Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Da imputare a se stesso è questa minorità se la sua causa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e di coraggio nel far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. SAPERE AUDE! Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza! [Kant].jpg)
Da un saggio, intitolato L’editoria come genere letterario, tratto da La follia che viene dalle ninfe di Roberto Calasso che parla di come un grande editore eserciti l’arte dell’editoria, cioè dia forma ad una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro, ho tratto spunto per fare una piccola ricerca su quello che da molti è considerato il più bel libro mai stampato: l’ HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI (stampata da Aldo Manuzio nel 1499)…
Personaggio universalmente noto, ALDO MANUZIO fu non solo un maestro della tipografia, ma anche un intellettuale del suo tempo. Grazie alla sua intraprendenza e ad amicizie influenti, Manuzio, nato tra il 1449 e il 1450 a Bassiano, nel Lazio, riuscì a dare vita a una impresa epocale, tanto che il suo nome è diventato nei secoli sinonimo dell’arte della stampa.
Solo nel 1495, tuttavia, Venezia vide apparire il primo libro ufficialmente edito da Aldo, una grammatica greca di Costantino Lascaris intitolata Erotèmata, ovvero Questioni.
Prima di questi sviluppi la carriera di Manuzio fu quella di uno studente che frequentò Roma (e Ferrara) proprio negli anni in cui i torchi portati in Italia dai tedeschi Sweynheim e Pannartz giungevano a Subiaco e quindi, a partire dal 1467, nella città eterna.
La svolta fondamentale della vita di Manuzio fu l’incarico di precettore ricevuto presso i signori della città di Carpi, in Emilia. Caterina Pico, sorella di Giovanni Pico della Mirandola, aveva infatti deciso di affidargli l’educazione dei piccoli Alberto e Lionello Pio, suoi figli. Lo stesso Giovanni Pico, probabile ispiratore della scelta di Caterina, fu certamente soddisfatto della dedizione e dell’affetto che l’amico Aldo seppe dimostrare verso i suoi nipoti. Il metodo didattico del futuro editore si basava soprattutto su una grande familiarità con i grandi documenti letterari e filosofici dell’antichità (egli fu autore anche di una grammatica latina), senza però trascurare le novità provenienti dagli ambienti intellettuali di corti signorili come quelle di Firenze e Ferrara.
Nel periodo tra il 1479 e il trasferimento a Venezia, datato 1489, venne concepito con ogni probabilità il progetto delle edizioni aldine. Nonostante la mancanza di informazioni dettagliate in merito, è impossibile che all’avventura di Manuzio non abbiano almeno in parte contribuito i consigli degli amici più cari e una certa fiducia nel sostegno economico della corte carpigiana. Alberto, l’allievo prediletto, sarà il destinatario di numerose prefazioni contenute nelle pubblicazioni aldine.
A tale riguardo possono apparire assai significative le parole che Manuzio gli rivolge nel volume della Fisica aristotelica (1497): "Infatti, oltre a sostenere costantemente con il tuo aiuto la nostra missione, tu prometti pubblicamente di donarmi una vasta e fertilissima campagna, anzi mi assicuri che mi concederai un ameno castello [...] perchè ivi con più agio e comodità io rifornisca tutti di eccellenti volumi in latino e in greco, e perchè inoltre vi si istituisca un’accademia".
Altrettanto importante il riferimento contenuto nelle Opere Logiche di Aristotele (1495): "Conosco la tua grande passione per i libri greci: so che per procurartene non badi a spese, imitando tuo zio Pico della Mirandola, uomo di splendido ingegno e di dottrina insuperabile che la morte gelosa ci ha rapito da poco, in compagnia di Ermolao Barbaro e di Angelo Poliziano, i più dotti del nostro tempo".
La stamperia doveva originariamente sorgere nella stessa Carpi o presso la vicina Novi, ma fu Venezia, infine, città operosa e relativamente libera, centro di scambi commerciali e letterari, a ospitare Aldo nei primi anni novanta del quindicesimo secolo. Nella città lagunare il neoeditore seppe costruire una vasta rete di alleanze tale da consentirgli di procedere verso una meta ben delineata: la diffusione, con l’utilizzo delle tecniche moderne, di una collana di volumi in cui i testi fondamentali dell’umanesimo fossero riscoperti e attualizzati, con particolare attenzione per le opere provenienti dal mondo greco.
Egli strinse subito società con Andrea Torresani da Asola (1451-1528), che nel 1479 aveva già rilevato la stamperia del famoso Nicholas Jenson. Tale fu la vicinanza tra lui e Manuzio, che quest’ultimo, nel 1505, ne sposò la figlia, installando a casa sua tutta l’officina. Un altro socio prezioso fu Pierfrancesco Barbarigo, figlio del doge Marco, che senza dubbio portò in dote denari e conoscenze altolocate. Benché manchino prove inoppugnabili in merito, è da ritenersi che Alberto da Carpi contribuisse in posizione più defilata al consolidamento della società. Completava il gruppo dei soci e collaboratori, Francesco Grifo, geniale artigiano bolognese, responsabile della manifattura di tutti i nuovi punzoni e capace di forgiare tutto ciò di cui la stamperia veneziana necessitava.
