L’uomo: un pugno di polvere, uno sputo di fango, un nulla. Ma per Dio era tutto. All’inizio della creazione era la compagnia voluta di Dio. Poi l’uomo divenne geloso, dubitò di Dio. E in quell’istante nel mondo tutto divenne attesa. Scollegati da Dio, tutto si è trasformato in attesa. Ma anche quando tutto quello che attendi dovesse arrivarti nel migliore dei modi, nasce immediatamente l’attesa che tutto questo, così bello, finisca. E’ ancora un’attesa. E’ sempre tutto in attesa, un’attesa che non termina, che non ha termini, che non si smarrisce nemmeno nelle ore notturne sui guanciali dei letti. E l’uomo, per accorciare l’attesa, pone una scadenza. Ma la scadenza crea un’altra attesa e così il gioco non finisce mai. Però l’uomo è intelligente, sembra intelligente: è capace di riposarsi finchè si trastulla in questo gioco d’attese. Con una passeggiata a Villa Borghese, con una vacanza ai Carabi, con un’ovazione allo stadio Olimpico, con un concerto al Teatro Verdi… Magari!
L’uomo ha deciso di riposarsi con la schiavitù. Non gliene importa più nulla del grido appassionato del profeta Sofonia:
“Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un Salvatore potente” (Sof 3,16-17). Hai ragione: si può vivere anche di pubblicità, di vestiti firmati, di canzonette, di pallone… il somaro di zio Checco è grande e grosso e non conosce Gesù. Ma prima o poi – tra la collezione di Warhammer, la raccolta della Panini e le schede telefoniche – anche in te nasce il desiderio di capire te stesso. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? La vita, quello che ti circonda, la storia. Non credi sia così? Guarda: appena si sposterà il Battista, entrerà in scena Cesare Augusto. Sai per cosa divenne famoso quella schifezza di uomo? Per un censimento! Perché si pensava Dio. Come tanti oggi: voleva mettere un numero agli abitanti di quella regione, voleva schedarli, voleva averli sotto controllo. Quanti sono, vuol saper Cesare. E si dispone a contarli, e promulga un editto, e mobilita con un severo bando turbe e turbe su quell’impero tanto sconfinato da far paura. Vuol sapere quanti sono, vuol sapere da quanti è adorato! Dai tempi di Adamo, l’uomo sogna la schiavitù. Capisci che imbecille. E per non sentirsi schiavo, schiavizza gli altri. E tutto il mondo diventa un mondo di schiavi che sognano di essere Dio e s’accorgono di essere schiavi. Schiavi dei loro schiavi.
Queste sono le attese dell’uomo. Ma non è finita!
Oggi spalanchi le orecchie all’urlo dei Vangeli e scopri che a tutto questo gioco di attese il Battista, spigoloso e forte, ti sbatte contro anche le attese di Dio, ciò che Dio s’aspetta dall’uomo per poterlo salvare. Pensa: per tre volte il popolo grida a Giovanni questa domanda così tormentata:
“Ma allora, che cosa dobbiamo fare?” . E viene fatta dalle folle, dai pubblicani, dai soldati. Cioè da tutte le categorie di persone che stanno sotto il potere. Non dal potere: non sia mai! Perché chi comanda non può mai permettersi di dimostrarsi dubbioso. Ma il popolo sogna Dio, perché il popolo non è una massa di imbecilli. Il popolo è una somma di uomini. E l’uomo è un’immagine di Dio. Quindi, per la proprietà transitiva, il popolo è la somma di immagini di Dio! Attenzione: nel popolo abita Dio! Infatti la risposta del Battista, questa voce drammatica che sbraita nel deserto della storia, è sorprendente. Non costringe nessuno a cambiare radicalmente la vita. La sua risposta disegna i primi timidi passi, sono i primissimi vagiti di una conversione che diventerà storia. Ma non chiede poco. Non chiede nemmeno molto. Chiede quasi tutto: questo è il problema. Dice di imparare a condividere, di imparare ad essere solidali, di non aver paura di chi cammina accanto. Ai pubblicani – ladri per amore, per professione e forse per necessità – non propone di cambiare il mestiere appreso in anni di sudditanza: dice semplicemente di attenersi alle regole, di rispettare quello che è stato richiesto, senza approfittare, senza rubare. Sarebbe già tanto: ieri, come oggi. Anche ai soldati stranamente non chiede di cambiare il loro compito sociale, ma pone un comando che il Vangelo conosce solo qui: non minacciate!
Oggi, sulle sponde di quel Giordano mai così al centro dell’attenzione, Giovanni insegna l’arte di diventare uomini. Fra qualche giorno il suo migliore amico - quello che lo fece “sussultare” ancor prima di nascere nel vecchio grembo di mamma Elisabetta - si farà uomo. Capisci: altro che
Beppe Grillo e Luciana Littizzetto. Questi sono provocatori! Con le parole ci denudano… perché noi pensiamo che si nasca uomini. E, invece, uomini si diventa. Sbaglio? Lo dici anche tu quando t’imbatti in una persona nebbiosa:
“Quello non è uomo”. Hai ragione: quello è un essere che potrebbe diventare uomo. Potrebbe, ma non necessariamente sarà Uomo. Perché uomini si diventa. Solo il formaggio Asiago nasce buono. Tutto il resto migliora o peggiora nello scorrere del tempo. Pagando il prezzo di lunghe fatiche. Dopo trafile di studi. Sottoponendosi ad estenuanti sacrifici. Affrontando la tribolazione di esami che non finiscono mai.
Diceva
Martin Luther King agli yankees che si ritenevano onnipotenti:
“Noi non vogliamo le vostre ricchezze, le vostre donne, le vostre terre. Vogliamo solo essere riconosciuti come figli di Dio, come voi”. Venne messo diciassette volte in galera e per due volte la sua casa venne fatta saltare in aria. Ma la lotta per la Verità era diventata un fiume in piena, anche se sapeva che l’avrebbero ammazzato. Non importa!
“I have a dream” – disse –
“Vedo sulle rosse colline della Georgia i figli delgli antichi padroni camminare tenendo la mano dei figli degli antichi schiavi. Io non o vedrò realizzato il sogno ma so che si realizzerà”.
Più o meno come Giovanni, detto il Battezzatore. Certamente come Gesù, Re dei Giudei: è venuto a fare nuove tutte le cose!
Vieni! Ci stai?
Buona domenica e buona settimana
don Marco Pozza