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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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martedì 12 dicembre 2006 - ore 10:00


26.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Arrivammo presto sulle rive di un ruscello. Lì, Kung posò il fardello leggero che portava in spalla e ne rovesciò a terra il contenuto: alcuni piccoli oggetti che produssero un rumore di legno cocciando tra di loro. Il vecchio cinese allora stese un tappetino di giunchi sull’erba umida, si rabboccò le vesti di color porpora per difendersi dal freddo e si sedette a terra. Silenziosamente, cominciò a prendere il contenuto della sua borsa di tela e a montare i pezzi l’uno sull’altro, avvitandoli e facendo scattare un piccolo meccanismo di sicurezza tra i vari pezzi. Stava costruendo una canna da pesca.
- Questo è il momento migliore della giornata per venire a pescare le carpe – disse.
Tutto attorno il vento freddo si agitava muovendo l’erba umida. Il ruscello gorgogliava contorcendosi tra le rocce sotto i raggi della luna, e alcuni alberi ruvidi e secolari lo fiancheggiavano qua e là. Alzando la testa, oltre il corso d’acqua, avvolta nel buio della notte, la campagna cinese era attraversata da dolci colline e boschetti silenti. Faceva freddo, un freddo umido che ti entra nelle ossa, e una pioggerella sottile e obliqua scendeva quasi evaporando. L’erba e gli alberi sembravano schiacciati sotto il peso dell’umidità della notte, e luna e stelle rilucevano opache oltre quel velo di pioggia leggera.
Kung finì di montare la sua canna. Tirò fuori da sotto al veste un piccolo barattolo di latta e ne estrasse un’esca, che infilò nell’amo accuratamente. Poi, con gesto esperto, curvò la canna e lanciò l’amo nel lago. Si mise dunque ad aspettare, silenzioso; quasi assente. La sua testa, rozza e semplice, sembrava poggiare sotto un cielo marmoreo. Gli occhi socchiusi in un placido mare di stanchezza e le labbra sottili semiaperte a sottrarre l’aria secca gli davano un’aria di serafica serenità. I capelli radi e bianchi, pettinati con cura poco prima di fronte ad uno specchio freddo, e i baffi leggeri, candidi e curati, sembravano approfittare dello stato rapito del loro padrone per ottenere vita propria, e rimbalzare sottili e leggeri tra i refoli d’aria che si alzavano giocosi e freddi, tra gli alberi .
- Siediti, amico mio – disse.
E mi sedetti accanto a lui sull’erba bagnata.
Ancora una volta non saprei dire il perché. Avrei dovuto scuoterlo, dirgli cosa ci aspettava, che qualcuno era sulle nostre tracce, che avevo un bisogno disperato del suo aiuto… Avrei dovuto sradicarlo da lì, prenderlo a schiaffi e ottenere quello che volevo. O almeno, così avrei fatto normalmente. Ma, come ho già detto, quella notte era strana, ed ero troppo stanco e stordito dagli eventi per cercare di prenderli in mano e gestirli a modo mio.
Stetti qualche secondo in silenzio con lui a fianco, in mezzo al sussurro docile dell’acuq adel ruscello. Poi dissi:
- Il mondo sta per finire.
Attesi, ma non udii risposta. Mi voltai a guardarlo: non si era mosso di un millimetro. Anzi, a guardare bene, sembrava che gli angoli della sua bocca sottile si fossero alzati in maniera quasi impercettibile, in un sorriso divertito così leggero che mi domandai al momento stesso se fosse tale o me lo fossi sognato nell’oscurità della notte.
- Dovrei pregare? – disse poi.
Non risposi.
- Mettermi a terra, a pancia in giù, e con le mani sulla testa? – chiese di nuovo.
- Se ti fa piacere… - risposi, ironia per ironia.
- Servirebbe a qualcosa?
- Con questa umidità e quest’erba gelata, forse a pigliarti un raffreddore.
- Già… ma tanto in pochi secondi sarei morto…
- Già… - risposi.
Qualche secondo di silenzio.
- Guarda bene tra quelle due colline, laggiù in fondo, ad est – disse poi, alzando svogliatamente il braccio verso un punto imprecisato dell’orizzonte in cui voleva che guardassi.
Alzai lo sguardo, e cercai nella direzione in cui mi era stata indicata. All’inizio non vidi niente, poi notai un piccola e flebile costellazione di luci, ad altezza del suolo, che brillava sicura in mezzo al valico tra i colli.
- Cos’è? – chiesi.
