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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Tuesday, January 16, 2007 - ore 17:26


29.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Da quel momento in poi, quello che seguì fu uno stato tanto simile ad un sogno o ad una specie di ipnosi dovuta a qualche droga pesante che difficilmente potrei catalogarlo come “realtà”. All’inizio fu abbastanza difficile distinguere quello stato confuso dalla comunque poco chiara situazione appena precedente, quando i fumi del sonno e dell’alcol stordivano la mia mente. Eppure, già in quel momento mia parve subito chiaro come quella in cui mi trovavo era una situazione del tutto differente dalla condizione stordita eppure umana che mi aveva fin lì accompagnato: E anche a pensarci adesso, pare davvero difficile pensare o raccontare di quanto forse diverso quel “sentire” dal comune realizzare o rendersi conto di una cosa. Anzi, diciamo che lo racconto e basta, senza pretese.
Anzitutto, c’è da dire che le cose sembravano accadere senza motivo, senza connessione logica o apparente causa. Ma questo penso che vada da sé, dato che non stiamo più parlando di “realtà”. In secondo luogo, tutto si muoveva sfocato e al rallentatore, scorrendo lentamente. Sembrava a tutti gli effetti una scorpacciata di oppio – per chi non l’ha provata, è come guardare una vecchia cassetta in un registratore che rallenta il nastro e con un video piccolo che annebbia gli angoli -.
In questa condizione di insensato stordimento, mi trovai sotto i cieli dell’Australia. Non chiedetemi come ci arrivai o come la riconobbi una volta lì: quando qualcuno vi racconta un sogno date per scontato che non ci sia una spiegazione logica ai particolari. E, a pensarci bene, nemmeno ai fatti principali.
Comunque sia, ricordo di essermi trovato a camminare lungo una grande strada sterrata, che correva lenta in mezzo a uno sparuto gruppo di case in legno. Fattorie, a dire il vero, con recinti intorno e mura circondate da vecchi calcinacci, ruote di carro abbandonate e catene di ferro che arrugginivano appese, tintinnando fra di loro al sorgere del vento. Tutto intorno, la luce rosea del sole appena nato, sopra una prateria di un verde stopposo e un cielo così blu che sembrava potesse schiacciare il mondo.
Camminai lungo quella strada e, improvvisamente, mi trovai davanti un piccolo bambino, coi capelli biondi a caschetto, la camicia a quadrettoni e i jeans strappati. Era buttato a terra, nella polvere, e giocava silenzioso con una coppia di dadi di legno. Il suo piccolo pugno chiuso agitava l’aria, scaldando i dadi, che cocciavano fra di loro in un rumore sordo e secco all’interno del suo palmo. Lanciava i dadi nella sabbia rossa, guardava per un secondo il numero risultante e poi, con inaspettata avidità, li riprendeva con veemenza e ricominciava a scuoterli. Rimasi a guardarlo per qualche minuto, in silenzio, per una decina di lanci, aspettando che si accorgesse di me. Ma sembrava troppo preso dal suo gioco, e non mi badò affatto. Allora mi decisi io:
- Salve - dissi.
Il bimbo mi guardò dal basso, mi dedico un’occhiata distratta e tornò a scuotere i suoi dadi. C’era qualcosa di malsano o di compulsivo nella ripetitività di quel gioco; una ripetitività che veniva però continuamente disturbata dall’alternanza dei numeri prodotti dai dadi, sempre così diversi pur con lanci uguali.
- C’è qualcuno qui intorno, piccolo? I tuoi genitori, forse?
Ancora l’unica risposta che ebbi fu un lancio di dadi. Subito dopo, però, il bimbo si alzò in piedi, e con lo sguardo spazientito di un commesso di un supermercato che non riuscisse a spiegare ad una vecchia cliente dove si trovava la salsa di pomodori, mi prese per mano e mi condusse via.
