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Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati.

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1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Sunday, January 28, 2007 - ore 17:49


La notte che viene prima di un altro giorno
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi guardò.
<< Guarda che anche il buon Allende ha fatto le sue cazzate. >> commentai sorridendo << Scherzi a parte, davvero toccante, bello; e poi il ribaltamento finale, il gioco di specchi e rimandi tra l’undici settembre negli Stati Uniti e quello di trent’anni prima in Cile. Davvero entusiasmante, complimenti! A proposito, che ora è? Checco non sarebbe già dovuto arriva… >>
Neppure riuscii a concludere la frase che la porta del locale si spalancò e con passo incerto da ubriaco trionfante, caraccollando come un Varenne fatto di nitrati tra nitriti e scatti sul traguardo, entrò Checco. Lupus in fabula e dato che la favola che gli piaceva più di tutte era quella di Cappuccetto Rosso, si presentò con una ragazza di rosso vestita, coi capelli ramati. In coordinato, come a una sfilata di Prada o Valentino.

<< Ciao ragazzi! >> farfugliò tra barba e labbra, cadendo come la statua di un vecchio re dopo il trionfo dell’esercito nemico o come un Varenne pronto per la pensione, TFR escluso.
Checco era andato letteralmente disteso e sognava i sogni dei giusti e degli ubriachi, condendo la fantasia col fischio pesante che viene dall’Est – assieme, per altro, a un’insalata altrettanto pesante, ma buona.
<< E’ tutta questione della maionese, comunque… >> mi disse la ragazza in rosso, ammiccandomi sorridente.
“ Dell’altro rum >> pensai o dissi io. << Anche sta qua legge nel pensiero come Gigiù “ dissi o pensai. Perdonate, ma la memoria m’inganna e non ricordo bene cosa dissi e cosa pensai: d’altra parte questa è la vita. Un presente che fugge secondo dopo secondo, un passato che reinventiamo secondo la nostra fantasia e passione, un futuro in cui non vorremmo essere secondi a nessuno, ma che non sarà mai così roseo come ce lo immaginiamo. E non ditemi, voi disillusi e cinici provati dalle ferite dell’esistenza, che non sperate, perché la speme è proprio l’ultima dea e fugge via solo dai sepolcri, come diceva Ugo Foscolo. O anche come diceva Dante: lasciate ogni speranza o voi che entrate. E appunto dove lo diceva? Sulla soglia della città di Dite. Ditemi allora quello che volete: io credo nella letteratura più che nella realtà quindi così è. E se non vi pare, ciccia.
Comunque tornando a noi, anzi a me e alla rossa veggente, quindi a noi, in definitiva, feci un po’ di casino tra pensiero e parola. Sempre meno di quante ne fece Saussure tra langue e parole, ma questo discorso ci porterebbe lontano e poi io di semiotica non ci ho mai capito un cazzo.
La rossa mi versò del rum (per se prese una birra. Bionda, come la Peroni, Claudia Peroni, quella della Formula Uno, intendo) e si sedette accanto a me. Io la guardai, lei mi guardò, poi io abbassai lo sguardo e intravidi il pizzo delle autoreggenti, che un malizioso movimento aveva fatto fuggire dai confini pudichi che la gonna segnava. Il tempo cominciò a scorrere lento, come un fiume che si prepara a perdersi nel mare, quando mi accorsi che anche lei stava scendendo con gli occhi lungo il mio corpo fino a fermare l’attenzione sul basso bacino. Fu uno sguardo fugace, ma intenso, subito risalì e fissandomi dritto negli occhi, avvicinando le sue labbra alle mie, fino a quasi sfiorarle, mi sussurrò con voce suadante, con voce da gatta:
<< Hai la patta aperta… >>
Sorrise e sorrise ancora fino a che non si mangiò due consonanti e una vocale, finchè non si rise di una fragorosa risata, per la mia risposta:
<< Touchè, comunque non temere, è difficile che un uccello stanco abbandoni il suo nido… >>

Eravamo 1-1 palla al centro, però io partivo con la penalizzazione per certe telefonate estive in cui, ubriaco, avevo sbagliato numero e mi aveva risposto Moggi, oltre che per il fatto che lei, Erika la rossa, era una creatura divina in senso letterale, Ermes (o Mercurio, se preferite) in gonnella che doveva recapitarmi un messaggio da Gigiù.
<< Allora, a che punto sei del tuo cammino? >> butto lì. Finsi di non cogliere.
<< Sono qui, non mi vedi? >>
<< Della tua ricerca. Non è che cerchi solo il tempo perduto? >> Mi baciò su una guancia macchiandomi di rosso fuoco, come il nick di uno spritzino, rosso sangue, come quello che mi si scuoteva nelle vene lottando all’arma bianca col rum. Rosso, come il sol dell’avvenire, anche se non ho mai capito perché: a me pare che sia più rosso il sole al tramonto. Forse dovevano pensarci prima, che magari ha portato anche un po’ sfiga alla Rivoluzione…
Comunque, Erica la rossa aveva colto nel segno, aveva colpito al cuore il problema e io speravo l’avesse ucciso per sempre. Così pensai, ma mi sbagliavo, lei l’aveva ferito, toccava a me il colpo finale. D’altra parte il problema, il tempo perduto che mi affannavo a rincorrere correndo su una scala mobile al contrario, un po’ come i sindacalisti contro Craxi negli anni Ottanta, era mio e solo io avrei potuto trovare la soluzione.
Per quella sera però ne avevo avuto abbastanza: a risolvere problemi c’è sempre tempo e licenziai dunque alcuni pensieri assunti a tempo determinato. Solo quelli, però, dal momento che fui costretto a tenermi quelli che ormai avevano un posto fisso nel mio cervello: pensieri gravi, pensieri grevi, pensieri pesanti come pietre sul greto di un fiume, pensieri pensati notti di qualche millennio fa, che però non mi abbandonavano più. Mi caricai Checco su una spalla e, salutato Giorgio, mi diressi verso una nuova alba. C’è chi adora l’alba, c’è chi vive ad Alba e chi è stato esiliato sull’isola d’Elba; chi è Albino di nome e chi albino di fatto. Io con l’alba ho rapporti contraddittori: la odio e l’amo insieme. Odi et amo, come coso lì, quello latino: è purezza e sogno, innocenza e rinascita. Ma mi ricorda sempre, con quel suo sorriso dorato, che gli uomini normali all’alba al massimo si svegliano: di certo non vanno a dormire.
Per vostra fortuna, però, io sono eccezionale, eccezionale con una tale regolarità e meticolosità che sono diventato regola d’eccezione io stesso.
Siete tutti invitati sulla giostra della mia vita. Accetto tutti, eccetto gli astemi, ovivamente.

(capitolo tramontato. Alle prime luci dell’alba)


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