- Lì scorre il Grande Fiume Giallo. Stanno costruendo al diga più grande del mondo per fermare il fiume e imprigionarne l’energia. Quando la diga sarà finita, le acque del fiume cominceranno a salire lentamente: coprirà prima i fili d’erba, poi i cespugli, i tronchi, i rami e infine i tetti delle case… tutto quello che vedi ora sarà inesorabilmente e definitivamente inchiodato dentro una bara d’acqua: intere campagne, paesi città verranno abbracciate dal silenzio blu delle profondità, e lì rimarranno chiuse per sempre.
Osservai tutto intorno, la dolce e crudele campagna cinese circostante, e immaginai la scena.
- E tu cosa farai? – chiesi.
Il vecchio si strinse nelle spalle.
- Cercherò un nuovo posto dove pescar carpe – disse, voltandosi verso di me con un sorriso amabile.
- Molto spesso non serve lottare contro l’inevitabile – concluse.
A quelle parole ripensai a tutta la vorticosa avventura in cui ero stato coinvolto, sballottato da un angolo all’altro della terra. Sempre più stanco, sempre più intimamente inerme, combattendo contro un avversario troppo potente, e che nemmeno riuscivo ad identificare bene.
- Lo so, lo so. Non so perché, ma oramai devo finire questa cosa. Costi quel che costi. E’ dall’inizio di questa storia che mi sento come sballottato nelle mani di qualcosa di troppo potente e oscuro per me, ma non riesco a farne a meno: sento che devo farlo, anche se non so bene perché.
Mentre dicevo quelle parole, pensai che sembravano quanto mai uno sfogo, se non addirittura una confessione. Senza contare che, forse, Kung nemmeno sapeva di cosa stavo parlando.
- Beh, è ammirevole. Ma io, purtroppo, non posso aiutarti.
A quelle parole, un brivido di amaro stupore mi attraversò la schiena. Non sapevo esattamente in cosa contavo che Kung potesse essere utile, ma ero arrivato lì con la certezza di raccogliere, in qualche modo, una risposta. E quella risposta mi stava per sfumare davanti così come tutte le intenzioni e la volontà di proseguire in quell’assurdo viaggio campale.
Kung notò al mia delusione, e disse:
- Beh, come potevi aspettarti che un fallito Menshiah potesse aiutarti a battere il vero Menshiah? – e sorrise ancora.
- Ti sei mai chiesto perché io, Thus e Sid non siamo diventati dei Menshiah?
Non risposi.
- Thus aveva problemi con un bambinetto di nome fato: strano ragazzino, forse un giorno lo incontrerai. Lo fece esasperare con i suoi capricciosi sbalzi d’umore, Thus ne rimase tanto affascinato che non riusciva più a decidere, a scegliere, ma rimaneva ipnotizzato da quel bambino col caschetto. Fino a che… beh hai visto.
Annuii.
- Sid, invece, fu un passo avanti rispetto a Thus. Non rimase imbrigliato nei giochi di Fato, ma ha avuto un altro problema: quello della volontà. Non riusciva a gestire bene suoi poteri, a dirigerli verso un solo obiettivo. Vagava qua e là seguendo le proprie pulsioni, senza alcun contatto con il metafisico, o anche semplicemente la ragione…
- E tu? – domandai.
- Oh, il mio è un problema di fede – e sorrise bonariamente -. Per cosa credi che io sia qui? Da anni vengo a pescare carpe, ma non ho mai preso un granché. Un giorno, un vecchio epscatore mi disse che, per far abboccare i pesci, c’è un unico modo: essere convinti che lo faranno: da allora mi alleno qui ma, come vedi, nonostante i lunghi anni di pratica i risultati sono scarsi.
E fissai il galleggiante dell’amo, fermo al centro della corrente placida.
- E’ per questo che sei convinto che non si debba lottare? Che la mia è una battaglia inutile?
- Forse – rispose –. Ma forse c’è qualcuno che potrebbe aiutarti meglio di me. Lui non ha ami avuto problemi di fede, anche se è un povero disgraziato.
Un breve moto di speranza tornò a scuotermi.
- E’ stato l’unico a fregare Dio, una volta… forse proprio perché aveva così poco da fare e da dire. Non so…
- Chi è? Dove sta?
- Te lo dirò, ma sappi che probabilmente non ne caverai niente. E il tempo a tua disposizione è poco -, e così dicendo si rivolse di nuovo con un cenno ad est, dove sarebbe spuntato tra poco il sole, e dove brillava ancora minacciosa e bassa la costellazione dell’inondazione.
- Ormai non credo di avere molta scelta. Tanto vale che finisca questa cosa – dissi.
Silenzio.
- Si chiama Giobbe – disse Kung.
E, in quel preciso momento, un fremito scosse le sue mani, la canna da pesca si inarcò leggermente e il galleggiante dell’amo si inabissò nelle acque scure del ruscello.


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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
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