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Wednesday, January 31, 2007 - ore 21:49
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Continuano ancora ad esistere ingenui osservatori di sé, i quali credono che vi siano «certezze immediate», per esempio «io penso»[...]
«io voglio»: come se qui il conoscere potesse afferrare puro e nudo il suo oggetto, quale «cosa in sé», e non potesse aver luogo una falsificazione né da parte del soggetto, né da parte dell’oggetto. Ma non mi stancherò di ripetere che «certezza immediata», così come «assoluta conoscenza» e «cosa in sé», comportano una "contradictio in adjecto": ci si dovrebbe pure sbarazzare, una buona volta, della seduzione delle parole! Creda pure fin che vuole il volgo, che conoscere sia un conoscere esaustivo; il filosofo deve dirsi: se scompongo il processo che si esprime nella proposizione «io penso», ho una serie di asserzioni temerarie, la giustificazione delle quali mi è difficile, forse impossibile, - come per esempio, che sia "io" a pensare, che debba esistere un qualcosa, in generale, che pensi, che pensare sia un’attività e l’effetto di un essere che è pensato come causa, che esista un «io», infine, che sia già assodato che cos’è caratterizzabile in termini di pensiero, - che io "sappia" che cos’è pensare. Se io, infatti, non mi fossi già ben deciso al riguardo, su quale base potrei giudicare che quanto appunto mi sta accadendo non sia forse un «volere» o un «sentire»? Ebbene, quell’«io penso» presuppone il "confronto" del mio stato attuale con altri stati che io conosco a me attinenti, al fine di stabilire che cosa esso sia: a causa di questo rinvio a un diverso «sapere», esso non ha per me, in nessun caso, un’immediata certezza. - Al posto di quella «certezza immediata», alla quale il popolo, nel caso in questione, può credere, il filosofo si ritrova in tal modo nelle mani
una serie di problemi della metafisica, vere e proprie questioni di coscienza dell’intelletto, che così si formulano: «Donde prendo il concetto del pensare? Perché credo a causa ed effetto? Che cosa mi dà il diritto di parlare d’un io e perfino d’un io come causa, e infine ancora d’un io come causa dei pensieri?». Chi, richiamandosi a una specie d’"intuizione" della conoscenza, si sentisse così fiducioso da rispondere, come fa colui che dice: «Io penso e so che questo almeno è vero, reale, certo» - troverebbe oggi pronti in un filosofo un sorriso e due punti interrogativi: «Signor mio, gli farebbe forse capire il filosofo, è improbabile che lei non si sbagli: ma perché poi verità a tutti i costi?».
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