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Thursday, November 02, 2006 - ore 00:04 NO COPYRIGHT, MANCASSOLA IL MIO VENETO: FRAMMENTI Da vicino, la mia terra è torbida e splendente. In autunno puzza di mosto e di smog. Un giorno uscì una mia intervista sul Corriere Sera Veneto, in cui parlavo della rovina del paesaggio veneto. ‘Non esiste più un frammento di paesaggio libero. Una successione monotona di fabbrichette, centri commerciali, sexy shop, baracche, tabernacoli religiosi, banche, villette a schiera, distributori… L’intera regione è diventata un enorme sobborgo suburbano. Un vero e proprio sobborgo dell’anima. Da Mestre a Verona è una specie di vaga, nebbiosa, orrenda Los Angeles.’ Pochi giorni dopo mi arrivò per conoscenza un comunicato dell’ufficio stampa di Galan, presidente della Regione. Il comunicato annunciava che il Presidente aveva dato il via a un’opera di bonifica paesaggistica, facendo abbattere alcune brutture architettoniche. Bene, pensai. La bruttezza si può abbattere. Ma la bellezza, si potrà ripristinare? Verona è una delle città più belle del pianeta. Indubbiamente. Ci andavo a scuola e ci conservo ricordi. Oh, comprare vestiti usati il sabato pomeriggio in Piazza Erbe. Tutto quello strano periodo nella mia scuola, quando uscì la storia del ragazzo che aveva ucciso i genitori per godersi l’eredità. I professori che non sapevano cosa dirci. Il professore di matematica, il terribile, il temuto, che di sua volontà sospese la lezione per parlare della Guerra del Golfo. Le manifestazioni studentesche in Piazza Bra. Quella manifestazione antifascista, tempo dopo, in cui durante un tafferuglio presi una monetina in faccia. Certe volte la sento ancora bruciare. L’affabile padre di famiglia che a un angolo di strada mi allungò, con sorriso argenteo, un volantino di Famiglia e Civiltà contro l’infame malattia omosessuale. A Verona, città dell’amore, la gente tocca e consuma il seno della statua di Giulietta. Io e la ragazzina con cui stavo al tempo, dopo la scuola, sulle panchine lungo l’Adige. Il gusto salato della sua pelle dopo le ore di educazione fisica. O io e un ragazzo sulla sua vecchia Renault 4, a zonzo sulle colline, in cerca di un posto dove stare soli. A Verona, la settimana scorsa, il Papa ha annunciato che la Chiesa non si occupa di politica. Si deduce che è la politica a farsi occupare dalla Chiesa, vista la massiccia presenza di leader politici alla messa celebrata allo stadio Bentegodi (altro ricordo: lo scudetto del Verona, 1984-85). Che una simile spettacolare ipocrisia venga inscenata lì, a Verona, mi disturba da un punto di vista intimo. Come se una persona venisse a casa mia, ci venisse apposta, per dire qualcosa di totalmente osceno. C’è un disagio estetico in questo. Qualcosa di intollerabile. L’ipocrisia è la morte, e dove noi abbiamo celebrato la vita fatichiamo ad accettare la morte. D’altro canto si sa che nulla accade per caso. Tutto accade per qualche motivo in un tempo, in un posto. Verona nera. Anni 80, i terrificanti omicidi del gruppo nazista Ludwig. Qualche anno dopo, il famoso colonnello monarchico, più volte accusato di tentativi golpisti, al matrimonio di mio fratello (non per invito della mia famiglia). I convegni di estremisti di destra e cristiani integralisti puntualmente patrocinati dalle istituzioni locali. Eppure, oggi, a Verona un tasso altissimo di popolazione immigrata. E soprattutto di immigrati integrati. In una copisteria in riva all’Adige andai a fotocopiare il mio primo romanzo inedito. Quando uscii le fotocopie erano calde, in mano, come pane appena sfornato. La città dove morì un caro. Più in là c’è Vicenza. L’altra ‘mia’ città (sono nato a metà tra Verona e Vicenza). La città dell’incantesimo architettonico palladiano. La città della base Nato per la quale si è annunciato, di recente, un contestato progetto di ampliamento. I soldati americani li vedi fare jogging in