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Thursday, October 26, 2006 - ore 08:58
25.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La pioggia scendeva sottile, obliqua e fredda, sopra le campagne avvolte nell’oscurità. Un vento sinuoso sembrava aggirarsi tra l’erba, mescolando le sottili gocce taglienti in un ballo agitato, cosicché quasi non si riusciva a comprendere da dove venissero. Tutto intorno un silenzio profondo, segnato, aleggiava nell’aria umida. Un piccolo fiume faceva scendere le sue pigre e lente acque attraverso al terra, accarezzandola dolcemente in spire sonnolente.
Di fronte a me, nell’oscurità oltre al ponte di legno, niente dava ad intendere dell’esistenza del piccolo villaggio contadino di Daewon, nella più profonda campagna cinese. Solo la luce soffusa della luna piena illuminava a tratti i tetti scrostati e opachi delle abitazioni, dando al villaggio una ragione di esistere. Ogni casa stava rannicchiata nel terreno come un piccolo e indifeso animale; un animale che si fosse nascosto in qualche recondito meandro nella terra, addormentandosi pur se avvolto nel terrore che qualche ostile predatore sbucasse all’orizzonte per rapirlo nel sonno.
Attraversai il ponte a passo deciso ma silenzioso. Le assi marce scricchiolarono sotto di me, mentre il fiume si srotolava sotto di me come un nero e lento serpente. Nell’oscurità, al cosa più vivida e lucida nella mia mente erano ricordi delle terribili ore appena trascorse, e della paura e la rabbia che si erano impadroniti di me durante quel periodo. Paura, terrore, angoscia. E infine, sollievo. Ancora vedevo la mano tesa di Morte attraverso la spettrale stanza in cui ero stato legato e quasi torturato; vedevo il suo volto teso eppure rassicurante; vedevo la vita tornare e, a fianco a lei, Eva. Lei; la speranza rediviva, portata e salvata da Morte. Ironico. O forse no.
Ricordavo ancora, quasi si fosse trattato di un lungo sogno liquido, le vecchie dita di Morte che mi slacciavano i legacci che mi tenevano prigioniero. Il viso inespressivo eppure consolante di Eva, che mi guardava da lontano. E poi Sid che, semicosciente, fu slegato, svegliato e trascinato fuori. L’ultimo disperato sguardo all’enorme stanza alle nostre spalle, al tavolo pieno di strumenti di tortura, e alla figura vuota del cadavere di Gilgamesh, steso a terra quasi al centro della stanza, investito e fatto a fette dalla spietata luce del neon. E poi le guardie a terra fuori dalla porta; morte. E ancora, la periferia di una qualche città che ci accoglieva, con la sua aria malsana eppure così splendidamente fresca e libera tra i suoi acri di pantano infestati dai topi e tra i suoi alti palazzi grigi infestati dagli uomini: e in mezzo a quell’aria, emerso dal buio, sorpresa! Zarathustra, Thus, che ci accoglie, ci dà una mano a trasportare Sid e subito mi investe di parole forsennate. E non mi piace, e non so cosa ci faccia lì, ma sono felice e grato di vederlo.
Scesi dal ponte. Davanti a me, una strada tagliava ampia e diritta il villaggio, lasciandosi ai suoi fianchi strumenti di coltivazione, carri, aratri e case. Le case si disseminavano, tarchiate e fatiscenti, ai lati dello sterrato, inframezzate da stalle e stie a cielo aperto. L’odore caldo del bestiame aleggiava nell’aria per alcuni istanti, prima di essere schiacciato a terra dalla pioggia e dal vento, e lì infine trasformarsi in un vapore indistinto che veleggiava a qualche centimetro da terra. Ogni tanto, qualche meteora sotto forma di un cane denutrito o di una gallina spelacchiata sembrava attraversare, nella penombra, quella via lattea che era la strada a cui sembrava aggrappato tutto il paese di Daewon; un luogo che conservava il suo nome al mondo solo grazie alla memoria degli uomini che lo abitavano. Uomini che così poco contavano e sapevano di contare.
