su certi argomenti, gli eventi quotidiani, a mezzo mass media, richiamano in me la voglia di proseguire nell’esternazione della personale opinione.

Il tutto nasce da una trasmissione televisiva (mi sono persa il match ma ho preferito Criminal Minds) durante la quale Ali Abu Shwaima, imam della moschea di Segrate, ha tacciato la onorevolessa Daniela Santanchè, politica dei salotti bene italiani, di essere una ignorante.

Val bene che la Santachè sembra tutto fuorchè una politica/politicante (non lo sembrava la Staller e non lo sembra nemmeno la Jervolino) ma l’apparenza inganna.

Ma cosa ha fatto la "tutt’e bell’e pettinata" Santanchè da far infuriare questo imam (che, richiamando i miei post precedenti in merito al confronto, si è espresso con un italiano approssimativo quasi a dimostrazione della difficoltà di integrarsi per un integralista che risiede da circa 40 anni nel nostro Paese ma che coltiva l’ambizione di convertire gli italiani all’islam)?

Ha sostenuto che «il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto dal Corano».

«Il velo è una legge che Dio ha mandato. È Dio che lo dice, l’uomo non può negarlo. Se uno crede nell’islam lo segue. Senza essere uno che non crede, di dire che non lo deve portare» risponde (termine leggero togliendo dal senso dell’azione i toni accesi) l’imam, come riportato dall’articolo sul Corriere della Sera di Magdi Allam.

E dopo tutto questo «Lei è un’ignorante, è falsa», «lei semina l’odio, è un’infedele>>

Ora ammettendo che siamo tutti ignoranti e nessuno onnisciente (dalla Santanchè all’imam stesso scendendo sino alla sottoscritta), mi vengono dei dubbi: se è vero quel che afferma - sempre l’imam - come mai in un paese intero, il Marocco, la quale religione ufficiale è l’islam, l’uso del velo (hijab) è ufficialmente in disuso? Scuole e università, uffici pubblici, polizia e linee aeree hanno iniziato a impedire l’uso dell’hijab. Meno che meno il niqab, ovvero il tessuto che copre il viso e quasi nessuno usa in Marocco.

Ma dove arriva questo velo o hijab? Il hijab, la copertura, è un obbligo divino verso le proprie fedeli, oltre che una forma di protezione dalle possibili conseguenze dell’eccitazione maschile nel vedere le forme di una donna. Inoltre, si tratta di un gesto di rispetto nei confronti del proprio marito o i propri genitori e fratelli, gli unici autorizzati a vedere la "nudità" della donna. Il hijab, perciò, rappresenta il rispetto e la protezione della donna, costituisce una barriera al desiderio dell’uomo e allontana i rapporti sessuali illeciti.

Per non passare da ignoranti il termine hijab nel Corano è richiamato solo sette volte: poche per un elemento che avrà tanto significato nei secoli futuri. Durante la vita di Muhammad (Maometto) non vi è nulla che testimoni un simile uso da parte delle sue numerose mogli. In genere si fa però risalire la rivelazione circa il velo al versetto 53 della sura 33: a Medina, nell’anno 5 dell’Egira, dopo aver sposato la cugina Zaynab, Muhammad non riesce ad allontanare i numerosi ospiti presenti nella propria casa e così, a un certo momento, decide di tirare una cortina (sitr) che divida la stanza in una parte destinata a tre ospiti particolarmente invadenti e un’altra riservata alle attenzioni di Zaynab verso il marito. Fu lì che scese la rivelazione dell’ hijab, il velo: "Quando chiedete ad esse (le mogli del Profeta) un qualche oggetto, chiedetelo da dietro una cortina: ciò è più puro per i vostri cuori e per i loro". È quindi una circostanza particolare che rende necessaria la separazione fra gli estranei alla casa di Muhammad e le donne, in questo caso esplicitamente solo le sue. Inoltre, il termine hijab viene usato più volte con significati del tutto diversi: come barriera che impedisce al credente di vedere Allah durante la rivelazione (Corano, XLII, 51); come velo con cui Maria, la madre di Gesù, si riparò dagli sguardi indiscreti della propria gente (XIX, 17); come barriera che separa i dannati dai beati nel giorno del Giudizio (VII, 46). Esiste poi l’espressione "darabat al-hijab" cioè "ella mise il velo", a significare "sposò il Profeta"; solo le mogli di Muhammad potevano infatti portare il velo (XXXIII, 59), e questo perché le si distinguesse dalle altre donne, in particolare dalle concubine, e perché fossero particolarmente rispettate dai fedeli, a cui peraltro il Corano faceva espresso divieto di sposarle in caso di ripudio o di morte del loro marito. In senso ancora più generale, l’espressione indica il "velo" della notte che avvolge il sole al tramonto (XXXVIII, 32), o ancora, e in senso mistico, è il buio che ottenebra il cuore e i sensi degli empi (XLI, 5).

Ora, per chi ha avuto voglia di proseguire sino in fondo a questo post, chiedo: l’ignoranza peggiore è quella di chi non sa o di chi la usa per diffondere le proprie idee, interessi, dominio ecc?
Ne conosco altri casi, come questi... ma le chiamavo in altre maniere.

Vs Madre degli Ignoranti
Robye

PS: la Santanchè ha almeno rimediato un’auto blu gratis a nostre spese (in trasmissione era andata a pubblicizzare un suo libro, puntualizzo).




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