gruppo, la mattina presto, in Campo Marzio. A metà anni 90 ricordo alcuni di loro, della caserma americana, venire con noi ai rave. Dopo ogni pasticca bevevano litri di latte. Li vedevi là in mezzo, tra orde di gente seminuda e sballata, trangugiare dai loro cartoni di latte. Serviva a ripulirsi dalle tracce di anfetamina, dicevano, nel caso in caserma ci fossero test antidroga. A Vicenza Berlusconi torna, in questi giorni, per capeggiare una rivolta anti-governo. Il suo tentativo di riscatto, forse, dallo smacco che subì prima delle elezioni (sempre qui, al celebre convegno di Confidustria dove gli industriali lo contestarono). Le telecamere dei tg nazionali si aggirano tra i manifestanti di Piazza dei Signori, raccogliendo interviste piuttosto imbarazzanti. Chiunque manifesti per le proprie idee porta in faccia, in genere, una forma di bellezza o quanto meno purezza (anche quando, magari, quelle idee sono aberranti). Ma questi no. Questi non sembrano avere idee. Farfugliano al microfono vaghe pretese di ‘pagare meno tasse’. Perché, in base a quale diritto, loro che di soldi ne guadagnano con evidenza parecchi, non si sa. Il Veneto a volte mi sembra un grande reality show. Non che altre regioni siano molto diverse (l’unica Italia ‘normale’, fatta di gente vera, mediamente ragionevole e cordiale, è per me l’Italia del centro: Toscana, Umbria, Marche, parte dell’Emilia Romagna e parte del Lazio). La ‘sensazione del reality’ è la sensazione di quando sembra che nessuno parli davvero a nessuno –stanno tutti atteggiandosi, semplicemente, davanti a una telecamera più o meno visibile. L’italiano parlato con accento veneto, e segnato da quella particolare inflessione leziosa che solo gli arricchiti hanno, contribuisce a questo effetto de-realizzante. Se nei maturi manifestanti di Piazza dei Signori questo effetto sfocia nel grottesco politico, nei ragazzi ultrafashion dei centrocittà, così lucidi e autoconsapevoli che nemmeno nei quartieri di Miami o di Tokyo, l’effetto sfocia nel grottesco estetico. Il loro accento sa ancora di terra, il loro modo di muoversi di realtà virtuale. Veneto iperdialettale. Veneto-metropoli espansa. Aperitivi cool, fashion totale. Veneto arcaico e postmoderno. L’aeroporto di Treviso ha le dimensioni di una stazione di corriere, ma fin dai primi anni ’90 ha voli quotidiani per Timisoara (per gli imprenditori con aziende in Romania) e ovviamente Londra (per i loro figli che vanno a fare shopping nel weekend). Il Veneto, si ripete spesso, è tra le regioni italiane dove si fa più volontariato. Ma tutti questi non sono contrasti. Il Veneto vive proprio in questa schizofrenia. Il Veneto è fatto di estremi opposti, anzi: dello spazio vuoto in mezzo a questi opposti. L’anima veneta la trovi ancora in certi improvvisi silenzi, quando la gente si ubriaca di spritz, o nella schiva ombrosità di certi uomini, simili a cowboy. Il vuoto, come per molti popoli nordici, è il demone di questa terra. Il vuoto culturale sotto la crosta dei soldi. Il vuoto delle sere d’inverno. Il vuoto di un dialetto bellissimo e poetico quando deve descrivere la natura, ma goffo e insufficiente per parlare di sentimenti. Il vuoto di una cultura arcaica troppo velocemente passata, con doppio salto mortale, alla società immateriale, al benessere assaporato e poi subito messo in discussione, dopo appena pochi anni, dallo shock della crisi globale. Nel Veneto di Marco Polo, si maledice la Cina. Se le cose cambiano è solo colpa della Cina. Le industrie della Cina. La concorrenza della Cina. Nel Veneto si erigono steccati. C’è una vera cultura del recinto, della palizzata, del delimitare ogni confine con una rete o un muro o un fossato. Una suddivisione geometrica e puntigliosa del territorio, al limite dell’ossessione. La prima cosa che fai quando compri un pezzo di terra: recintarla. Anche a Padova, ennesima ‘mia’ città, conservo ricordi. La città dove ho cambiato un