Ma quale doveva essere, dunque, l’attimo decisivo di Gesù? Forse aveva scelto di iniziare davanti ad un piaga da suturare, o al capezzale di un’infermiera (la suocera di Pietro cui scompare la febbre sarà, di li a pochi giorni, il suo secondo miracolo). O magari in un attimo qualunque: all’aria aperta, ad un passaggio di rondini, ad un impercettibile turbamento del sangue. Certamente l’ora si avvicinava, la privacy diminuiva. Già uscendo per le strade, tre giorni prima, si sentì gridare: “Ecco l’agnello di Dio”. E in quei giorni capitava che se posava lo sguardo su qualcuno, ancor prima che aprisse bocca, quello smetteva di riassettare le reti o di contar denari al banco e gli andava dietro.
Oggi lo zoom dell’evangelista si pianta a Cana di Galilea. Pranzo di nozze. C’è festa, allegria, serenità. Come dovrebbe essere sempre nella vita. Però, come sempre nella vita, capita l’inghippo: viene a mancare il vino. Oh, attenzione: manca il vino! Non il pane, il companatico, i sottaceti o e tartine. Il vino! Uno potrebbe dire: “Che vuoi che sia! Meglio, così non si ubriacano e non cominciano a fae gli scemi”. Senonchè nella Scrittura Sacra il vino è il simbolo della gioia. Già, don Marco, cos’è la vita senza gioia? Un castigo, un macello, un disastro. Un quadretto di vita familiare commovente, quindi. E qui, al calare del vino, s’accende un siparietto tutt’altro che lineare intessuto tra una madre e un figlio. La madre, Maria di Nazareth, spinge per un piccolo miracolo – d’altronde in lunghi anni di silenzio ha intuito le sue potenzialità – il Figlio, Gesù di Nazareth, tiene nascosta la sua ora in cui intervenire come un bracconiere che s’apposta con pazienza per afferrare la preda. “Che c’è tra me e te, o donna?” Risposta che avrebbe scoraggiato chiunque. Non Maria che, come niente fosse, dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Sa che Gesù farà ciò che gli chiede. Sia perché è venuto apposta per portare la gioia, sia perché sa che a chi accetta le sue rotture e si fida di lui (ma sul serio) non dice mai di no.
Sullo sfondo
“sei giare di pietra per la purificazione del Giudei”. Necessarie per la purificazione. Squallide nella loro immobilità, ingombranti nella loro ampiezza, gelide perché di pietra. Giare
“panciute, maestose… come una badessa” – direbbe
Pirandello. Sei, tra l’altro. Non sette: simbolo malinconico di ciò che non giungerà mai alla perfezione. Ebbene, di fronte a questa immobilità che somiglia al cibo avariato, Maria avverte che la Legge ha fatto la sua storia, che la legge di Mosè è importante ma non è più tutto, che il passato è stato fotocopiato quanto basta, che la novità deve irrompere, che gli argini vanno spaccati per irrorare i terreni vicini. E sollecita il cambiamento. Scrivilo! Sollecita il cambiamento! Vede un mondo che sta boccheggiando nella tristezza, nella solitudine, nell’affanno… e invoca un nuovo corso della storia. Perchè Maria non rattoppa, travolge. A costo di accelerare la carriera del Figlio. Gioca d’anticipo perché la legge di Mosè non è più in grado di purificare nessuno, non rallegra più il cuore dell’uomo.
Questa è Maria di Nazareth: non la bambinella, tutta casa e sinagoga che ci hanno tramandato generazioni di catechismo più o meno ortodosso. Maria è amante della giovinezza, amante del cambiamento. Maria trova il coraggio di rischiare con suo Figlio. E questo discorso, fatto ai giovani, li seduce. Perché anche lei, come noi giovani, non è soddisfatta delle cose come vanno, perché è proprio dell’animo giovane percepire l’usura di scheletri che non affascinano più e implorare bellezze che si ottengono solo rovesciando il fronte, non con impercettibili trucchi da laboratorio.
Mi sembra di vederla questa madre: premurosa, preoccupata, orgogliosa di poter intervenire sul Figlio. Non hanno più vino! La storia d’amore di questa giovane sposa inizia con un’umiliazione, sono parenti. Un piccolo miracolo e la festa continua. E sembra di vedere questo Figlio… che vuol rimanere ancora un istante nell’anonimato, che vorrebbe rimanere ancora per qualche attimo il falegname di Nazareth. Possedere una madre, un angolo di silenzio, un letto in cui abbarbicarsi al tramontar della luce. Se lo riconosceranno… sarà la fine della sua privacy.
Ma le donne non cedono. Le mamme: figurati, non si rassegnano, decidono che anche l’impossibile si può sciogliere. Il vino serve: è proprio convinta Maria. E stavolta il Figlio cede. E in questo suo cedere firma l’inizio di mille miracoli, di altrettanti stupori e ravvedimenti, di infinite gioie e insperati recuperi. Maria ha vinto: per la prima volta. Poi Maria non vincerà più. Meglio ancora: non parlerà più in tutti i vangeli. Vedessimo il volto di Maria, lo vedremmo raggiante: guarda il Figlio (il suo bambino), scava gli occhi dei commensali che bevono un vino dal gusto insperato. E’ felice, Maria. Così felice che vorrebbe che tutto si fermasse qui, alla tavola imbandita di Cana di Galilea: questo sotterfugio di gioia, questo piccolo trionfo, questi piccoli uomini che s’accodano come discepoli. Maria non sa che ha anticipato tutto. La macchina dei miracoli è partita, è stata lei a scegliere l’ora. Lei l’ha mossa e non immagina dove la porterà! Non sa dove la porterà, ma conosce la fatica d’aver acceso questa partenza.
In un villaggio si organizzò una festa. Tutti furono invitati a contribuire con un fiasco di vino da versare in una grande botte. Quando cominciò la festa si aprì il rubinetto e ne venne fuori acqua. Ciascuno aveva detto:
“Se metto un fiasco di acqua in una botte di vino, nessuno se ne accorgerà”, ma non aveva pensato che tutti avrebbero fatto come lui.
Giocando al risparmio…l’acqua non diventerà mai vino! Dovrò ripetermelo spesso. Prima di tutto tra i muri di casa mia questa settimana.
Buona settimana 
don Marco Pozza