E’ caduto il governo Prodi. Il paese è piano di gente - giustamente - arrabbiata. Alcuni danno al colpa ai senatori ribelli. Altri puntano il dito contro i vari Cossiga, Andreotti, Pininfarina. Alcuni incolpano D’Alema di essere stato troppo duro, troppo chiaro. Altri danno la colpa a Prodi, incapace di tenere salda con la giusta forza la sua coalizione. Altri ancora accusano i “poteri forti” - governo Usa e Vaticano - che avrebbero fatto non precisate pressioni al fine di alterare il voto al Senato. Insomma: il balletto dello scaricabarile è già iniziato, e questo la dice lunga sulla “maturità” democratica e istituzionale del nostro paese. Ma, aldilà delle evidenti difficoltà di questo governo e le particolarità dei singoli, io cercherei di fare un discorso più ampio; culturale.

Nella sedicente “democrazia matura” italiana, a mio parere, in pochi hanno davvero capito che cos’è questa benedetta democrazia. Se la si conoscesse davvero, si avrebbero in mente ben chiare due cose: che essa è basata sulla rappresentanza e che la politica che la governa è l’arte del compromesso.
La manifestazione di una settimana fa nella mia Vicenza ha dimostrato che molta gente non ha compreso il primo punto. Democrazia non vuol dire richiedere il parere del popolo ad ogni piè sospinto, anzi. Ciò, oltre ad essere materialmente impossibile, non è nemmeno garanzia di una scelta corretta. La moltitudine, infatti, spesso non può avere tutte le informazioni necessarie per decidere, e dunque è giusto che deleghi la scelta ai propri rappresentanti eletti, confidando che essi possano prendere la decisione più saggia nel momento della scelta. Se poi la decisione non piace, si può certo manifestare e mugugnare, ma non si può parlare di “democrazia tradita”.
Ieri, a palazzo Madama, alcuni senatori dell’estrema sinistra hanno dimostrato di non aver compreso il secondo punto. C’è una differenza tra ideali e pratica politica. Le battaglia campali, quelle dei “senza se e senza ma”, non hanno ragione dessere fuori dalle piazze. All’interno di un incarico istituzionale non deve mai prevalere una idea rigida, ma anzi deve avere la meglio la mediazione, il compromesso. E questo proprio perchè fare politica vuol dire mediare tra posizioni diverse e spesso opposte. La coscienza rimane certo un affare serio, ma se un senatore - come ha legittimamente affermato l’oramai famigerato Turigliatto - non si sente di votare contro le proprie convinzioni pur se in ragione di una causa politicamente più “alta”, allora qualcuno deve avere il coraggio di dirgli che ha sbagliato mestiere.
Insomma: popolo insofferente da una parte, politici integralisti dall’altra. Poco da stupirci se il sistema democratico, quando le sue basi vengono ignorate, ha la peggio e il governo cade. Forse faremmo meglio a riflettere su questi aspetti, prima di cominciare cercare il solito grosso capro espiatorio da immolare sull’altare della “democrazia tradita".