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Monday, December 18, 2006 - ore 09:26
27.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Un altro – dissi al barista, un omaccione biondo, con la barba ispida e due occhiaie profonde come due ciotole di zuppa. Mi guardò con uno sguardo strano, quasi di diffidenza, mentre mi passava sul banco un bicchierino pieno di un’acquavite tipica del luogo.
Presi il bicchiere e, prima di pormelo sulle labbra, mi guardai intorno. L’oscurità profonda della notte artica sembrava infiltrarsi tra le doghe di legno di quella taverna dove, silenziosi e ingobbiti dalla fatica, alcuni sparuti uomini dalle mani callose e gli occhi spenti stavano sui loro tavoli a bere. Indossavano pesanti maglioni e cerate impermeabili, le guance arrossate e i capelli arruffati che facevano capolino da sotto pesanti cappelli di lana.
- Alla salute - Dissi, rivolto a tutto il bar. Non vidi alcun segno di attenzione. Alzai il bicchiere e, rovesciando indietro la testa, ne inghiottii il contenuto in una sola poderosa sorsata.
Il barista non sembrava molto sorpreso di servirmi quattro bicchieri di acquavite uno dopo l’altro, pure se a quelle ore della mattina. La realtà era che lì, in quel luogo, il cui clima mi era così familiare, il tempo finiva di esistere, e sembrava sprofondare nella terra per poi congelarsi nel freddo dei ghiacci. Tutto era abbracciato da una notte profonda e densa, eterna, circolare, in cui la comune alternanza di notte e giorno perdeva di senso. La luce si muoveva come un intrusa in questa notte infinita, e agli uomini sembrava di vagare come ciechi in una cerchia di ombra continua, in cui l’esistenza del mondo sembrava provata solo da rapidi lampi taglienti, quasi onirici, di luce.
Niente da meravigliarsi, dunque, se pure a quelle ore antelucane il barista avesse ancora qualcosa da fare. In quella terra vuota di tutto, l’alcol era l’unica vera certezza granitica a cui, spesso, gli uomini si appoggiavano. Lo sguardo diffidente del biondo omaccione dietro il banco, dunque, era forse più dovuto al fatto che fossi uno straniero, piuttosto che al numero dei miei drink.
Tirai fuori il portafoglio dalla tasca, e sfilai una banconota di taglio alto.
- Tieni. Fai fare un giro a tutti -.
Il barista prese la banconota con un mezzo sorriso all’angolo della bocca – il massimo della gioia che aveva imparato ad esprimere, credo -, e disse:
- A cosa dobbiamo l’onore?
Mi alzai.
- Tra poco il mondo finirà. Forse è il caso che cerchiate di stordirvi un poco prima… lo spettacolo potrebbe non piacervi – e feci qualcosa di simile ad un quasi impercettibile segno di intesa.
Le teste di alcuni avventori si alzarono dal pozzo di alcol dove stavano nuotando. Il barista mi guardò ancora più strano, ma questa volta con uno sguardo di dileggio. Risposi al suo sguardo con un’occhiata seria, come a dire che non ero pazzo e facevo sul serio – dopo anni di pratica, quell’occhiata mi riusciva particolarmente bene -.
Il mezzo sorriso del barista si spense a poco a poco, facendo trasparire una sottile ombra di preoccupazione.
Mi avviai verso la porta nel silenzio generale. La aprii, e una voce mi chiamò. Era il barista.
- Ehi… non è che dovremmo buttarci sotto i tavoli con un sacchetto in testa o roba del genere? – disse con un tentativo di ironia che, però, non gli riuscì affatto bene.
- Se preferite…
- Sarebbe utile?
- Assolutamente no.-
E, così dicendo, uscii da quel buco, cercando di farmi spazio tra i frammenti congelati della notte artica.
Un’antica leggenda nordica, di cui ormai l’uomo aveva oramai perso memoria, narrava che il Dio che creò il mondo lo fece proprio dall’Islanda. Dove prima vi erano solo crateri lava e ghiacci, Egli creò mari, valli, praterie, montagne e colline. Poi, quando ebbe finito, si guardò intorno e se ne andò via soddisfatto, ma dimenticandosi proprio del terreno su cui aveva piantato i piedi. Così, l’Islanda era rimasta come unico angolo del globo testimone testimone di quella antica realtà atavica ed primitiva. Squassata da un’intestina forza tellurica, emergeva dal mare ghiacciato con violenza eruttiva, e la sua terra nera e dura sembrava schioccare con lavica forza tra l’oceano e i ghiacciai immersi nel freddo del tempo. Sembrava davvero che fosse un bubbone dell’interno della terra che fosse scoppiato in superficie, a testimonianza delle enormi e incontrollabili forze delle viscere della terra.
Usciii. Appena fuori, di fronte a quello spettacolo lunare di colline brulle e innevatem il freddo mi colpì forte come un pugno sul mento. La testa mi ondeggiava, le tempie pulsavano come impazzite. La stanchezza e lalcol nel mio corpo si mescolarono e mi fecero quasi barcollare, mentre guardavo quel paesino islandese perso nella notte e nello spiritato vento artico.
L’acquavite trangugiata velocemente e in quantità sostanziose, contribuiva a tenere in qualche modo in piedi il mio organismo, ma al prezzo di un profondo stordimento mentale e fisico. Mi sembrava di vagare nell’insensibilità del mio corpo, come in una dimensione violenta e onirica. Il freddo e la neve turbinate mi ricordarono la mia casa, al polo Nord. Mi ricordarono di quando partii alla caccia di Drocek – o Shaytan o il demonio, se preferite – e pensavo dovessi solo affrontare una noiosa seccatura. Sembravano passati secoli, secoli di sogno e di perdizione, tanto sfocati e turbinosi erano nella mente gli eventi di quelle ore.
Mi strinsi il bavero della giacca, e avanzai nel freddo. Attraversai la strada di cemento, e percorsi il marciapiede sotto la luce sintetica dei lampioni, fino a che non giunsi ad un incrocio verso una via sterrata. Alzai lo sguardo, e vidi davanti a me la casa che stavo cercando, duecento metri più avanti, leggermente in salita, con la sola luce flebile dell’atrio davanti. Da dove stavo, due piccole colonne gelate, all’inizio dello sterrato, sembravano segnare l’inizio della proprietà privata, e un’arrugginita targa ne dava conferma recitando:
ISTITUTO GRENSEN
CASA DI RIPOSO
Ficcai le mani bene infondo alle tasche e, ritirando la testa sotto il cappotto come una vecchia tartaruga, mi avviai lungo la strada gelata, cercando di irrompere nel buio e nel ghiaccio islandese di quella notte ululante.
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