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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Monday, March 05, 2007 - ore 11:10


30.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sì, lo so. In questa storia non faccio altro che riaprire gli occhi, emergere dalle tenebre. Lo so. Vi sarete stufati. Ma questa volta, lo giuro, è diverso. Quella fu l’ultima in cui li riaprii davvero. E, come tutte le ultime volte, fu anche la più strana.
Fu come svegliarsi senza aprire le palpebre, come riacquistare la vista e la memoria all’improvviso. Come uscire da una stazione dopo un lungo viaggio e accorgersi di essere già arrivati. Come emergere dal mare dopo una lunga risalita, e trovarsi all’aria aperta, in un mondo diverso. Non opposto, ma diverso.
Non fraintendetemi: non fu affatto un qualche tipo di “rivelazione”, o una rinascita violenta come dopo essersi stati espulsi violentemente dal grembo della vita.. Fu piuttosto la presa di coscienza di un qualche tipo di passaggio. Una scena nuova. E non più ripetitiva. Aperti – o non aperti – gli occhi, infatti, fin dal primo sguardo mi accorsi che il gioco, stavolta, era definitivamente finito. La mia pedina era stata irrimediabilmente sbattuta fuori dal tabellone. Ora c’era da capire se si era vinto o perso.
Cominciai a sentirmi. Più leggero, quasi stordito. Non sentivo più addosso quella spossante stanchezza, l’alito pesante della vita sulla pelle. Anzi, a dire il vero, era quasi come se non sentissi più il mio stesso corpo. Era su di me, certo, presente… eppure così… poco rilevante. Come stare immersi nell’acqua perfettamente fermi, fino a quando non si sente più niente, attorno. Così maledettamente leggero e insensibile che non mi sembrava nemmeno di essere reale, se non fossi stato così convinto di esserlo. E lo stesso per quello che stava attorno a me: che vedevo. Tutto, perfino me stesso, dietro la scorza dura di un immagine nitida, mi pareva così etereo eppure solido, come se fosse fatto di puro pensiero. Trasparente.
Non ero steso a terra, né ero appoggiato a niente. Né, credo, posso affermare con certezza il fatto che mi stesi reggendo in piedi sulle mie gambe. Sembravano cose così incredibilmente poco rilevanti… Ciò che mi appariva davanti era, in realtà, era solo una strada. Una larga strada di una città in rovina. Deserta, abbandonata. Sopra un, cielo plumbeo, agitato da lunghe e contorte nuvole grigie.
Un vento di solitudine spazzava la strada, svincolandosi tra le mura in rovina, portando con sé qua e là cocci tintinnanti di una vita passata e brandelli di umanità. Da quel che ne rimaneva, sembrava la strada di un qualche tipo di antico mercato mediorientale, dove ancora qualche lembo di tenda di suk svolazzava qua e là.
Avanzai incuriosito tra quei brandelli di mura, agitandosi nel mio “nuovo corpo”, come a provare dopo molti anni qualcosa che pure si sa di poter fare; qualcosa che si sembra di essersi dimenticati ma che, quasi senza volerlo, ci viene così naturale.
Mentre avanzavo, mi guardavo attorno. Qualcosa si mosse al limitare del mio sguardo, e subito mi voltai a guardare. Nell’immagine di un attimo, vidi, a qualche passo da me, quel bambino bambino biondo gettato a terra giocare ancora con i suoi dadi. A anche lui mi vide, e subito si alzò e sparì, quasi spaventato, in un vicolo stretto. Feci per inseguirlo, ma quando mi avvicinai al vicolo e vi affacciai, vidi solo una tenebra densa e scura.
- Cerchi qualcosa? – disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai, e davanti a me vidi un uomo più basso di me, di mezza statura, con folti capelli ricci, occhi scuri e grandi, tratti marcati e un grande naso a patata.
- No – dissi, sorpreso – mi era solo sembrato di vedere… una cosa… -
Lo straniero sorrise amabilmente, quasi in segno di assenso.
- Sì, qui succede spesso.
- Cosa?
- Sembrare.
- Chi sei? – chiesi io.
- Sei sicuro di non conoscermi? - mi chiese, con fare allusivo.
