STO LEGGENDO
Terzani...sempre.
E poi Baricco e i classici.
E "Un cappello pieno di ciliege"
Moses
HO VISTO
Roma col sole e uno spiraglio di luce in me...
e poi

e...

e ancora...
STO ASCOLTANDO
- Renato e la sua poesia
RadioZero- Cambierò...di Anna Oxa
- Baglioni
- Biagio
- Fabi
- Jovanotti
- Negramaro
- Tiziano Ferro
- Pausini
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Ricercato. Nero. Elegante. Di classe. Alla Audrey!
ORA VORREI TANTO...
Il mare...
un abbraccio...
Giovanni tra le mie braccia

un profumo...il suo.
Acqua di sale.
STO STUDIANDO...
...per l’abilitazione!
OGGI IL MIO UMORE E'...
alla ricerca e in silenzio...
ma dolce serenità per il dono dell’Amicizia

"La
speranza scaturisce dal desiderio. Dal desiderio di amore,
dal desiderio
di esprimere noi stessi, dal desiderio di libertà. E in quanto più questo
desiderio è forte e nello stesso tempo, radicato, tanto più la speranza ha
la capacità
di trasfigurare il futuro, di presentarcelo radioso,
infinitamente desiderabile. Ed ha il potere di rasserenare il nostro cuore,
di placare le nostre ansie,
di rendere sopportabile il presente e di
rafforzare la nostra volontà di
combattere per realizzare ciò che
desideriamo."
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) quando le uniche risposte ai tuoi sms sono gli addebiti...
MERAVIGLIE
1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) svegliarsi accanto alla persona che si ama
3) tremare dopo il primo bacio tanto desiderato...
4) Guardare negli occhi la persona a cui si vuole più bene in assoluto, vederla andar via e sapere che potrà accadere qualsiasi cosa tra di voi ma lei sarà sempre lì nel cuore...
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Sunday, February 11, 2007 - ore 12:37
Perchè farsi ibernare?
(categoria: " Pensieri ")
Quanto alla fine e al finire credo che ognuno sia libero di interpretare ciascun termine e forma verbale come meglio crede ma penso che morte e morire non siano lontani dall`esserne ritenuti i più immediati sinonimi. Almeno secondo l’accezione comune per cui si pensa allo smettere di esistere, di essere, di esserci.
L’avvocato Vitto Claut è senza dubbio di questa opinione e un mese fa ha firmato un contratto con l’Alcor Life Extension Foundation di Scottsdale, in Arizona, il più importante centro di criogenesi del mondo, per essere ibernato dopo la morte.
È il primo italiano a farlo, e l’unico finora. Ed è talmente entusiasta, che è già proiettato nella fase successiva del progetto: creare anche in Italia un istituto per l’«estensione della vita», tre parole magiche che riecheggiano in decine di romanzi e film.
Vedendolo in tv, sereno e quasi inconsapevole, ai limiti del fantascientifico, di cui parla con assoluta innocenza, avrei voluto fargli tante domande che esulano completamente da quelle somministrategli dal conduttore di turno; non ho alcuna curiosità tecnica sul come e quando o in che tempi verrà ibernato, non ho nemmeno pensato per un attimo all’importanza delle azioni che potrà compiere, a suo dire, una volta che verrà risvegliato e, a dire il vero, non sono affatto incuriosita dai motivi che lo hanno spinto a questa scelta. Piuttosto, forse banalmente, di primo acchitto avrei esternato questa semplice meraviglia: “Chi troverà di quelli che ama e ha amato quando si sveglierà? Chi ci sarà con lei a condividere questo momento?” La risposta è pressoché ovvia e forse è per questo che mi stupisce oltremodo, ossia mi stupisce la volontà di affrontare questo nuovo esperimento in completa e totale solitudine, e, di più, lo scegliere di vivere in un mondo sconosciuto senza alcuna faccia conosciuta vicino. Ma potrebbe forse apparire un dettaglio secondario.
Rinnovo invece la mia convinzione sul suo esserne inconsapevole. Totalmente. Troppo preso a dirsi il primo, troppo determinato nell’affermare il suo convincimento di amare davvero la vita a tal punto da voler vivere anche solo un giorno più di quanto il destino gli abbia concesso.
Alcune altre semplici meraviglie. Amare la vita non significa forse godersela appieno? Non equivale a carpere il famoso diem? Essere proiettati troppo in avanti, temo sia il modo migliore per contraddire il motto latino.
Inoltre, sfidare il destino è un atto davvero intelligente? È essere più furbi di lui? È avere vinto?
Sarebbe troppo facile spostare il discorso sul piano morale e di fede, sarebbe troppo facile identificare nel destino Dio o una qualsiasi Intelligenza Superiore e mi esimo volutamente dal farlo per poter compiere un ragionamento che definisco e reputo neutro e neutrale.
Penso al destino come a ciò che abbiamo tra le mani, come a ciò che noi stessi tessiamo con le nostre azioni e le nostre decisioni (anche quelle più discutibili, come in questo caso), quindi mi pongo su un piano assolutamente razionale ed equidistante tanto da Dio, quanto da ogni reminiscenza greca, o comunque classica, di Ananke e di titanica fallimentare Hybris.
E mi concentro, per opposizione, semplicemente sull’etimologia di una delle parole che, a quanto pare, più temiamo. Finire è anche, anzi, primariamente è: portare a compimento, completare, rendere completo ciò che non lo è e anche, certo, giungere al termine.
Il traguardo può essere tanto una vittoria quanto una sconfitta, il maratoneta, l’atleta, il ciclista o motociclista, e qualsiasi altro campione lo superi, è arrivato. Che poi lo faccia con le lacrime agli occhi per la soddisfazione o la delusione è altro, il punto è che ha concluso la corsa e sta per trarne le conseguenze, sta per esultare dei sacrifici, sta per recriminarsi lo scarso impegno, sta per rammaricarsi delle condizioni non favorevoli, ma sta tagliando quel traguardo e in quel traguardo sta concludendo l’allenamento che è stato preclusivo e finalizzato unicamente a quel momento.
Potrebbe anche stare per arrivare al traguardo e, soddisfatto per una vittoria, ma anche deluso per una sconfitta, essere desideroso di riprovarci, questo è umano e possibile, certamente.
Però ogni gara è unica e il podio calcato alla prossima occasione non avrà mai e non potrà mai avere lo stesso sapore di un premio conquistato o non conquistato in precedenza.
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