Camminando al breve ritmo dei passi di lui, sorpassammo le case e ci avviammo attraverso la prateria, nell’erba alta. Il sole cresceva a poco a poco, ma il cielo continuava a rimanere infuocato eppure terso. Alcune pietre interrompevano un paesaggio che sembrava creato con una sola lucida pennellata di campitura da un artista svogliato eppure ispirato: un mare di erba alta, qualche sparuto albero, alcune grosse pietre poste a caso, delle colline dolci in grandissima lontananza e la sensazione opprimente di uno spazio apertissimo. Il tutto, ovviamente, sotto un cielo opulento e tumefatto come la mammella di una vecchia, grassa madre.
Arrivati ad un certo punto, nell’erba, il ragazzino si fermò. Vidi un serpente nero strisciare davanti ai suoi piedi e fuggire via, quasi spaventato.
- E’ qui. – disse il bimbo, tornando a guardarmi. – Girati -, disse.
Mi voltai e mi guardai intorno: niente, anche le case di prima erano sparite. Solo il vento era rimasto a giustificare tutto quello spazio enorme ed immobile. Mi girai di nuovo verso il ragazzino ma, con grande sorpresa, mi accorsi che era svanito anche lui. Rimasi solo, in mezzo al nulla.
Già cominciavo ad essere preso da una certa qual sensazione di abbandono quando vidi, socchiudendo gli occhi, cinque piccoli punti avvicinarsi lentamente da grande distanza, appena sopra l’orizzonte, giù dalle lontanissime e preistoriche alture in lontananza. Rimasi a guardare un poco, per decidere cosa fossero, ma l’unica cosa che mi riuscì di comprendere è che stavano venendo verso di me. Mi guardai di nuovo intorno e vidi, nella direzione opposta, altre tre figure che si avvicinavano.
Quando mi voltai di nuovo verso i primi cinque, vidi che si erano già notevolmente avvicinati: prima lontanissimi, ora sembravano essere lontani solo qualche centinaio di metri. Da quella distanza, vidi che la figura centrale era notevolmente più bassa delle altre, e anzi sembrava quasi tenere per mano quella direttamente alla sua sinistra. La mia mente pur confusa intuì qualcosa, e subito ebbi un moto di speranza. Aspettai che si avvicinassero un altro poco, e alla fine li riconobbi con grande gioia. Ai lati del quintetto stavano due uomini alti e risoluti: uno dall’andatura molto più sicura e scattante, l’altro aveva il passo più faticoso per via degli anni, ma comunque solido e vigoroso. Erano Sid e Khun. Al loro fianco due figure più basse, una tozza e scattante, l’altra un po’ piegata e lenta: Thus e Morte. Al centro, sicura e risoluta, camminava Eva, mano nella mano con morte.
Ebbi un tuffo di gioia al cuore quando li vidi lì, tutti insieme. Erano salvi, il mondo esisteva ancora, e forse, insieme, qualcosa avremmo potuto fare.
Ma il sollievo non durò molto. Mi girai dall’altra parte, e nelle tre figure che si avvicinavano riconobbi i due angeli miei inseguitori e, al centro, quella terrificante e sottile figura in saio. Il ricordo inesorabile del passato mi attraverso come una lama quando vidi Gil avanzare nell’erba alta, come a comandare quel lugubre terzetto.
- E così, il momento è giunto – disse una voce vicinissima e profonda.
Sobbalzai per lo spavento, e mi voltai. A fianco a me, Shaytan, il diavolo, sorrideva triste dentro il suo completo bianco con cravatta nera. Lo squadrai stupito, quasi a domandarmi da dove fosse saltato fuori, ma la mia mente mi ricordò che c’erano cosa più importanti a cui pensare, in quel momento.
Rivolsi di nuovo al sguardo alla scena: ora i due gruppetti si fronteggiavano, a distanza di alcuni metri, davanti a noi.
- Cosa accadrà, ora? – chiesi.
