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Monday, January 15, 2007 - ore 20:36


NIENTE DI NUOVO
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Gradevolmente sorpreso da una resistenza inaspettata. Stanco, un po’ troppo. Che diavolo è successo? Mi porto dietro quello che resta della notte passata.
Un parco semi deserto,risa e grida in lontananza, nascoste tra gli alberi bui. Sono ancora qui. Un déjà-vù. No, non esattamente, non è un disturbo della mente: è solo un ricordo. Lentamente il ricordo si moltiplica e diventa I ricordi. Serate calde e afose, notti gelide, in compagnia, da solo. Da solo. Guardo la mia ombra, proiettata di sbiego da un lampione. E’ qualcosa di nuovo forse? Alzo gli occhi e osservo le luci gialle e calde specchiarsi nell’acqua immobile. Mi rivedo cento volte,sempre diverso,sempre uguale. Sorrido e soffio fuori il fumo insieme al fiato che condensa. Sorrido. E’ quel sorriso che non ti piaceva, e ti faceva guardar storto. Non ti preoccupare: è sempre stato così...

...una gran voglia di mandare tutto a fanculo e partire senza dare troppe spiegazioni. "Ciao, parto". Uno zaino fatto alla buona,il serbatoio pieno e poco altro. Lasciarsi tutto alle spalle il tempo che basta, fosse un giorno o un anno. Sentire che assieme al vento e alla pioggia, dalla pelle ti scivola via anche l’amarezza, quel sorriso stanco che la faceva preoccupare. Sentire che il sole lentamente asciuga tutto e che anche di te resta solo l’essenziale: quella parte ferita forse, ma sostanzialmente indistruttibile, quel qualcosa che ti ha fatto sentire solo, stare solo, ma che ha trascinato a te persone che valeva la pena di incontrare lungo la via. Sentire che ogni lacrima versata non è stata sale sui nervi scoperti ma ha bagnato il terreno arido e qualcosa di buono è nato anche dal dolore. Sentire che c’è un posto chiamato "casa", ma che non sta alle tue spalle: sta lì davanti, che lo porti dentro di te dovunque vai. Casa è nel cuore, dove i colori non sbiadiscono, dove non ci sono dissolvenze e una risata resta limpida e serena, per sempre.

Quasi vado per terra, spingendo indiero la sedia in equilibrio precario, tentando di agguantare con gli occhi un frammento di cielo attraverso l’unica piccola finestra del Bunker.
Ogni tanto un colpo fa vacillare un po’, avverto la fitta, fa male ma non cado. Sorrido. Sono stanco, un po’ troppo stanco.

Qualcuno nasce per cercare di raggiungere una linea sempre più distante, sempre un po’ più in là, sapendo che forse non la raggiungerà mai ma anche che solo rincorrendola si sentirà in pace.

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