sacco di case. Quella stanza-mansarda dietro la stazione, e il rumore spettrale dei treni di notte. I pomeriggi a fare il facchino in un teatro. O quando ho lavorato al bar della Scala, famoso locale degli anni 90, poi chiuso per le solite retate antidroga. Anni fa. Millenni. Quando sentii parlare per la prima volta Casarini al centro sociale Pedro, o quando per girare le immagini di un documentario salimmo sul campanile del Santo, scalando i gradini ricoperti di guano, fino a guadagnare la vista della città dall’alto. Era il tramonto, tarda primavera. Le feste di Radio Sherwood. Le lezioni di filosofia al Liviano. Quando lavoravo a TeleNordest, o quando facevo l’addetto stampa per un ufficio del Comune, e aspettavo i giornalisti nella sala di Palazzo Moroni. I pomeriggi a fare l’editor per la casa editrice Meridiano Zero, che al tempo faceva solo letteratura noir… …quando da Londra ho sentito la notizia del muro di Padova, eretto per isolare una zona abitata da immigrati e spacciatori, e non mi sono davvero stupito. Ai veneti piace tracciare confini. Hanno un rapporto feticista con muri e steccati. Di qua noi, di là voi, come se fosse ancora possibile semplificare così. Lì a poca distanza, vicino al muro, c’è il grande centro commerciale, dove la gente del ghetto si mescola con il resto del mondo. Poco oltre la nuova Ikea, fresca cattedrale commerciale della regione, simbolo del consumismo pseudo-verde e pseudo-progressista. Tornando verso il centro ecco invece il monumento di Libeskind, sorta di colossale libro bianco che conserva, al suo interno, una trave delle Twin Towers. Un frammento del Crollo Globale custodito nel cuore veneto. I muri e i centri commerciali, tutto intorno, come un puzzle senza via d’uscita. Da Padova est si prende l’autostrada, e in venti minuti si raggiunge Mestre e poi piazzale Roma, ultimo avamposto della civiltà dell’auto alle porte di Venezia. Oppure si prende la Riviera del Brenta che accompagna in un viaggio pieno di tappe, ville splendenti e cittadine incantate –nonché soffocate da traffico e smog. Venezia. L’unica città politicamente progressista del Veneto è una città che affonda nel mare. Molte capitali, o capitali amministrative, sono un corpo estraneo rispetto al territorio che governano. Venezia è aliena fin dal suo essere isola, testa separata dal corpo della regione, collegata appena dal collo stretto e artificiale del Ponte della Libertà. È in questo essere separata, ovviamente, che sta la sua nobiltà. Il suo essere irriducibile a ogni logica terrestre. Ed è per questo, inevitabilmente, che Venezia è la città che amo di più al mondo. Non ho mai scritto di lei ma so che un giorno, questa è una promessa, avrò parole. In nessun altro luogo al mondo mi sento così sicuro di ciò che sono -un essere doppio e sospeso- come quando navigo in traghetto dalla stazione verso San Marco, prendendo il canale esterno, e mi trovo nel mezzo tra quei due paesaggi. Da una parte le guglie della Venezia storica. Dall’altra le torri industriali di Porto Marghera, con i suoi impianti petrolchimici, le ciminiere che sputano vapore e che appaiono, nel sole riflesso dall’acqua, come un miraggio struggente. Una volta aderivo al luogo comune che il primo paesaggio forse il sogno, l’altro l’incubo. Ora mi sembrano, per motivi opposti, bellissimi tutti e due. Terribili tutti e due. Immagino gli archeologi (umani o alieni, chissà) che troveranno questi due paesaggi, tra migliaia d’anni, sommersi dal mare. Li metteranno a confronto, e dalla distanza stellare del loro punto di vista il confine tracciato, un tempo, da un antico braccio di laguna, da una diversa appartenenza storica, dalla differenza tra architettura e industria –tutto questo, per loro, sarà un confine relativo e sfuggente. Marco Mancassola – ottobre 2006. NO COPYRIGHT COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK |
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