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Monday, December 04, 2006 - ore 12:27
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Bello non capirsi, no?!
Kannitverstan ...Essendo egli arrivato in quella grande e ricca città di commerci, piena di case sontuose, di navi dondolanti alla fonda e di uomini indaffarati, subito gli saltò agli occhi una casa grande e bella, quale mai aveva visto prima in tutto il suo peregrinare da Tuttlingen ad Amsterdam. A lungo egli contemplò ammirato quel prezioso edificio, con i sei camini in cima al tetto, i superbi cornicioni e le spaziose finestre, grandi più che la porta nella casa di suo padre. Finalmente non si poté trattenere dal rivolgersi a un passante: <<Amico mio>>, egli domandò, <<non potreste dirmi come si chiama il signore che è padrone di questa casa meravigliosa, con tutte le finestre piene di tulipani, astri e violaciocche?>> L’uomo però-che doveva avere qualcosa di più importante da fare e per disgrazia capiva di tedesco quanto l’altro di olandese, e cioè un bel nulla- disse brusco e sgarbato: <<Kannitverstan!>> e passò oltre borbottando. Era semplicemente una parola olandese, ovvero tre se si vuol essere precisi, e significa in tedesco nient’altro che <<Non vi capisco>>. Ma il buon forestiero credette che fosse il nome dell’uomo di cui aveva chiesto notizia. <<Deve essere un ricco sfondato, il signor Kannitverstan>>, pensò, e tirò dritto. Dentro un vicolo, fuori l’altro, arrivò da ultimo a quel braccio di mare che lì si chiama: Het Y, ovvero, in tedesco la Ypsilon. Lì vi era una nave presso l’altra, alberatura contro alberatura, e da principio egli temette di non avere occhi abbastanza per guardare e rimirare con attenzione tutte quelle meraviglie, finché la sua curiosità non fu attratta da un grande battello, che era appena giunto dalle Indie Orientali e che proprio in quel momento stavano scaricando. Già intere file di casse e di balle s’allineavano a terra l’una accanto all’altra. E molte ancora ne furono fatte rotolare fuori dalla stiva, barili pieni di zucchero e di caffè, pieni di riso e di pepe, e avevano- con licenza parlando- le caccole di topo appiccicate sotto. Dopo che ebbe guardato a lungo, egli finalmente si rivolse ad un tale che stava portando fuori sulle spale una cassa e gli chiese il nome del felice mortale, al quale il mare recava tutte quelle merci. <<Kannitverstan!>> fu la risposta. <<Ah, ah, ecco che si spiega>>, pensò allora. <<C’è da meravigliarsi? Chi il mare gli butta a riva tutto questo ben di Dio, può ben tirar su case di quel genere e mettere alla finestra tutti quei tulipani dentro a vasi dorati>>. A questo punto ritornò sui suoi passi, e si mise a considerare tra sé con enorme tristezza qual povero diavolo egli fosse in mezzo a tanta gente ricca che gira per il mondo. Ma proprio nel momento in cui pensava: <<Se almeno una volta, una sola volta, le cose mi andassero come a questo signor Kannitverstan!>> svoltò l’angolo di una strada e vide un grande corteo funebre. Quattro cavalli bardati di nero tiravano un carro anch’esso drappeggiato di nero, lenti e mesti come se sapessero di portare un morto all’eterno riposo. Veniva dieto un lungo corteo formato da amici e conoscienti del defunto, e questi procedevano muti, a due a due, avvolti in neri mantelli. In lontanaza rintoccava una campanella solitaria. Allora il nostro forestiero, colto da quel sentimento di afflizione che non manca mai in un buon’uomo quando vede una spoglia mortale, resto compunto col cappello in mano finché tutto fu passato. Ma poi s’accostò a quello che veniva per ultimo nel corteo e nel suo raccoglimento stava per l’appunto conteggiando quanto avrebbe guadagnato con il cotone, se fosse aumentato di dieci fiorini al quintale, e tirandolo piano per il mantello lo pregò candidamente di volerlo scusare. <<Sbaglio o quello per cui suona la campana era anche per Voi un buon amico>> disse, <<dal momento che l’accompagnate con aria tanto turbata e pensierosa?>> <<Kannitverstan!>> fu la risposta. A questa parola due grosse lacrime caddero dagli occhi del nostro buon tuttlinghese, e il cuore gli si fece a un tratto pesante; e poi di nuovo leggero. <<Povero Kannitverstan>>, esclamò, <<cosa ti resta ormai di tutta la tua ricchezza? Quello che un giorno avrò io della mia miseria: un vestito da morto e un sudaro, e di tutti i tuoi bei fiori sì e no uno stelo di rosmarino sul gelido petto, oppure di ruta>>. Avvolto in questi pensieri, accompagnò la salma fino alla sua tomba, come se fosse uno del seguito, vide il supposto signor Kannitverstan calare nell’estrema dimora e si commosse al sermone funebre olandese, di cui non capì una parola, più di quanto si fosse commosso a tanti simili sermoni tedeschi, ascoltati distrattamente. Infine, col cuore più leggero lasciò insieme agli altri quel luogo e in una trattoria dove capivano il tedesco consumò di buon appetito un pezzo di formaggio del Limburgo; e ogni volta che poi gli accadde di rattristarsi perché tanta gente del mondo era così ricca e lui così povero, gli bastò pensare al signor Kannitverstan in quel di Amsterdam, alla sua grande casa, alla sua ricca nave e alla sua stretta tomba.
Johann Peter Hebel, Il tesoretto dell’amico delle famiglie renane
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