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OVVIAMENTE NON SI POTREBBE STARE SENZA QUEST’UOMO:



E SENZA QUESTO PARGOLO:


"userò il vasino quando mi sentirò pronto! fino ad allora continuerete ad igienizzare il mio crepaccio sentendovi onorati dell’opportunità!!"

E NATURALMENTE, L’UNICA FAMIGLIA CHE SI PUO’ DEFINIRE UN’ISTITUZIONE:



E NON DIMENTICHIAMO MAI QUELLI CHE PREFERISCO:

































































E non posso non....
IL MIO FREAK PREFERITO:












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Finalmente in tutti i negozi di dischi, e su emule:



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Regina Spektor


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-Regina Spektor-

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-The Shins-

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-Flogging molly-

Stuck in the middle with you
-Reservoir dogs Sndtck-

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-Queen-

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-Pulp fiction Sndtck-

Where the streets have no name
-U2-

NEW SLANG
-the Shins-


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Mi vesto come mia wallace per andare al lavoro....

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STO STUDIANDO...

si...hem...scusate? da dove si passa per...? dov’è che devo andare? per di qua dove vado a finire? scusate?...qualcuno!


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ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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Saturday, March 03, 2007 - ore 19:04


ONE YEAR AGO
(categoria: " Poesia ")


Un anno fa abbiamo preso quell’aereo. Quando Pisa si fece piccina ci venne da piangere. E piangemmo. Per paura suppongo. Andare via non è facile. Richiede coraggio, perché anche se quello che lasci non è poi un granchè…beh…è comunque un granchè che conosci. E’ un granchè sicuro. Ma noi dovevamo fuggire da tutto quello. Lasciare la lauea nel cassetto. Dire ciao ciao a mamma e babbo. Dire a presto ai nostri amici. Rimandare ai mittenti i nostri cuori sfasciati. E andare via. Lontano. Fanculo la paura e i dubbi. Che cosa avremmo fatto? Chi avremmo incontrato? Che cavolo di lavoro avremmo fatto? Dove avremmo vissuto? E soprattutto….ma Edimburgo…ma che città è Edimburgo??? Ti ricordi quando decidemmo di partire? Eh eh. Mi chiedesti “ma dove si va?”…e io “Edimburgo”… “Perché? Cosa c’è lì?”… e io non lo sapevo. Non avevo nemmeno mai visto una fotografia, solo Trainspotting (che non era un biglietto da visita poi così rassicurante). Però mi dissi “se va bene per JK Rowling andrà bene anche per me”. E avevo ragione.
Ti ricordi quando arrivammo? C’era la neve. E noi stracariche di bagagli ci si fiondò nel primo taxi con solo un indirizzo di un ostello scritto su un foglietto. E mentre saliva sferragliando su Market Street la vedevamo per la prima volta. Quelle strade che sarebbero di lì a poco diventate così familiari. E per la prima volta da un sacco di tempo, su quel taxi, sentì che non avevo paura di quello che sarebbe successo.



