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1) doversi alzare da sotto il piumone alle 7 di mattina in pieno inverno
2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Friday, March 02, 2007 - ore 16:58


Quando Beltè splendea.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il cellulare tornò a squillare. Era la mia press agent infuriata perché da lì a mezz’ora avrei dovuto essere in una libreria del centro a presentare la mia ultima raccolta di poesie e non mi ero fatto vivo tutta la mattina.
<< Dove diavolo sei stato tutto il giorno? Credevo fossi morto! >> mi urlò tra il disperato e il rassegnato dal telefono.
<< Poteva andare peggio, potevo essere già ubriaco. E’ che ho avuto un imprevisto. Piacevole come tutte le cose non previste, ma questo parecchio più piacevole… >> provai a scusarmi, mentre cercavo una giacca da mettermi e mandavo già un sorso di rum.
<< Una donna, una delle tante insomma… >> si rassegnò definitivamente.
<< Di più, un angelo… >>
<< Certo… come dici di ogni tua conquista… Vabbè, cerca di darti una mossa. Va bene fare l’artista, ma abbiamo dei tempi da rispettare. >>
<< Non temere. Tra poco arrivo. E se qualcuno protesta, digli che sono con Godot al bar a prendere un caffè. >>
Io odio le presentazioni, perché ti trovi sempre in mezzo a un mucchio di persone sconosciute, alcune ingenuamente innamorate delle tue parole, altre ingenuamente critiche, perché invidiose del tuo genio. Altre ingenue e basta. E c’è sempre qualcuno che inizia a riempirti di domande, convinto di aver trovato un senso in parole e frasi, in cui tu stesso, tu che ne sei l’autore e il creatore, non ci hai trovato nulla, se non una certa eleganza di stile e una certa musicalità. Ma forse è per questo che continuo ad andare alle presentazioni: perché qualcuno mi spieghi cosa mai ho scritto.

