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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Thursday, October 26, 2006 - ore 10:01


13.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Qualche minuto più tardi, eravamo di nuovo in sala d’aspetto. Stavamo per avviarci verso le uscite. Camminavamo tutti e tre uno a fianco all’altro.

Sempre camminando, gli dissi:
- Allora Lazzaro… grazie dell’aiuto.
Mi guardò.
- Mi dispiace di non aver potuto essere più utile – disse, probabilmente conscio della mia incredulità e del fatto che stessi pensando di aver solo perso del tempo a venire fin là.
- Arrivederci - dissi.

Feci qualche passo. Poi lui mi si parò davanti, tra me e la porta di vetro scorrevole dell’uscita.
- Mi raccomando! Non parlarn…

In quel momento un boato irruppe nella stanza. Un fragore di vetri spezzati si diffuse tutto attorno. Il tempo sembrò rallentare, e vidi il volto di Lazzaro comprimersi in una smorfia di dolore e cadere in avanti, verso di me e la bambina.

Rimasi attonito. Qualcosa sembrò scattare in me. Ci sono momenti in cui il corpo esce allo scoperto. Momenti in cui scatta l’allarme rosso, e le braccia e le gambe e il busto sembrano correre molto più velocemente della mente e dirle: “Ok; non abbiamo tempo di pensare. Da adesso in qua comandiamo noi”. E allora succede che ti tiri in salvo. A volte. Ma a volte commetti gravi errori. Non fu quello il caso.

Nel momento in cui vidi gli occhi di Lazzaro spalancarsi; quando sentii il rombo abbattersi e le schegge di vetro impazzire, con uno scatto di nervi che, in altri momenti, non mi sarei riuscito a riconoscere, presi la bambina e mi tuffai al riparo, tra le fila di poltroncine della sala d’aspetto. Tutto intorno le urla dei presenti e le schegge di terrore si levarono alte, trascinandosi in un turbine nervoso di isteria. La gente cominciò a correre come impazzita. Il corpo di Lazzaro cadde pesantemente a terra, senza vita. O ancora per poco.

Tra il caos isterico generale di pazienti e personale medico, mi voltai verso l’entrata e vidi due figure ergersi poco oltre l’entrata in frantumi. Riuscii a distinguere la loro mole possente, la loro pelle nera nella notte, le loro tute mimetiche militari e i loro maledetti fucili a ripetizione.

Non ci fu bisogno di domande. Prima che si avvicinassero di un altro passo, presi rapidamente sotto braccio Eva e fuggii dalla stanza. La bimba cominciò subito a urlare, piangere e dimenarsi. Girai l’angolo e mi appiattii contro il muro del corridoio, tappando la bocca con la mano ad Eva, che presto si calmò.

Sbirciai da oltre l’angolo. I due miliziani erano entrati al centro della stanza, e urlavano qualcosa in una lingua sconosciuta, mentre tutti si buttavano a terra con le mani dietro alla nuca. Si guardarono intorno. Uno si avvicinò al copro di Lazzaro, voltandolo col piede e controllandone la targhetta sul petto; l’altro avanzò verso di me, circospetto. Non mi aveva ancora visto.

Mi mossi lentamente lungo il corridoio, verso le scale. Avevo ormai acquistato una decina di metri, e stavo per svoltare nuovamente l’angolo quando uno dei due mi vide. Urlò qualcosa all’altro e cominciò a correre nella mia direzione. Misi giù Eva e, prendendole la mano, le dissi:
- Corri!

Non se lo fece ripetere due volte e scattammo oltre l’angolo, passando oltre la grande porta ad ante scorrevoli del pronto soccorso.