Avanzai lentamente. Sotto la pelle, ancora le ferite lasciate dall’incidente in macchina e, ancora più in profondità, le angosciose sensazioni ancora vive delle torture. Ancora non riuscivo ad aprire appieno l’occhio sinistro, le gambe mi dolevano, la testa galleggiava quasi drogata e, nei momenti peggiori, ancora potevo sentire il tocco gelido di quel maledetto arnese di ferro sotto la palpebra paralizzata. Chiusi gli occhi, quasi a non ricoprdare, ma accaddeil contrario: risentii le urla di Sid mentre Gilgamesh gli staccava le unghie, e lo sguardo pazzo e frenetico di quest’ultimo che aleggiava davanti a me.
Mi scossi; spaventato, ancora sorpreso. Guardai avanti a me: non c’era anima viva. Non vedevo come avrei potuto trovare Kung, il terzo Menshiah, tra quelle case che odoravano di legno fradicio. Quando eravamo usciti da quella camera degli orrori in Brasile, Morte non aveva perso poi molto tempo. Aveva aspettato solo quei pochis econdi perché mi riprendessi dallo shock e aveva detto:
- Devi sbrigarti: devi andare in Cina a trovare Kung: siamo tutti in grave pericolo -.
- Ti sbagli: loro cercano me. E soprattutto lei -, avevo risposto, un po’ intontito, indicando Eva.
- Ho ucciso una persona che non era nella lista – replicò lei lapidaria -: non ci metteranno molto adesso a capire che si tratta solo di te e Shaitan. Adesso hanno al conferma che anch’io e altri siamo coinvolti, e reagiranno di conseguenza -. I suoi occhi balenarono nel buio. Non sembrava esserci più traccia della dolcezza e affabilità che avevo visto in lei nella sua casa, a Bombay.
- E cosa conti di fare? – ero ancora confuso: non ricordavo cosa mi aveva appena detto.
- Dobbiamo cercare di depistarli: loro credono che Eva sia con te. Ma andrai da solo in Cina in cerca di Kung, sperando che sappia come poterci dare una mano. Intanto io, Sid, Thus e Eva staremo qui, ci nasconderemo e organizzeremo la nostra difesa.
Avevo guardato Eva con un segno di diffidenza: avevo protetto quella bambina per troppo tempo per poter pensare di poterla abbandonare così, su due piedi. Ma Morte sembrò capire subito le mie intenzioni. Sorrise, di nuovo affabilmente, come faceva una volta. La pelle caffelatte si distese e il punto rosso sulla fronte si fece quasi più luminoso.
- Non preoccuparti: starà bene – aveva detto, mettendomi una rassicurante mano sulla spalla.
Camminavo tuffando i piedi nella nebbiolina che saliva del terreno. Faceva parecchio freddo. Ogni tanto qualche breve zaffata di calore proveniva da una delle stalle al lato della strada. Avanzavo nel chiaro di luna, seguendo il mio fiato che diventava condensa. Camminavo senza sapere esattamente dove stavo andando. Oramai lo avrete capito: non ero più in controllo di me stesso da tempo, e in particolar modo dopo le “attenzioni” di Gil la mia mente vagava in una coltre di incoscienza e indolenza degna di uno sbronzo irlandese il giorno di San Patrizio.
Così, camminavo nell’ombra senza curarmi davvero di dove andassi, quando una luce, inaspettata, si accese a pochi metri davanti a me. Proveniva da una delle case. Mi avvicinai in silenzio. La caratteristica forma del tetto, con spioventi a U, gocciolava della umidità raccolta sulla sua sommità. Sembrava una casa motlo scarna, ma robusta. Nonostante la sua estrema sobrietà, sembrava una delle meglio tenute del villaggio. Una flebile luce, come dki lanterna, proveniva dall’interno.
All’improvviso la porta si aprii, e ne apparve una figura alta e dinoccolata, di mezza età, con baffi e capelli cresci avvolti in un berretto di lana. Nelle mani, appoggiato sulla spalla, teneva qualcosa di molto lungo, tanto che dovette abbassarsi per farlo passare sotto la piccola porta. Appena uscito, alzò lo sguardo senza sorpresa verso di me. Annusò l’aria del mattino, tirò col naso e sputò a terra. Mi guardò ancora e disse:
- Seguimi.
Uscimmo in silenzio dal villaggio, lasciando la strada principale e inoltrandoci in un sentiero quasi invisibile tra l’erba alta. I grilli a poco a poco tacquero e, oltre agli alberi e alle risaie, lontano, verso est, sembrò che per un attimo – Sì, anzi no – una pallida luce mettesse timidamente il capo fuori dalla coltre fredda della notte.
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