Arrivai alla libreria Feltrinelli e prima di entrare in sala, cavai fuori di tasca la fiaschetta in acciaio. I prestigiatori, in genere, cavano conigli o colombe dal cilindro, ma i conigli e le colombe non si bevono, al massimo si mangiano. E io avevo bisogno di un sostegno liquido per quel pomeriggio: bevvi d’un fiato tutto il rum della fiaschetta ed andai a prendere posto, accolto dagli applausi della sala.
L’inzio fu un classico, sebbene io fossi uno scrittore postmoderno, con addosso i postumi di un amore e della sbronza del giorno primo: le solite parole, la solita presentazione del contesto in cui si colloca l’opera dell’autore, le solite frasi sul senso della raccolta. Preferisco raccogliere il senso della vita, ma non si trova purtroppo facilmente: così mi limitai a raccogliere tutte quelle parole dimenticandole un attimo dopo, raccogliendo anche gli sguardi interessati della sala, salendo lungo i corpi delle persone sedute, finchè la mia attenzione non fu catturata da una cascata di neve: cappelli e barba bianchi e luminosi agghindavano un viso gentile e placido, scavato però dalle ruspe del tempo.
Sorrideva.
Era Giovanni Raboni, il noto critico e poeta lombardo? O Babbo Natale? Ci pensai un po’ su e ne conclusi che, dal momento che Raboni era morto, doveva essere per forza Babbo Natale. Fuori stagione, come una svendita promozionale. E in effetti io stavo promuovendo il mio libro: o meglio, io l’avevo bocciato appena finito, gettato tra le carte da bruciare di una vita bruciata, ma la mia editor, che aveva letto la vita di Kafka e che amava paragonare certi miei lati a quelli del grande ceco, era andata a recuperarle nella spazzatura. Non dev’essere stato difficile, d’altra parte: gli unici fogli in un bidone di bottiglie vuote.
Soddisfatto del mio ragionamento, per ingannare la noia, proseguii ad auscultare il pubblico.
E d’improvviso con lo sguardo raggiunsi lei, elegante e altera, maestà di bellezza. Non proprio una passante che fugge via nell’eternità, dal momento che era seduta, ma bella della bellezza dei vent’anni, come le colline dolci che si stagliano dietro Conegliano.
<< Chissà perché mi è venuto in mente Conegliano >> pensai << in fondo, a me il prosecco non piace… Già meglio Gorizia ed i vini del Collio, ma comunque speriamo che dopo ci sia del Cristal, che così almeno diamo un senso a questo pomeriggio… >>
La mia mente non terminò neppure di pensare la frase che sentii una voce che mi chiamava.
Iniziava la mia parte e partii subito in quinta. Un discorso senza capo né coda, d’altra parte cosa fatta capo ha e io ero anarchico libertario, oltre che non abbastanza ubriaco per dirmi fatto.
<< Signori, con questa raccolta >> esordii << ho voluto compiere una circumnavigazione dell’esistenza umana, scandagliandone i fondali e gli abissi: le ansie, le disperazioni, i drammi e le rappresentazioni del teatro che tutti noi, goffmanianamente e spesso goffamente, recitiamo. Avendo però avuto la sensazione che una simile operazione non fosse poi così tanto originale e fosse stata compiuta già da qualche altro poeta, ho deciso di mutare chiave di lettura: ho preso la storia della letteratura e l’ho svuotata di senso, ho ribaltato il senso fino allo sputo, fino al non-senso, che un senso in realtà ce l’ha. Ho abbracciato la logica del paradosso e dell’assurdo. Vedete, al contrario di quanto molti pensano, l’assurdo ha una sua logica, ma non posso spiegarvela perché è assurda. E’ come cercare una sveglia che non suoni, così uno non si sveglia: dorme e non piglia pesci, ma tanto che gli frega? Mica fa il pescatore. >>
Pausa. Facce perplesse e accigliate, con quell’espressione che non capisci mai bene se sia quella del pensatore di Rodin o di uno che sta sulla tazza del cesso, pronto a liberare il proprio sfintere.
Ripresi. Da sventurato, lanciandomi in un parallelo quantomeno ardito con uno dei sommi poeti della letteratura italiana: Giacomo Leopardi da Recanati.
<< Vedete, io ho molte affinità con Leopardi: il Leopardi era contemporaneamente un genio e, per via dei conosciuti problemi fisici, un handicappato. Un po’ come me. Solo che il mio handicap è sempre stato il genio. Entrambi, inoltre, non siamo nati a Milano ed entrambi siamo discepoli di Lucrezio, entrambi abbiamo amato una Silvia anche se ho ragione di ritenere che non fosse la stessa donna, sebbene stronza in egual misura. La Silvia delle rimembranze perché non la diede al poeta di Recanati, la mia Silvia perché la diede a un po’ troppa gente al di fuori del tollerabile. Ma quel che più mi preme sottolineare sono due cose: entrambi siamo di sangue blu – e l’aristocrazia non è una cosa che ti insegnano a scuola – ed entrambi abbiamo riflettuto e dato corpo teorico al concetto di pessimismo. E qui sta anche la principale e direi fondamentale differenza: Leopardi, come presumo sappiate, parlava di pessimismo cosmico. Io, invece, di pessimismo comico. In quella vocale caduta… >>
<< Guarda che la esse è una consonante >> mi sibilò la mia editor.
<< Pardon, in quella consonante caduta, la esse, si sente tutto il peso della distanza. Il peso di una storia che torna su se stessa, come l’ouroboros e la distanza di secoli e di sentimenti, di sillabe e di sibille, di studi e di storie, di visioni letterarie e di visioni tout court: all’epoca infatti credo non ci fossero le lenti a contatto. Ecco, in sintesi e per sommi capi questi sono i punti che da un lato segnano il contatto e dall’altro marcano la differenze tra me e il Leopardi. Ah, un’ultima cosa: io non so neppure come sia fatta una ginestra: se qualcuno di voi ne ha idea me lo spieghi, che sono sempre stato molto curioso. Ho provato anche su Google, ma niente. >>
Mi sedetti e presi fiato, nell’attesa di capire se ero un genio o solo un cretino.
Bevvi un lungo sorso dalla bottiglietta di fronte a me: era un luminoso carminio. Era Beltè.

(capitolo sparito. Tra le Operette morali del Leopardi, che, devo dirlo, ci guadagnerebbero di molto con quest’aggiunta)


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