Lo guardai bene, socchiudendo un poco gli occhi. Poi feci di no con la testa.
- Forse questo ti aiuterà -, disse lo straniero che, a quelle parole, incredibilmente, sparì. Al suo posto, mi apparve un uomo alto, dagli incredibili occhi azzurri, lineamenti dolci e lunghi capelli lisci color miele. Era Gesù, il Cristo, il secondo Menshiah.
Fui subito colto da un ondata di meraviglia e stupore. Quasi il mio corpo lo riconoscesse impaurito, arretrai istintivamente di qualche centimetro. La mia mente sembrava essersi ritirata istintivamente, come fanno le pupille di fronte ad una forte luce: dominata. Rimasi a guardarlo a bocca aperta.
- Gesù?
- Sì – rispose lui.
Poi, dopo qualche secondo, mi scossi: Tornai ad essere me, e chiesi, diffidente:
- E io come faccio a sapere che tu non sei quello di prima? O magari nulla? O forse solo un’illusione -
- Ahahaha – rise lui, in maniera solare, quasi sguaiata – può anche darsi – disse - ma, a questo punto, che differenza può fare? Tutto questo ti sembra “reale”?– e con un gesto mi indicò le rovine tutt’attorno.
Non risposi, non guardai.
- Ehi, ma se non ti piace, possiamo anche cambiare – e così dicendo si trasformò in un ometto basso dai capelli di fuoco e lo sguardo vispo.
- Thus? – lo chiamai io, ancora più sconcertato. Ma poi fu subito la volta di un meticcio alto e possente, dal cranio rasato: Sid. Poi ancora Kung, e infine Morte. Poi, tornò al suo primo aspetto, quello dell’uomo coi capelli ricci e il naso a patata.
- Chi sei veramente? – chiesi, disorientato.
Lui si strinse nelle spalle con un sorriso – Beh, credo che l’importante sia chi tu credi io sia -
- Che vuoi dire?
Lui sorrise, emettendo una breve smorfia. – Ti voglio raccontare una storia. Un tempo, io giravo per questi luoghi, e parlavo alla gente. Che tu ci creda o no, la gente mi ascoltava, credeva in me. Non ti saprei dire il perché, ma mi credevano un uomo potente. E il fatto che lo credessero, faceva di me un uomo potente. Chi credeva in me diceva che facevo dei miracoli, chi non ci credeva, in me non vedeva altro che un pastore coi capelli ricci e il naso a patata…-
E qui sorrise di nuovo, toccandosi il naso con fare malizioso.
- Un giorno, mentre camminavo coi miei discepoli nella campagne, mi si avvicinò un uomo. Zoppicava vistosamente, la faccia sofferente come una piaga. Si buttò ai miei piedi e mi pregò, mi scongiurò di salvarlo, di sanarlo dal tarlo che aveva in testa. E non parlo in senso metaforico, diceva di avere davvero un insetto nel cervello. Era così disperato che non potei non aiutarlo. Allora mi avvicinai, e gli dissi che l’avrei curato se avesse avuto fede. Gli posai le mani sulla testa, poi feci per recitare una preghiera e, mentre ero chinato a terra con lui, furtivamente catturai con la mano un insetto che passava di lì. Allora posai le mani di nuovo sulla sua testa e poi le tolsi, mostrandogli l’insetto che avevo catturato. Beh, non ci crederesti… se ne andò via piangendo e saltando felice come un grillo.
E di nuovo qui rise.
- Un trucco da prestigiatore, insomma. Non l’hai curato davvero.
Qui lui si corrucciò. – Come sarebbe a dire che “non l’ho curato”? Non era forse malato?
- Beh… no, certo che no. Non aveva nulla – dissi io, un po’ impaurito dalla sua reazione.
- Beh, era forse sano?
Tacqui.
- Lui credeva di essere malato, ed era malato. Lui credeva di essere guarito, ed era guarito. Alcuni credevano avessi fatto un miracolo, ed era un miracolo. Alcuni credevano che imbrogliassi, e imbrogliavo. Vedi, amico mio, da allora questo ho capito: non c’è alcuna differenza tra ciò che si crede essere e ciò che è.
- Non è quello che ho sempre saputo – risposi io.
- Infatti. E proprio per questo, non era vero.
