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lunedì 30 ottobre 2006 - ore 00:10


invisible..
(categoria: " Vita Quotidiana ")




- Salta su! -
- Dove andiamo? -
- Verso le stelle. -
Sorrido malizioso, mentre lei sale in macchina e si sposta via i capelli dal viso.
Amo quel gesto, è come quando si spostano le quinte per permetterti di vedere lo spettacolo.
Qui lo spettacolo sono i suoi occhi, occhi che hanno visto tanto e tanto hanno da raccontare.
- Dai, dimmi dove andiamo! -
- Te l’ho detto, verso le stelle. -
Fa il broncio, ma la conosco, in realtà la cosa la diverte da morire: adora le sorprese, le cialde per il gelato e il mare.

E me.
Metto nello stereo una cassetta degli Smiths e accendo il motore.
I chilometri scivolano via mentre lei racconta.
- Mi piace viaggiare di notte. Mi ricorda di quando ero piccola e andavamo dai nonni a cena: al ritorno io mi stendevo sul sedile posteriore e mio papà faceva finta che ci fosse solo il cappotto, allora diceva a mamma "Dov’è la piccola? L’abbiamo dimenticata dai nonni!" e mia mamma "Eh sì, abbiamo preso solo il suo cappotto. Poco male torneremo a prenderla domani" e andavano avanti così per i quindici chilometri del viaggio. Poi, quando arrivavamo, papà mi prendeva in braccio e mi portava in casa, continuando a fingere che ci fosse solo il mio cappotto. A me piaceva da matti questa cosa, perchè amare, alla fine, vuol dire esserci anche quando si è invisibili. -
Silvia è così, ti parla di cose apparentemente stupide per poi stangarti alla fine con una frase che ti lascia senza parole.
Mi salva Morrissey, per fortuna, dal dover dire qualcosa, perchè a quel punto parte There’s a light that never goes out e ci mettiamo a cantare a squarciagola e io so che lei gongola almeno quanto me quando di sottofondo c’è una canzone adatta all’occasione.
Ad un certo punto le luci della città sfumano, fino a scomparire del tutto.
Fino a lasciare il passo alle stelle.
Siamo arrivati.
Fermo la macchina.
- Scendi -
- Dove siamo? -
- Sotto le stelle, l’unico posto dove valga la pena stare. -
Mi sorride.
Dissimulo la gioia che provo per averla lasciata io, per una volta, senza parole, andando a prendere le birre dal baule.
Ci stendiamo sul cofano, birra in una mano e sigaretta nell’altra e stiamo così, per non so quanto, in silenzio.
- Mi racconti una favola? - dice Silvia con una voce che non le sentivo da tempo, quella voce da bambina che le viene quando si sente al sicuro ma vuole che tu la tranquillizzi sul fatto che è una condizione che non finirà presto.
- C’era una volta... - inizio, ma mi interrompe subito (lei è bravissima ad interromperti e poi a farti credere che sia tu che la stai interrompendo quando cerchi di riprendere il discorso; ma questa è un’altra storia).
- No, dai, fai "C’è adesso" -
- Ok. Tanto per chiarire subito, la vuoi a lieto fine? -
- No, la voglio a lieto svolgimento. Come finisce è poco importante, l’importante è che la gente stia bene mentre vive le cose. - Silvia. Eh.
- Va bene. Allora la favola è già bella che finita. -
- Perchè? -
- Perchè quando le cose vanno veramente veramente bene non c’è bisogno di parole. -
Posa la sua testa sulla mia spalla.
E so che ha capito e che la pensa come me.
Non me l’ha mai detto, ma l’ho sempre saputo.
Anche prima che decidesse di andare verso le stelle senza di me. Due anni fa.
Finisco la birra, risalgo in macchina e mi dirigo verso casa.
Senza Silvia.
Per la prima volta, in due anni.
Perchè l’amore è esserci, pur rimanendo invisibili.



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