E poi conoscemmo i bimbi spagnoli. E fu subito famiglia. Non abbiamo avuto il tempo di sentirci sole. E il primo mese è un ricordo confuso di risate, danze sfrenate, chiaccherate in tre lingue diverse, abbracci, strette di mano, sbornie e sorrisi. E il primo mese è stato duro cavolo. La vita da ostello ti mette dura prova. Solo raccattare la tua roba da terra il giorno delle pulizie ti vuol vedere in faccia. E non trovare lavoro quando non ti sono rimasti i soldi neanche per un biglietto aereo fa paura.
Poi…in una settimana…si sistemò tutto.
Voglio lavorare in Royal Mile. Fatto. Voglio vivere nel cuore della Old Town. Eccoci lì. Voglio conoscere qualcuno che mi faccia uscire di testa. “Dile, esto es Antonio” “Tony esta es Dile”. E fu subito amore. E la vita cominciò a prendere una dimensione da vita normale. Il lavoro, gli amici, la città, i locali, l’amore. E poi i viaggi…tornare a Livorno per dieci giorni, e non vedevamo l’ora di tornare a casa nostra. Tre giorni a Londra e quello stronzo ti rubò il portafoglio a King’s Cross, e torniamo a casa ti prego! E poi l’Irlanda…Partire e tornare a casa. Felici di tornare. Felici di rivedere chi ci aspettava. E i tre mesi che avevamo programmato erano diventati sei. E quei sei mesi sono passati troppo veloci. E in quei sei mesi ho vissuto quello che qui sarebbe successo in cinque anni. Quello che qui non è ancora successo. Quello che qui non riesce a succedere. Quello che qui è come se morisse sul nascere. Le persone addormentate e la città inutile.
E poi è arrivato il due settembre. E c’era un aereo da prendere. Che ci avrebbe riportate diritte diritte nella merda. E Cristo Santo! La nostra camera completamente bianca e triste io me la ricordo ancora. E quando siamo scese a Pisa, nonostante il sole, c’è sembrato subito tutto squallido e grigio. Ma c’era qualcosa di diverso stavolta…noi. Noi s’era diverse.
Come ha detto Nacho “quando arrivai in Scozia tremavo, di freddo e di paura…e quando tornai a casa avevo la testa alta e il sole in faccia”…Io sono una paranoica cronica che si lamenta di tutto, e lo sai, mi conosci…ero così prima di partire, durante e quando sono tornata. Sono quella che tira il cellulare contro il muro e se si rompe s’incazza pure. Sono sempre io. Ma…qualcosa è cambiato. Il mio rapporto con me stessa non comprende più necessariamente qualcun altro. Tutto quello che mi sembra impossibile da fare, lo è se lo guardo da lontano. Alla fine, in un modo o nell’altro, le cose cambiano. Alla fine, in un modo o nell’altro, le cose vanno a posto. Non si è mai soli, in nessun momento, in nessun posto. “Casa” non è dove sei nato, ma dove stai bene anche quando stai male. La mia famiglia si è allargata. Ci sono ancora belle persone da conoscere. Ragazzi che ti faranno innamorare. Infondo non è tutto perduto. Non è tutto finito.
Le pallate di neve nel cimitero. La nebbia. Gente che va e gente che viene. Tonnellate di Curriculum e “Cercate personale?”. I messaggi gratis con la O2. I musei. I caffè-to-go. Demet in botta da Paracetamol che nemmeno Mark Renton. Le Vodka&Coca da un pound che portami via mi viene da vomitare. I soldi, i conti, l’affitto. Io che canto (e ballo…che pezzi!) Jesus Christ Superstar mentre cuocio il bacon. I clienti fissi. La donna con la faccia bruciata, l’australiana New Age-no foam-very hot, Matthew a-Latte-please, il ragazzo nice-day-today. Le passaggiate in Royal Mile alle quattro di mattina. I fuochi d’artificio sul castello. Noi tutti malati nell’ostello che si vomitava a turno con la febbre a 40. Il festival. Le strade piene di gente. I topi e la spazzatura. L’indiana che abitava con Tony che mi avrebbe volentieri ammazzato. E il suo bambino che piombava sempre in camera nei peggio momenti. L’inno scozzese ogni sera alle nove e mezza. Le sigarette rollate. La biblioteca. Il Lidl. Cowgate. Le passeggiate sotto le bufere di neve. I resoconti sessuali al lavoro con le bimbe la domenica mattina. Pianti disperati nei vicoli. E la finale dei mondiali. E poi Tony. Tony tony tony tony. Per citare il caro Rob Gordon: c’è chi non s’è più ripreso dopo aver visto un concerto dei Nirvana, beh…io non mi sono più ripresa dopo aver incontrato te, Gringo. E per quanto ti detesti in questo momento….quando ripenso ai momenti più belli….salta fuori il tuo bel viso, a tradimento. Ci sei tu. E alla fine rimani quella persona splendida che mi metteva il cicatrizzante sulle ferite aperte, con le sue dita. La parte migliore di te. E la migliore di me con te.



E ora è passato un anno. E a me mi sembra ieri. E spedisco un grazie di cuore mentale a tutte quelle belle persone che hanno vissuto questo con me. Che sono diventate parte della mia famiglia. Alle mie meravigliose amiche che hanno preso un aereo per venirlo a condividere con me, anche solo per pochi giorni. Grazie. Grazie soprattutto alla mia amica-coinquilina-collega Laura, che sei partita con me, che ti sei fidata di me. E un grazie, seguito da un vaffanculo, a Tony. Che è uscito dalla mia fantasia due anni prima di incontrarlo, che avevo già scritto di lui e non gliel’ho mai detto.
E un grazie a Edimburgo, perché mi fa farfallare lo stomaco.

























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