Non ebbi risposta. Le mie parole caddero in un silenzio totale, oscuro. Il mondo sembrava essersi fermato: il vento era improvvisamente sparito, l’erba non si muoveva più, e tutto era avvolto da un silenzio ovattato, dilagante, inarrestabile, come se un’enorme mano invisibile fosse scesa a tappare le orecchie del mondo.
La scena rimase immobile per un lungo, interminabile secondo. Poi, vidi che uno dei due angeli teneva in mano un corno dorato. Se lo porto alla bocca. Un suono lungo grave e potente come non se ne erano sentiti mai sembrò spaccare la terra per poter scuotere il mondo intero, vibrarlo fin nell’anima e correre tutto attorno ad esso in un solo attimo. A quel suono terribile, seguì un rombo come di tuono secco, proveniente verso l’alto. Alzai al testa, e con terrore puro vidi il cielo strapparsi a metà come un velo in un tuono accecante, rivelando un abisso enorme e vorticoso, che non sembrava né di luce né d’ombra, ma solo un enorme squarcio vero l’incomprensibile.
Per qualche attimo ritornò il silenzio, e quel mostruoso squarcio nel cielo continuò a vorticare minaccioso. Poi, all’improvviso, un vento terrificante ne uscì, e investì tutte le cose. Scese a terra come un maglio che viene a percuotere il mondo e, quando mi colpi, fu come se il mio intero corpo fosse stato investito in ogni suo centimetro da una forza sovrannaturale e irresistibile, che pure mi scuoteva ma non mi fece volar via. Guardai davanti a me: i miei amici rimanevano dritti e silenziosi contro quel turbine terrificante, uno a fianco all’altro, e anzi quasi sembravano risplendere di una luce flebile e indefinita, che correva dall’uno all’altro e sembrava avvolgerli timidamente.
Poi, un fischio sottile ma potente riempì il cielo, e vidi dalla voragine fuoriuscire, come lapilli infuocati, schegge rosse col volto d’angelo, che precipitarono verso al terra come un grappolo di meteoriti. Prima ne uscirono solo alcuni, poi il loro numero crebbe a dismisura e presero a tagliare l’aria in ogni dove.
La terrà tremo, e sembrò anch’essa aprirsi. Paralizzato rimasi a guardare la scena. Nel rombo del mondo che collassava su sé stesso, vidi con terrore che una di quelle meteore infuocate colpì Thus, facendolo sparire per sempre. Cercai di urlare, ma nemmeno io riuscii a sentirmi. Poi, altre due schegge di fuoco si portarono via Kung e Sid. Rimasero solo Morte e Eva, che ora risplendevano come due fuochi gialli e alti. Resistettero per qualche momento, ma poi anche Morte fu inesorabilmente spazzata via.
Rimase solo Eva, ferma, impassibile che ora brillava della luce di un astro, e sembrava sollevarsi a qualche centimetro da terra.
- Fai qualcosa! – cercai di urlare a Shaytan, voltandomi, ma era sparito anche lui.
Guardai di nuovo il cielo. Vidi un’enorme palla di fuoco formarsi, al centro del vortice. Capì che stava per colpire Eva. Senza pensare, mi misi a correre verso di lei. Il mondo intorno a me sembrò andare più lentamente, mentre correvo verso di lei e ripensavo a Sid, a Thus, a Morte e a Kung. Correvo, e mi avvicinavo sempre di più a lei, anche se non mi sembrava di muovermi. Vidi che si librava verso il cielo a velocità crescente, ferma, le braccia molli e dritte sui fianchi, coi suoi piedi nudi che non toccavano più terra. La vidi infine schizzare via veloce, come ad essere inghiotta in quel mostruoso squarcio nel cielo. La vidi sparire, e poi una forza sovrumana mi colpì, il mondo si richiuse su sé stesso e sprofondò su di me, spazzandomi via da questa terra, nel buio.


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Leonida, 23 anni
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