Sì, è vero. Sono stato via. Assente. Ma ho la giustificazione, maestra. La mia vita si è mangiata i compiti, è morto mio zio “tranquillità” e ho avuto un sacco di motivi familiari. Sarà per questo, sarà per altro ma, ultimamente, ogni volta che entravo nel mio blog sapevo di dover aggiornare, ma non me la sentivo mai di parlare di me. Sarà che il mio io si sta annichilendo in mezzo ai mille impegni moderni; al cambio di vita. E, cosa ancora più strana, questo mi piace. Sono più felice quando faccio mille cose. E’ perché sono contento di quel che faccio (bicchiere mezzo pieno) o perché non ho il tempo di pensare alle cose che non vanno (bicchiere mezzo vuoto)? Forse sono malato.
Mah… come al solito, ultimamente, mi immergo nella corrente (che, sembra, debbo dire, placida e benigna) e mi lascio un po’ trasportare.
Comunque il blog è mio, è su di me, sopra di me, e mi quindi tocca parlare di me. Avanti.
Insomma: ho scritto una tesina in due giorni e mezzo. Non male. Sono otto ore al giorno al master in giornalismo e principalmente mi uccido di giochetti flash on-line. Per il resto, lezioni sufficienti, qualche insegnante stronzo, compagni di corso molto simpatici e indigestioni di pizza e panini a tre euro a pranzo. L’altro master è momentaneamente finito ma, come ho appena detto, devo consegnare la tesi domani, e la discussione è l’11. Tesi e discussione sull’ “occasione di una vita” a Parma (roba da Tg nazionale in prima serata) che però pare essere tale solo per me, visto che l’università della città emiliana continua a prolungare i tempi, facendomi incazzare a morte. E intanto a me cresce la cagarella che qualcuno mi batta sul tempo. Ma, si sa, se hai meno di 30 anni in questo paese non hai ancora capito un cazzo dalla vita, e devi pure farti mangiare in testa qualche volta. In più, mi sta venendo sempre più voglia di fare in futuro l’esperto pr-stampa piuttosto che il giornalista. Vedremo…
Veniamo al lato “artistico”. Musica: dopo la tegola del gruppo acustico (hanno trovato un cantante due settimane prima del primo concerto dopo che era 9 mesi che ci preparavamo insieme... simpatici) ho trovato un gruppetto di cittadella, che fa roba abbastanza arrogante da soddisfare i miei standard (dream theater e queen) e con cui mi diverto parecchio. Ma, intanto, passerà almeno un anno dal mio ultimo concerto prima che io possa ancora calcare un palco; sto entrando in crisi d’astinenza. Il libro: manca molto poco, ho ottime idee, ma non trovo il tempo di finirlo. L’obiettivo è scrivere la parola “fine” prima di Natale.
La vita campagnola a Campodarsego, nella casa dei miei furono nonni paterni, è come un affacciarsi ad una finestra sul passato e contemporaneamente sul futuro.
Nel passato perchè, nelle poche ore che sono a casa, ogni tanto i profumi o i ricordi visivi mi azzannano alla giugulare e vedo quasi mia nonna che costruisce con le mani ruvide i suoi famosi gnocchi sul tavolo scuro e crepato in mezzo alla cucina, oppure mio nonno che respira piano e mortalmente dentro l’aerosol sulla sua poltrona preferita nell’angolo, mentre al notiziario passa un Tg1 con una scenografia vecchia di decenni e l’aria è appestata di odor di brodo di gallina. Guardi fuori dalla finestra e vedi il ghiaino dove una volta ti sei rotto un braccio giocando a calcio, e il pesco che hai coperto con una cerata con tuo padre in mezzo alla neve, in un inverno molto rigido di tanti anni fa. E tu avevi dieci anni, forse. Ma certe cose ti si ficcano in qualche stupido angolo nella testa e, quando passi di lì per caso, saltano fuori, a ricordarti quanto tempo è passato.
Nel futuro perchè vivo solo, o quasi. Fuori casa; indipendente. Come farò un giorno, credo. Torno a casa la sera stanco morto e il secchiaio è pieno, e non ho nemmeno al forza di liberarlo per mettere a scongelare le bistecche per la cena. E la tv a sette canali e mezzo è tornata a diventare il rumore di sottofondo della casa. Il letto è sempre sfatto, e puzza di domani. I vestiti non lavati si ammucchiano nell’angolo. Ti affacci fuori e la notte è così buia e consolante, nella tua solitudine. Ti stravacchi sul divano, dormi un poco, ti risvegli, bevi una birra, e ti sorprendi disgustato a rispondere alla domande di Carlo Conti. Solo verso le dieci butti su la pasta, e quando senti il rumore dell’acqua bollire anche se sei nell’altra stanza, scopri di essere davvero solo. E non va bene non va male. Perché solo stai bene, se sei stanco, ma anche qualcuno attorno a stancarti un po’ non guasterebbe.
Non so che dire. Forse è meglio non pensarci. Sì, forse è decisamente meglio.
Intanto ho trovato il paragone perfetto per la mia vita: la Transiberiana. Gran bel viaggio, paesaggi da mozzafiato, ottime certezze che si muovono con me e il treno che fila leggero e risoluto in territori inesplorati dove sembra non essere mai pssato nessuno. Il guaio? C’è un binario solo. Si viaggia da soli. Poco male: a me piacciono l’indipendanza e la solitudine. Gli spazi aperti. O, almeno, credo.
