Recentemente, sulla prima pagina del corriere sono apparsi due interessanti articoli.
«Tutta questa agitazione dell’Europa contro la pena di morte a Saddam la trovo un po’ ridicola, o comunque poco seria [...] L’Europa non è mai unita su niente e lo diventa per salvare quel macellaio. Un modo per far bella figura a buon mercato e dire: ecco, i soliti barbari americani [...] Se l’ordinamento giuridico prevede la pena capitale, e quello iracheno, come in pressoché tutti i Paesi islamici, lo prevede, non capisco perché non giustiziare Saddam»
Giovanni Sartori«A me pare che Sartori si sia chiesto che vantaggio ci sia — se non quello di far "bella figura a buon mercato" — nell’investire di rilevanza morale le leggi di un Paese tanto culturalmente lontano da noi, mentre si possono comprendere molto più facilmente con argomenti empirici. Il suo ragionamento non è, infatti, un giudizio di valore sulla nostra idea della pena di morte — che ai più fa giustamente orrore, anche se è stato uno di noi, San Tommaso, a dire «chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio» — ma è un «giudizio di fatto» sull’idea che ne hanno loro. [...] A Bagdad si è celebrato — da parte di un tribunale iracheno — una sorta di «processo di Norimberga» secondo il rito islamico. Ma quegli stessi che plaudono alle condanne dei criminali nazisti lo stanno trasformando in un processo agli Stati Uniti (che non erano sui banchi dell’accusa)». 
Piero OstellinoLa pena di morte è sempre un argomento che scalda gli animi; divide e fa discutere. Una pentola a pressione che, già se applicata ad una persona "qualunque", ribolle violentemente in tutto il mondo. Figuarsi poi se il condannato è l’ex dittatore sanguinario di un paese invaso dalla prima potenza militare mondiale senza apparente motivazione: la pentola a pressione dell’eccitazione intellettuale finisce per schizzare vapore bollente ovunque, colpendo senza distinzione tra menti sottilissime o grossolane.
E’ stato solo uno stupore momentano, dunque, quello che mi ha colpito quando ho letto questi due articoli e ho pensato, da parte mia, che Sartori e Ostellino fossero stati ustionati da quei vapori di quella pentola a pressione impazzita. Non potevo credere ai miei occhi: questi due splendidi giornalisti (di cui, chiariamoci, io non sono degno nemmeno di "annodare i legacci delle scarpe"), solitamente dallo sguardo così lucido e incisivo, avevano, a mio parere, mancato di molto l’obiettivo.
Essi, infatti, si erano soffermati sulla legittimità e onorabilità di portare un giudizio di valore ad una realtà giuridica lontanissima da noi come quella Irachena. Proprio noi che di dittatori e di processi sommari a questi abbiamo i cassetti della storia recente pieni, ci mettiamo a giudicare le dinamiche giuridiche di uno stato che, sulla carta, dovrebbe avere la stessa autonomia e legittimita di qualsiasi altro (anche degli Usa, se si volesse leggere fra le righe, dove la pena di morte è oramai quasi un
habituè)? Questa, se ho capito bene, la legittima presa di posizione dei due. E tuttavia, pare evidente - almeno per me - come non sia affatto questo il punto della questione.

Fare una discussione di legittimità giuridica e di etica delle pene in un paese devastato dalla guerra civile e con una costituzione scritta sulla carta velina non sembra certo una buona idea. E questo lo hanno capito anche Ostellino e Sartori. Tuttavia, proprio loro, politologi così dotti, dovrebbero ben sapere che la sentenza di una corte non esprime solo il sentimento comune di un popolo verso la legalità, ma è la stessa voce dello stato che si incarna ed educa i suoi cittadini. Mi spiego meglio: se il neo-stato iraqeno emette una condanna a morte verso il proprio passato, dichiara di ritenere la violenta soppressione del proprio "nemico" una giusta via alla ricostruzione dell’armonia nella propria nazione. Non credo occorra essere certo un celebre
columnist del
corriere per capire quanto pericolosa possa essere un’affermazione simile in un paese ancora sconvolto dalla rabbiosa e sanguinaria lotta intestina tra le diverse etnie che lo compongono.

La via del disinteresse - o della distaccata disapprovazione - che suggeriscono Sartori e Ostellino, non è dunque affatto proponibile. Non solo perchè dimostrerebbe una straordinaria noncuranza verso un disastro sociale e umano che è in continuo svolgimento e rischia con questa sentenza di alimentarsi ancora, ma anche perchè è impossibile negare che l’Occidente di responsabilità e interazioni sul destino dell’Iraq ne ha avute e ne ha ancora parecchie. E una dimostrazione anche troppo evidente di ciò, dovrebbe essere la curiosa "coincidenza" di tempi tra la sentenza dell’alta corte iraquena e le elezioni mid-term statunitensi (di cui forse parlerò un altra volta).

Insomma: Opporsi alla pena di morte a Saddam non è una questione di etica facilona; non un modo facile per ribadire con sufficienza la sovranità del pensiero occidentale. E non è nemmeno - questa volta - la solita miope e grossolana polemica contro l’arroganza mondiale a stelle e strisce. E’ invece un preciso prendersi le responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni. Avremmo davvero un bel dire se, dopo aver sconvolto un paese - per ragioni non si sa quanto chiare - e averlo ordinato a nostra immagine e somiglianza, ora ci volessimo ritirare in un lassismo di comodo in nome delle diversità delle culture umane.