Ci trovammo in un grande stanzone con due fila di letti sulle pareti, dove diversi pazienti erano distesi assistiti da alcune infermiere. Arrivammo al centro della stanza esentimmo la porta alle nostre spalle aprirsi. Svoltai violentemente a destra senza guardare, strattonando via Eva: appena in tempo per evitare la scarica dei mitra verso di noi. La gente alle nostre spalle cominciò ad urlare. Di nuovo anche i due inseguitori cominciarono ad urlare, minacciando i pazienti e il personale medico. Questo fece perdere loro un po’ di tempo.

Aprimmo una porta, e ci trovammo dentro una grande stanza buia, divisa in tanti piccolo corridoi da enormi scaffali di metallo traforato pieni di medicinali. Senza aprire la luce, chiudemmo la porta dietro di noi. Attraversammo la stanza al buio. Sfiorando la mano con lo scaffale mi accorsi quando fu tempo di svoltare. Girai a sinistra e mi acquattai a terra, trascinando con me Eva con le spalle appoggiate ad uno scaffale. Non potevo vederla ma dal suo respiro affannoso e dal tremito della sua mano nella mia potevo sentire la sua paura tagliare l’aria.

Sentimmo la porta aprirsi; i nostri inseguitori erano entrati.

Cercarono l’interruttore per un attimo, ma sembrarono non trovarlo. Mi guardai attorno. Vidi, lontano, una flebile luce filtrare da sotto una porta, a circa una quindicina di metri da me, nella stessa direzione in cui ci stavamo dirigendo prima.

I due avevano rinunciato a trovare l’interruttore, e cominciarono a muoversi circospetti nel buio.

Mi avvicinai ad Eva e le dissi con un filo di voce:
- Vedi quella porta laggiù? Quando te lo dico, corri verso la porta, attraversala, chiudila e poi aspettami dall’altra parte. Pronta?
- …
- Pronta?
- Sì.

Mi voltai verso lo scaffale, alzandomi lentamente in piedi. Sfiorando immobili con le dita avevo notato che le file non si trattava un blocco unico, ma di molti scaffali allineati, larghi circa due metri. Poggiai le mani sulla parte alta dello scaffale. Sentivo i passi avvicinarsi lentamente.

- Vai! – dissi sottovoce.
Eva cominciò a correre verso la porta, e subito i due vennero attratti dal rumore dei suoi passi. Cominciarono a correre verso di noi. Appena li sentii abbastanza vicini, spinsi con forza lo scaffale, che si rovesciò sopra di loro. Poi scappai anch’io verso la porta.

Sentì un urlo alle mie spalle, seguito da una scarica di mitra. Arrivai sulla porta insieme a Eva. La aprii e feci entrare lei. Nel chiarore della luce che penetrava sulla porta aperta mi voltai un secondo. Uno dei due uomini era a terra, ma l’altro mi stava puntando il fucile contro. Una pallottola viaggiò nell’aria e mi colpi la splla. Urlai. Attraversai la porta e la sbattei alle mi spalle, giusto mentre sentivo i colpi violenti del mitra abbattersi come grandine sull’altra parte del muro.

- Ti sei fatto male? - chiese Eva.
- Non è niente - dissi, reggendomi con l’altra mano la spalla - corri.

Continuammo a correre. Trovammo delle scale e vi salimmo. Rallentammo, affaticati, ma a metà della prima rampa sentimmo la porta della stanza dei medicinali sbattere.

- Presto ! Presto! Corri! - Urlai ad Eva.
All’altezza della terza rampa una scarica di proiettili venne dal basso. Continuammo a salire. Un medico uscii da una porta e lo spostai con violenza.

Arrivati alla fine della rampa, aprimmo la porta. Ci trovammo davanti un lungo corridoio trasversale, con molte porte che si aprivano sui lati. Chiusi la porta e presi istintivamente un lettino lì vicino, mettendocelo davanti. Svoltai a destra e ricominciai a correre. Sentii alle spalle il rumore del lettino spostato via; non aveva funzionato: la porta si apriva sull’esterno. Comunque avevamo guadagnato qualche secondo.

