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Tuesday, January 16, 2007 - ore 17:24
28.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Entrai facilmente scassinando la porta sul retro. In realtà, l’operazione aveva richiesto un po’ più tempo del solito. Sebbene, infatti, la serratura fosse vecchia e fragile, le mie dita erano talmente congelate da avermi fatto perdere buona parte della mia solita sensibilità.
Appena dentro, apprezzai subito il calmo calore dell’edificio, le sue mura bianche e il pavimento pulito. Qualche luce tenue lungo i corridoi dava l’idea di un rifugio asettico e lontano dal mondo, ma insensibilmente piacevole. Istintivamente, mi sfilai i guanti e poggiai le mani su di un termostato lì vicino, per far riprendere colore alle mani, mentre scuotevo i piedi per far riprendere la circolazione e levarmi i residui di neve sugli scarponi. Aspettai, poco più di un minuto, credo, ma non mi pareva che la situazione migliorasse; anzi, un fremito leggero di freddo cominciò a scuotermi lungo la schiena. Mi avviai comunque nel corridoio bianco e semibuio, ondeggiando involontariamente tra gli assalti del sonno, del freddo e forse dell’alcol.
Risalii a passo leggero una tromba di scale, e mi ritrovai in un altro corridoio. Cominciai ad attraversarlo, e dopo alcuni passi ebbi una strana sensazione, e immaginai un topo che schizzava da una parte all’altra del corridoio, come un frammento emerso dalla mia memoria. Non ci feci caso, e proseguii fino ad una porta. La aprii piano.
All’interno, nella stanza semi illuminata dalla luce della notte che si rifletteva sulla neve di fuori, vidi una stanza piccola, semplice fino ad essere spoglia. Rannicchiato come una conchiglia in un letto incastrato tra un comodino e un termostato, sotto le coperte di lana, stava un omino sottile, che dormiva quieto. Mi avvicinai nel buio, e gli poggiai la mano sulla spalla, scuotendolo leggermente come farebbe un bimbo nella stanza dei genitori, dopo un lungo incubo.
L’uomo si svegliò al primo tocco, rivolgendo il suo viso vecchio e scavato verso di me. Una coppola di capelli bianchi e sfibrati, un tempo forse biondi, inquadravano un viso lunghissimo, smunto, dalle occhiaie profonde, il naso lungo e le labbra sottili. Aprì gli occhi piano, con un mugugno, rivelando uno sguardo azzurro e vivacissimo. Rimasi stupito e quasi spaventato da quello sguardo, che balenò esuberante nella semioscurità e puntò subito, selvaggiamente, impudicamente, sui miei occhi.
- Sei arrivato! – disse con sorpresa e meraviglia.
Lo guardai stupito, confuso. Senza perché, risposi
- Sì – e sorrisi.
A quelle parole, il vecchietto si alzò impaziente dal letto. Posò i piedi nudi sul pavimento freddo, quasi sulla punta dei piedi, davanti a me, imprigionato in un pigiama anonimo a righe verticali. Possibile che nelle mani ossute di quell’omino stessero tutte le mie sorti? Le sorti di tutti? Che sapesse già del mio arrivo, che ci avrebbe condotti alla soluzione, alla salvezza? La mia mente vacillava. E, insieme, sperava.
- Allora? Andiamo? – disse.
- Sì – risposi, confuso e speranzoso.
Uscimmo dalla stanza, lungo il corridoio, giù per le scale. Giobbe trotterellava gioioso e disincantato sulla pianta ballerina e sottile dei suoi piedi nudi. Lo seguivo a fatica, con la vista appannata agli angoli, attraverso le stanze bianche dell’istituto. Ad un certo punto, una porta si aprì alla nostra sinistra, e Giobbe vi ci si infilò. Era una stanza diversa da tutte le altra; non era bianca, ma ricoperta di legno scuro, con panche tutt’intorno dello stesso colore e un tavolo in pietra in fondo al centro. L’unica luce tutto intorno era data da alcune candele, poste agli angoli. Era una piccola cappella.
Alla visione di quell’ambiente, le due parti di me stesso cominciarono a fare pensieri differenti. Una, quella razionale, che stava per soccombere, mi disse che, probabilmente, quell’istituto era gestito da un qualche genere di suore. Quella e motiva e onirica che stava prendendo il sopravvento, invece, mi riportò indietro all’inquietante chiesa di pietra del monte Athos, nella tana di Gilgamesh, il torturatore. Un brivido d’orrore mi scosse, e mi arrestai sulla soglia. Rimasi a guardare intontito l’esile figura di Giobbe, che attraversava le file di panche e inginocchiatoi e giungeva in un angolo, dove era stato allestito un piccolo presepe. Si accucciò sotto le statuine, quasi a cercare qualcosa, ma sempre agitato e entusiasta. Passò qualche secondo, poi mi guardò, lo sguardo evidentemente deluso.