Questi personaggi tipicamente rinascimentali, divisi tra la cultura e la fabbrica, la ricerca sempre affannosa di finanziatori e la caccia ai codici più rari, bibliofili con l’occhio attento ai libri contabili, furono i responsabili di innovazioni decisive nell’arte tipografica. Fra tutte, basti citare il carattere corsivo o italico, apparso per la prima volta nelle Epistole di Santa Caterina da Siena (1500); il formato in ottavo, che permise la confezione di libri più piccoli e per un pubblico più vasto, antesignani degli attuali tascabili; il catalogo editoriale utilizzato come strumento di vendita ad hoc.
Su ogni innovazione particolare, prevale tuttavia il programma educativo di Manuzio, capace di tracciare il confine tra l’antica stamperia, disponibile a ultimare qualsiasi prodotto, e la moderna casa editrice, dove vengono pianificati volumi destinati a formare una rete di affinità reciproche. Naturalmente, le difficoltà del momento storico, l’eterna esigenza di sottostare a svariati compromessi e la morte dello stesso Aldo, nel 1515, non permisero di portare fino in fondo il progetto originale.
Tuttavia, già un esame dei volumi stampati a Venezia consente di rilevare alcune fondamentali costanti. Nel periodo tra il 1495 e il 1499, ad esempio, scopriamo una prevalenza di autori greci: i cinque tomi di Aristotele, ma anche Teocrito, Aristofane, Esiodo, i Carmi Pitagorici. A completamento, un gruppo di grammatiche (Lascaris, Gaza, Urbano Bolzani da Belluno) e un dizionario greco.
Sul versante latino riscontriamo invece un’attenzione più marcata per gli umanisti italiani: il giovane Pietro Bembo (De Aetna), la Cornucopia del Perotti, il Giamblico curato dal Ficino e l’Opera Omnia di Angelo Poliziano. Solo a partire dal XVI secolo, con Lucrezio, inizieranno a comparire pure i grandi nomi della latinità: Virgilio, Orazio, Marziale, Cicerone, Ovidio, Catullo, Tibullo, Properzio.
Quanto alla lingua volgare, vale la pena di ricordare l’Hypnerotomachia Poliphili del domenicano Francesco Colonna (tirata nel 1499 almeno in 500 copie), che rimane a tutt’oggi un volume tra i più intriganti e pregiati dell’intero umanesimo italiano, un vertice della produzione aldina: si tratta di un in folio composto da 234 carte in cui vengono ospitate ben 172 xilografie.

L’
HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI (Battaglia d’amore in sogno di Polifilo) fu pubblicata nel 1499 da Aldo Manuzio in un’edizione preziosa per la bellezza dei caratteri tipografici e per lo splendore delle xilografie (attribuite a vari pittori tra cui Mantegna, Bellini, Raffaello).
Questa opera si presenta come un vero enigma: per quanto concerne l’autore, siamo certi del suo nome perché l’acrostico formato dalla lettera iniziale della prima parola dei 38 capitoli consente di leggere "
Poliam frater Franciscus Columna peramavit" (Frate Francesco Colonna amò moltissimo Polia). È indubbio che il protagonista Polifilo, innamorato di Polia, e l’autore del romanzo sono una persona sola. Francesco Colonna fu probabilmente un frate domenicano di Treviso, morto a Venezia nel 1517; altri invece hanno sostenuto che l’autore potrebbe identificarsi in un Francesco Colonna dell’illustre famiglia di Roma, nato intorno al 1430, signore di Palestrina, educato all’ Accademia Romana di Pomponio Leto.
Il libro narra in due libri il sogno di Polifilo che, dopo essersi smarrito in una selva, e dopo aver visto una straordinaria piramide e altre opere di architettura e scultura, sparse tra le rovine archeologiche, in giardini lussureggianti, raggiunge l’amata Polia. Con lei visita il palazzo di Venere, dove è la fonte della dea e il sepolcro di Adone; invitata dalle Ninfe a parlare di sé, Polia racconta nel secondo libro l’origine di Treviso e la storia del suo amore per Polifilo. I due amanti si confermano reciprocamente i loro sentimenti e mentre Polia sta abbracciando Polifilo, cessa il sogno e la donna scompare.
La lingua dell’
Hypnerotomachia è un volgare artificioso, costruito su base toscana ma del tutto deformato da forme latineggianti e arcaiche, erudite e inaccessibili. Si tratta di un’opera di difficile lettura, in cui si prefigura un percorso di iniziazione, un cammino verso la verità segreta del mondo, attraverso una serie di passaggi allegorici oscuri, culminanti nelle descrizioni delle architetture.