Svoltai l’angolo e entrai nella prima porta che trovai. Ci trovavamo in una piccola sala da operazione. Mandai Eva avanti, verso la porta dall’altra parte. Io presi un grande vassoio di metallo e aspettai qualche secondo dietro la porta. Quando lo sentii arrivare lo colpi fortemente di taglio col vassoio sul volto. Cadde a terra all’indietro, perdendo l’equilibrio e battendo leggermente la testa sullo stipite della porta. Approfittando di quel suo momento di spaesamento, mi accosciai a terra e presi il primo ferro caduto dal vassoio che mi capitò in mano – un paio di forbici operatorie – e le conficcai con forza nella coscia dell’uomo stesso a terra. Purtroppo mi accorsi di non aver preso in pieno il bersagglio ma solo di taglio.

Un grosso urlo di dolore si levò. Mi voltai e ricominciai a correre, maledicendomi subito dopo di non averne approfittato per sottrargli l’arma. Uscii dalla stanza, raggiunsi Eva e le ripresi la mano. Mi guardai velocemente attorno. Vidi un cartello sulla parete davanti a me con una scritta incomprensibile ma affiancata dal disegno di un elicottero. Seguii la freccia e, salendo una piccola rampa di scale di metallo. Arrivammo al tetto.

Uscimmo nella notte grassa e calda dell’Africa. Subito dissi ad Eva di correre dall’altra parte del tetto e aspettarmi lì. Poi mi infilai le dita in bocca e ed emisi un forte fischio.

Mi acquattai di nuovo dietro alla porta. Dopo qualche secondo l’uomo arrivò. Io saltai fuori e lo spinsi dalle spalle contro il parapetto. Urtammo violentemente contro la ringhiera di metallo. Ringhiammo entrambi epr il dolore delle reciproche ferite.

Le braccia dell’uomo erano rimaste oltre al parapetto, così sferrai un forte colpo dal basso ai gomiti dell’uomo, che mollò la presa e fece cadere il mitra di sotto. Riuscì però a recuperarlo per la tracolla, e subito dopo reagì veloce rifilandomi una forte gomitata sul naso. Indietreggiai confuso. L’uomo si girò per recuperare il mitra, ma proprio quando lo ebbe in mano mi scaraventai verso di lui afferrando la canna del fucile. Allora l’uomo sparò. Spalancai gli occhi. Per un secondo pensai che la mia corsa stesse finendo lì.

Incredibilmente però, non sentì alcun dolore. Forse i colpi erano passati sotto l’ascella. Comunque non ci pensai e cercai subito di alzare e muovere a vite il mitra per far compiere alle braccia del mio avversario un movimento innaturale. La mossa questa volta riuscì, seppure fu dolorosa anche epr me e la mia spalla. L’uomo si trovò in forte posizione di svantaggio. Lo sgambettai e lo feci cadere pesantemente a terra. Lo colpì dunque con un colpo alla mascella e gli strappai finalmente il mitra dalla mani, gettandolo lontano.

A questo punto lo colpii forte con un calcio in mezzo alle gambe. L’uomo si piegò in due dal dolore e io mi voltai. Sentii senza vcoltarmi che le mie renne stavano arrivando, attirate dal mio richiamo. le vidi con la coda dell’occhio atterrarare velocemente sulla piattaforma per elicottero.

- Eva! – urlai.
La bambina saltò fuori dal suo nasconfiglio, e non ci fu bisogno che le dicessi di saltare a bordo. Corremmo entrambi verso la slitta e velocemente vi entrammo. Guardai verso l’uomo. Si stava riprendendo, e stava per impugnare una pistola semiautomatica.

Spronai con forza le renne e partimmo veloci nella notte di melassa di Kinshasa, mentre alcuni piccoli tuoni gialli di pistola spezzavano l’aria sprizzando dal tetto sottostante.

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Leonida, 23 anni
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