- Dove sono i miei regali? – disse, corrucciato.
A quelle parole, sentì lo sconforto abbandonarmi. Era davvero tutto finito. Non sapevo a cosa si riferisse Giobbe, ma era chiaro che non mi sarebbe stato di alcun aiuto. Anche l’ultima carta, l’asso nella manica, si era rivelato un bluff, un buco nell’acqua. Una sottile disperazione mi pervase, seguita subito dopo da una montante rabbia, che trovò facile bersaglio nell’unico lì presente ad accoglierla: Giobbe. Mi diressi, furioso e quasi dal tutto irrazionale, verso di lui con passo collerico e viso paonazzo: volevo prenderlo e scuoterlo fino in fondo, quasi a spremerne l’essenza, non tanto perché pensavo potesse rivelarsi utile alla mia oramai fallita missione, ma perché volevo finalmente sentire di fare qualcosa, in tanta prolungata impotenza. Qualcosa di drastico e pur tuttavia inutile.
Giobbe però colse subito la mia ira, e scappò via di lato, e fuggì dalla cappella. Lo rincorsi: i nostri passi rimbombavano nei corridoi vuoti, la mia testa galleggiava quasi tramortita: non mi sentivo quasi più io. Raggiunsi Giobbe dopo pochi metri, lo afferrai per la spalla e lo sbattei contro un muro vicino ad una grande finestra e ad una porta che dava verso l’esterno.
-Bastardo! Tu non capisci! Tu ci dovevi salvare! Speravamo tutti in te! Invece siamo finiti! Finiti! Capisci, brutto stronzo?- urlai con forza la mia rabbia, quasi piangendo, mentre scuotevo contro il muro Giobbe come un sacco di farina mezzo vuoto.
Quando mi fermai, con la vista annebbiata e gli occhi pieni di lacrime, vidi che anche lui stava piangendo, terrorizzato.
- Lasciami andare – disse, implorante, piagnucolando in un filo di voce. – Lasciami andare, ti prego -.
Vidi i suoi occhi grandi e imploranti scavarmi dentro, e allora lo sconforto tornò, lasciando scivolare via la rabbia. Tutto era finito. Lo lasciai andare, e Giobbe scappò via verso l’esterno,a prendo la porta vicino a noi. Rimasi a guardarlo, mentre fuggiva corredo a piedi nudi nella notte bianca di neve. Aveva cominciato a nevicare piano. A est, la luce stava finalmente nascendo a spezzare il silenzio e il buio di quella notte eterna.
Stordito, guardai stralunato la veste bianca e leggera di Giobbe svolazzare sulla neve. Feci qualche passo in avanti, per uscire. Sentii i fiocchi di neve sulla mia testa, le orme dei piedi nudi di Giobbe sulla neve, davanti a me. Alzai lo sguardo ad est, vidi la prima luce del sole e ne fui quasi tramortito. Mi sentivo distante dal mio corpo come non lo ero stato mai. Intorno a me, la pressante sensazione di aver sognato per un periodo lunghissimo.
Era finita.
Docile, senza sforzo, una melodia dolce e leggera, di voci femminili, si annidò nel mio orecchio.
Silent night… Holy night…
Le voci provenivano dalla cappella vicina – così mi parve -, incomprensibilmente. Sentii una presenza leggera dietro di me. Mi voltai piano, e vidi, inquadrate nello sguardo stanco e offuscato delle mie lacrime, due figure alte e silenziose, in soprabito lungo e nero.
“Ci siamo – pensai -. Sono venuti a prendermi”.
Sorrisi loro spavaldamente, con un angolo ancora vivo di labbra, e sussurrai.
- Alla fine mi avete preso -.
Uno di loro fece un passo, e mi posò una mano sulla spalla. Contemporaneamente al suo tocco, mi sentii come gradatamente levitare, via dal mio corpo, sopra l’istituto Grensen, sopra le nevi e gli abeti secolari, sopra l’Islanda addormentata, incolore e vulcanica. Mi sentii alzare in alto, docilmente, sopra tutto.
Guardai un’ultima volta la notte profonda a ovest, e le lame di luce del sole della fine sorgere ad est. Una sola stella, cieca, rimaneva al centro del cielo. Guardai in alto, e mi lasciai andare verso di lei. Levitai. Sotto di me, Giobbe correva, seminando la sua esile figura dietro di sé, sparendo nel bianco del mondo.
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