Personalmente il teatro d’avanguardia tedesco, ed in particolare Brecht, è sempre un bel punto interrogativo per me. Non posso peccare di presunzione dicendo che "ho capito lo spettacolo", posso dire che mi son piaciute alcune battutte e che mi ha emozionato. Anche il fatto stesso di non averlo compreso e la voglia che ora sento di interrogarmi, di cercare e capire, mi spinge alla considerazione che è statao una bella rappresentazione: penso che l’arte sia anche ciò che non si capisce interamente ma che ti spinge a cercare e che, nel complesso, forse in modo inconscio o per sensazione, consideri bella ed emozionante.
Brecht esule e il genio narrativo di Kafka. Ispirato a una raccolta di racconti brevi dello scrittore berlinese, inediti in Italia e intitolati Le storie del signor Keuner.
«Alla domanda se esista Dio, il signor Keuner risponde: "Ti consiglio di chiederti se il tuo comportamento muterebbe in rapporto alla risposta a tale domanda. Nel caso in cui esso non muti, allora possiamo lasciar cadere la domanda. Nel caso esso muti, io posso esserti d’aiuto perlomeno tanto da dirti: tu necessiti di un Dio"»
Una bella sorpresa questa messa in scena dei racconti brevi del signor K. di Bertolt Brecht. Moni Ovadia e Roberto Andò hanno allestito uno spettacolo brillante, meno di due ore di teatro geniale che avvince lo spettatore e lo appaga. Il testo - a tratti spinoso, è sempre Brecht in fondo - viene porto allo spettatore in un taglio cabarettistico di respiro europeo, con un miscuglio di lingue diverse, coreografie e multimedialità del tutto inconsueto per il teatro italiano, che tende troppo spesso a restare nella tradizione scenica. Il signor K. parla da uno schermo appeso sopra il palcoscenico, impersonato da nomi noti (Alessandro Bergonzoni, Massimo Cacciari, Gherardo Colombo, Philippe Daverio, Daniele Del Giudice, Oliviero Diliberto, Dario Fo, Arnoldo Foà, Don Gallo, Claudio Magris, Michele Michelino, Milva, Eva Robin’s, Sergio Romano, Carlo Rivetti, Sabina Rivetti, Roberto Scarpinato, Gino Strada) che gli prestano volto e voce. Le loro letture sono accompagnate da accostamenti provocatori di immagini, Moro e Cristo, il nazismo e Totò Riina, Falcone, Borsellino, Che Guevara e Andreotti.
L’alter ego esule Bertolt Brecht, attraverso l’immagine del suo esilio, mette in discussione la propria fede nell’utopia a cui è intimamente ed emotivamente legato. In qualche modo la rinnega, eppure riesce a non cadere nella trappola del pessimismo assoluto. Il signor K. tiene sempre saldi i suoi valori, conserva un sottile distacco, insomma, resta a galla.
Non è però del testo che si vuole dir bene, che sarebbe anche banale visto l’autore, quanto della sua trasposizione sul palcoscenico, in uno spettacolo perfettamente riuscito nei tempi, nei ritmi e nell’impianto. Recitato in varie lingue (oltre all’italiano si parla inglese, tedesco, yiddish, spagnolo, francese russo), intriso di delicata ironia (i musicisti della Stage Orchestra suonano, cantano e ballano vestiti da donna), sottotitolato in modo efficiente, lo spettacolo incalza con un ritmo da musical grazie ai continui cambiamenti del fronte recitativo. Gli artisti scendono in platea, a tratti Moni Ovadia si siede tra il pubblico per assistere (l’autore che osserva il proprio alter ego?), i frequenti filmati danno un ritmo incalzante senza cadere nella frenesia.
La voce di Lee Colbert incanta e stupisce come sempre. Straordinario anche Maxim Shamkov, che volteggia sul palco con una grazia del tutto impensabile vista la stazza. In sintesi, uno dei migliori spettacoli visti negli ultimi anni sul palcoscenico del Piccolo.
PS confessiamo di aver trattenuto a stento le lacrime quando il signor K. grida infuriato "politici, non abbiamo più bisogno di voi, restituiteci il nostro stato!" Brecht sapeva vedere molto lontano.
Commenti
a tratti Moni Ovadia si siede tra il pubblico per assistere (l’autore che osserva il proprio alter ego?)... Scrivi tu, in questa bella critica, che ha il pregio di far venire voglia di vedere lo spettacolo.
Purtroppo però l’autore non può più osservare il suo alter ego, in questo caso, poichè è morto, se non sbaglio nel 1956. Guai a confondere il regista con l’autore. Sarebbe come confondere il macellaio con la mucca... ( a proposito di intoccabili

Nell’operetta brechtiana niente è mai lasciato al caso, i messaggi sono languidamente espliciti:il filmato di Capaci, il processo ad Andreotti...e con una sottilissima ironia fatta a volte di metafore Ovadia si veste dell’incarico - come ammetteva la Woolf - da martire per eccellenza, ossia da visionario, attraverso il quale può sconfiggere muri di credenze e edificazioni di moralità, intere città di pregiudizi...e affermare un’unica, grande verità: passano gli anni e passano le persone, ma i gesti e i ruoli non passeranno mai. L’archetipo più longevo? Che domande, il dittatore!Ah ah ah ah ah...(in chiusura, la giullaresca risata di un pungente Dario Fo).
Bello,"pieno",emozionante...capacità,talento, verità,forza e leggerezza...Per una che di teatro non conosce molto, un incentivo a cercare ancora simili emozioni