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Wednesday, January 17, 2007 - ore 11:12
(categoria: " Vita Quotidiana ")
[La tela]
Delle funi pendevano da una trave del soffitto scuro, lunghe si protendevano verso il pavimento ghiacciato della stanza. Un uomo stava nel centro immobile, in silenzio guardava una parete dipinta con forme dai colori nitidi, netti, di fronte ai quali stornava gli occhi neri limpidi. Il suo sguardo trasognato esprimeva uno stupore, una condizione estatica della mente, un trasporto che non si poteva evitare di cogliere. La staticità del corpo dell’uomo era pura e totale quanto il formicolio della sua mente che ballava, isterica, al ritmo fluttuante e ininterrotto di pensieri celati, di visioni di tempi trascorsi e finiti, di età di gloria e di età di vergogna. La donna entrò, con la sensualità accennata nel movimento delle dita flessuose, il viso rivelava un piacere equilibrato, contenuto; le labbra poco carnose si atteggiavano a sorrisi d’invitante pace, le palpebre socchiuse ammaliavano l’uomo con movimenti rallentati e bagliori nascevano tra i suoi seni per morire sulla pelle gelida dell’altro. I colori sulla parete mutavano nell’incedere sinuoso della donna e l’uomo, nel mezzo della stanza, percepiva il fruscio delle sue gambe mentre muovevano passi poco pretenziosi, attuando un involontario stillicidio d’eccitazione. Era ebbro della leggiadria delle sue movenze, del colore rosso sul bianco del muro che ora colava lungo la parete, fondendosi con il viola lucente del brivido provocatogli da lubrici pensieri; la consapevolezza della fugacità dell’attimo nasceva proprio nell’assaporare l’estrema purezza della visione che, invero, dava sollievo all’idea del suo epilogo inesorabile. L’uomo era fisso sull’immagine eterea della donna, la sua evanescenza lo plasmava ad una momentanea vita mentale di quiete e, negli occhi profondi, apparivano strali di vivacità, di sensazioni elettriche; un colore sulla parete, il giallo, impercettibilmente, scendeva a terra in un rivolo dispersivo: niente ne rimaneva sul fondo bianco, cosparso ormai di onnicomprensive chiazze rosse e viola, nessun colore sporcava quel connubio sintetico tra due tinte contrastanti. L’uomo si muoveva e colava anch’egli come il giallo, sul pavimento si disegnavano, inaspettati, i moti dei piedi fino ad allora fissi. La visione invertiva i ruoli, la mente si addormentava per lasciare al corpo vita sensibile. La donna coglieva frutti acerbi dagli sguardi dell’uomo, ingoiava piccole bacche del suo calore e sospirava con malinconica dolcezza al sapore immaturo di baci accennati. Le funi dal soffitto sorreggevano i corpi nell’intreccio, dondolandoli con la calma materna di lontana memoria, donando rimembranze offuscate. La donna si cullava con la testa ripiegata sul dorso dell’uomo, le morbide sue curve disegnate ad accogliere passaggi di mani, carezze, il suo corpo sfiorato. L’uomo era finalmente un soffio di armonia, il pavimento al di sotto era una fredda sicurezza di realtà, pensava.
Nell’istante del piacere estremo, un grido nasceva dalla sua gola e gli occhi coglievano la macchia nuova sulla parete bianca: un nero pece che fagocitava il rosso, il viola. Intanto, un buio incalzante oscurava la stanza, l’uomo nel centro soffocava e la donna rideva; l’oscura aria riempiva ormai l’uomo e la morte usciva dalla stanza vittoriosa.
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