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2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Monday, February 26, 2007 - ore 17:10


La rivoluzione di moda
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Perfetto come il corpo di Angela, che però non era a forma di bottiglia di rum. Grazie a Dio.
<< Vuoi che ti prepari un caffè? >> le domandai, per rompere l’imbarazzo del momento e rimuovere quel dubbio da principe di Danimarca che mi stava iniziando a tormentare: aveva o no pronunciato quel “purtroppo”? Dubbio, tra l’altro, che resta comunque più stuzzicante e delizioso di quello che si poneva Amleto, un mio amico idraulico, ad ogni perdita per la quale era chiamato a porre rimedio: tubi or not tubi?
<< Grazie mille >> rispose << intanto io mi rivesto. >>
Andai in cucina e dopo aver messo sul fuoco la moka, confidando che il metano mi desse una mano a preparare il caffè, aprii la finestra per vedere un po’ cosa accadeva alla civiltà umana. Io abito in un attico con piscina coperta e coperte di cachemire nonchè lenzuola di seta, al nono piano di un condominio che domina la città: dentro le mura, così posso disinteressarmi di ciò che accade fuori, tanto sono protetto. L’ho preso per accontentare il mio egocentrismo, che così può dominare, per interposto attico, tutta la massa urbana sottostante. Inoltre, è felice anche il mio spirito goliardico, dal momento che, nelle ore di punta o durante le partite a Risiko, posso arrischiarmi sul balcone e arringare, in fez e camicia nera o con una scolapaste in testa e il mestolo nella mano destra, le folle contro la perfida Albione o contro l’ancora più infida Kamchatka, territorio da conquistare costi quel che costi.
Quel giorno, però, mi volevo solo limitare ad osservare il brulicare ordinario delle formiche umane, senza farmi dux e senza fiat lux, compito, questo, che spettava biblicamente a Dio. O in alternativa a Lapo, nuovo condottiero dell’industria automobilistica torinese, nonché amico cocainomane, privato del benché minimo senso del congiuntivo.
Il traffico umano non era però quello dei giorni soliti, c’era qualcosa di diverso: un’atmosfera strana, un senso di rivolta e una rivolta contro il senso comune, contro l’ordine costituito.
C’era, in città, una rivoluzione. Un nuovo Sessantotto? Non lo so, io nel Sessantotto non c’ero, però ho visto Sapore di Sale dei fratelli Vanzina, che nel Sessantotto c’erano eccome, anche se erano tutto il giorno in spiaggia a non fare un cazzo dalla mattina alla sera. Da quel poco che ho capito vedendo i loro film, non mi pareva proprio un moto sessantottino e neppure un moto perpetuo, piuttosto un motorino truccato Chanel o forse Dior; non una rivoluzione, ma più che altro un tentativo di evoluzione. Del gusto e della moda. Guidata dalle fashion victims.
Non la Rive Gauche di Sartre e degli intellettuali a la page, ma la Rive Gauche di Yves Saint Laurent e di un’altra moda, l’haute courture: senza pret a porter, quello lasciamolo al popolino delle seconde linee. E le masse si sa, non hanno mai fatto una rivoluzione che fosse una: l’hanno sempre fatta le avanguardie e le elite. Culturali o fashion che fossero.
Durante quei moti, quella rivolta contro il sistema moda, era diventato imperativo ammollare fendenti alle sorelle Fendi, mettere ai ferri e fuochi Ferrè, armarsi contro Armani, coprire di insulti e versacci Versace, usare carta moschicida contro Moschino, mandare una missione punitiva contro Missioni, far ubriacare e poi picchiare da Galliani - con la scusa che era interista – Galliano.
E ancora: rubare a Richmond per dare ai poveri, caricare Cartier, dare fuoco ai distributori per bruciare Diesel, occupare Sofia per sottomettere i Bulgari, fare casino in maglieria tra Cashmere e Pakistan - coinvolgendo l’India, fare del sushi con Yamamoto, crucciare Cruciani, fare di Prada una preda, indire la giornata del pirla contro la Perla. D’altra parte, il corteo era pieno di Agent Provocateur e la parola d’ordine era diventata: pagherete Karan, pagherete tutto.
La rivoluzione, in quel momento storico, come direbbe l’elegante compagno Bertinotti, era lo sbocco necessario alla crisi irreversibile del fashion-capitalismo: una crisi di struttura e di tendenziale caduta del saggio del profitto, ma soprattutto del buon gusto, che coinvolgeva anche la sovrastruttura valoriale del pensiero unico glamour. Insomma, per dirla come si mangia: ci si era rotti le balle di vedere tutti con la stessa scritta o quelle cazzo di alette sul culo dei jeans, per altro pagati a caro prezzo.
Poteva essere l’alba di un giorno nuovo, di una nouvelle Vogue, ma si sa come finiscono le rivoluzioni. Tutti dolci e gabbati. E la colpa era essenzialmente loro, delle fashion victims. Sognavano un mondo diverso, un altro mondo della moda possibile, un altro modo di vivere la moda, ma dove vai se la banana non ce l’hai? C’è chi va al supermercato, ma se mancano gli strumenti critici per capire il problema di fondo o se non sai dov’è il reparto frutta&verdura, non c’è supermercato che serva.
Loro, infatti, non capirono che la vera rivoluzione è intima, come un sensuale perizoma in pizzo nero. La vera rivoluzione, soprattutto se la si vuole vincente, è argomento per iniziati, è un segreto: insomma, è un perizoma di Victoria’s Secret.
Non bisognava lavare i panni in Arno, a Firenze (sede di Gucci), ma, come diceva Guicciardini, guardare al proprio particulare, cercando di curare un proprio stile e di ricrearlo, in un’intertestualità di nuance e colori, in uno stile dandy e unico perché individuale (come diceva Max Stirner: più o meno). Ma coloro che sono in grado di comprendere questo concetto e metterlo in pratica, passando marxianamente dalla teoria alla prassi (direbbe quel fusto del Fausto), sono davvero pochi.
Un’elite, appunto, antidemocratica, ma non conservatrice: le collezioni, si sa, cambiano ogni stagione. E poi si buttano via.

( capitolo Vanity fair. E attenzione: come dice Gigiù, la settimana dei saldi è come quella del giovedì santo. Una sofferente passione per il dandy, da allontanare come l’amaro calice. E’ la morte in croce della moda e la felicità dei farisei. Grazie a dio, dopo tre giorni risorge una nuova collezione primavera-estate)


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