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martedì 13 febbraio 2007 - ore 11:20


Base Usa a Vicenza: si giochi a carte scoperte
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"Non è un problema politico". Ebbe davvero un bel dire Romano Prodi, in quel della Bulgaria, ad affermare che la questione legata alla base Usa a Vicenza fosse solo "urbanistica e territoriale". In realtà, quello del Dal Molin pare essere “solo” un problema politico. Anzi, etico-politico, che è pure peggio. E forse a qualcuno è scappato un po’ da ridere nel ripensare alle parole bulgare del presidente del Consiglio quando la sua maggioranza si è spaccata in Senato e ha dato il via libera al trionfo politico dell’opposizione in questa legislatura. Accidenti se questo è un problema politico per il governo!



Ma nonostante le parole avventate, la presa di posizione di Prodi riguardo l’allargamento della base Usa è coraggiosa. E, dal mio punto di vista, condivisibile. Per due semplici ragioni: se c’era un impegno istituzionale precedente, lo si doveva onorare e, in secondo luogo, queste scelte spettano al governo centrale. Ma mentre sul primo principio è facile trovare accordo (la scusa per cui è stato il governo precedente a firmare il patto, infatti, non regge), sulla seconda immagino che già parecchi tra i lettori avranno storto il naso.

In molti il prossimo 17 febbraio scenderanno in corteo a Vicenza urlando il nome di una democrazia tradita, in quanto – secondo loro – il “potere al popolo” pretendeva che quest’ultimo fosse interpellato in decisioni così importanti. Beh, queste persone dal mio punto di vista, hanno capito ben poco del funzionamento di un impianto democratico. Esso non è infatti basato su un potere al popolo continuativo, ma anzi si fonda sul concetto di rappresentanza.



Democrazia non vuol dire dare voce al popolo ad ogni piè sospinto, ma anzi dargli la possibilità di eleggere lui stesso chi quelle decisioni dovrà prendere. E i rappresentanti democraticamente eletti – di qualunque colore essi siano – hanno tanto più diritto di far valere la loro presa di posizione e la loro delega di fronte a scelte delicate come quella del Dal Molin. E ciò per sintesi di opinioni, per maggiore disponibilità di informazioni, per un angolo di interazione privilegiato e per tutta una serie di altri evidenti motivi. D’altro canto, sentire il parere di tutti per ogni delicata questione nazionale sarebbe in primo luogo difficilmente attuabile e, in secondo luogo, non garantirebbe affatto di una scelta corretta.

In quest’ottica, ha poco senso anche la protesta di chi, dal governo Prodi, dice di sentisi tradito. Certo, i propositi elettorali dell’Unione erano diversi, e il governo ha il dovere di attenersi il più possibile al patto di idee che ha stipulato alle urne con i suoi elettori. Ma chi ha eletto esprime un appoggio, una fiducia, una delega: insomma, confida che il proprio rappresentante sarà un giorno in grado di esprimere una giusta posizione riguardo svariate delicate questioni di politica nazionale. In base al principio democratico, allora, l’elettore deve perciò rimettersi alle decisioni di chi ha eletto, e accettarlo, nella misura in cui, ovviamente, non vada a ledere i principi democratici. dopo di che, avrà ogni diritto di mugugnare quanto gli pare.



Posto ciò, il problema maggiore legato al Dal Molin rimane: questo è un dilemma etico. E fa benissimo chi sabato scenderà in piazza per le vie di Vicenza ad affermare la sua posizione contraria alla discutibilissima politica estera di Bush jr ma, se lo fa, deve metterlo subito ben in chiaro. Fa un po’ sorridere chi infatti sostiene che l’opera non vada fatta per aspetti di bilancio (che sono evidentemente vantaggiosi: oltre a quelli economici si pensi solo alla costruzione di un ospedale da parte degli Usa, di cui Vicenza ha bisogno come il pane), oppure per imprecisati problemi di servilismo internazionale del nostro paese.

Questa è una protesta contro l’attuale presidenza americana: che tutti coloro che manifestano abbiano il coraggio di dirlo ben chiaro. D’altronde, chi può seriamente affermare che lo stesso problema politico e civile si sarebbe presentato se gli States avessero deciso di aprire da noi, che so, un’università? Forse il problema non si sarebbe presentato nemmeno nel caso in cui la base, invece che americana, fosse stata francese. D’altronde, non si può esattamente sapere che ne faranno gli Usa delle truppe dislocate all’ “Ederle 2”: potrebbero utilizzarle per alimentare una guerra senza senso come quella irachena oppure mandare un prossimo domani condivisibilissimi aiuti umanitari al Congo o in Somalia. Questa base, per i manifestanti, è il simbolo della politica estera di Bush, e come tale è sacrosanto protestare. A patto, ripeto, che sia chiaro perchè e su cosa si protesta.



Che poi la questione Dal Molin sia l’ennesima occasione persa per fare una seria riflessione sui rapporti Nato tra i paesi aderenti al patto e sulla politica interna riguardo la possibilità di lasciare appostamenti militari ad altre nazioni sul nostro territorio – Aviano, Isola della Maddalena... -, è tristemente evidente. Ma nemmeno ci si può aspettare che aspetti così noiosamente burocratico-politici tocchino il nervo scoperto della nostra società civile. E aspettarsi una riflessione su questo argomento da questo governo, con le sue evidenti difficoltà politiche, pare, se possibile, ancora più illusorio. E fortuna che era solo un problema urbanistico...


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Leonida, 23 anni
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