Lo guardai inarcando le sopracciglia, con fare diffidente. Mi chiedevo chi fosse quell’uomo, cosa voleva dirmi.
- Pensaci – continuò - Ogni singola cosa nell’universo, ogni oggetto che vediamo, sentiamo odoriamo e tocchiamo passa attraverso il nostro cervello. Ogni cosa, davvero, passa, attraverso di noi. Se non passano attraverso di noi, semplicemente non esistono. Ma se tutto passa attraverso di noi, amico mio, mi spieghi perché alcune cose dovrebbero essere “reali” e altre “non reali”? Perché alcune cose dovrebbero esistere anche per il resto dell’universo e altre no? Se io credo di toccare una pietra la sentirò tra le mie mani indifferentemente dal fatto che lei “esista” o meno per il resto del mondo. Siamo solo noi che decidiamo cosa è reale e cosa no. Per questo dico che non è importante chi sono “veramente”… ciò che importa è solo quello chi tu credi io sia. Se vuoi credermi biondo con gli occhi azzurri ti apparirò così, se mi credi un idolo con la testa di vitello così ti apparirò… Se credi che io non esista, io sparirò…. Tutto sta a te.
Ero dubbioso. Non sapevo che dire: se cercare di stare al suo gioco o semplicemente fare finta di ascoltarlo, compiacente. In realtà, subito realizzai che, se avessi deciso di dargli corda senza veramente ascoltare quel che mi diceva, lui se ne sarebbe sicuramente accorto: voglio dire… era Dio. O qualcosa di simile. Dunque provai capire e a rispondere.
- Mi stai dicendo che sono gli uomini e decidere cosa è reale o cosa no?
- Ti sto dicendo che la condizione di “esistenza”, di “realtà” passa solo attraverso di te. Ognuno di noi forma il proprio universo. Per esempio: questo è solo un frutto della tua mente: un palcoscenico inconsciamente creato da te per il nostro incontro – e così dicendo, con un movimento lento del braccio, mostrò, per la seconda volta, il paesaggio che ci circondava.
Questa volta guardai. Guardai al strada grigia e vuota, le case diroccate e silenziose, il cielo uniforme.
- E perché avrei dovuto crearmi un posto del genere?
- Lo so, sei confuso – disse -. E’ normale che tu lo sia. Ora infatti sei indeciso sulla tua identità; sulla stessa realtà che ti vuoi creare. E’ come se ti fossi trasferito in un luogo lontano da casa e dovessi decidere a come ricostruire la tua vita: come apparire agli altri, che scelte fare. Ora, infatti, tu hai una sola certezza: sei morto. Ma non sai esattamente cosa ne è di te e del tuo mondo. Nella tua “rappresentazione” dell’universo, infatti, non credi che, dopo la vita, non ci sia nulla, ma nemmeno credi che ci sia un paradiso in cui riposare su di una nuvoletta o sdraiato in mezzo a quaranta vergini. Sei indeciso: su che ruolo darti, su che mondo creare attorno a te dopo al morte. Non credi di essere sparito ma nemmeno credi di poter esistere dopo al morte. Per questo hai creato questo strano posto. Devi ancora decidere.
– No, mi spiace… è una bella storia, ma i conti non tornano. Se è vero che tutto dipende solo dalla mia volontà, perché sono schiavo di questa realtà? Una realtà che non posso controllare, dove non posso fare ogni cosa che voglio.
- Perché sei tu che credi di non poterla controllare. La gente crede che esista una realtà esterna che loro subiscono, che è indipendente da loro. Ma lo fanno solo per due motivi. Il primo è che non potrebbero sopportare l’idea di avere un intero universo che dipende esclusivamente dalla loro volontà, dal loro “credo”. Troppo impegnativo. In secondo luogo, credendo che al mondo esistano altre persone del tutto simili a loro, gli uomini devono ammettere che anche gli altri abbiano una loro volontà propria, indipendente. Ecco dunque perché creano la “realtà”: per misurarsi con gli altri. Un terreno “neutro e oggettivo” su cui ci si possa confrontare. Ma è solo una “convenzione”. E’ come una lingua: la si utilizza per capirci, è una convenzione. Ma per gli uomini non è “reale”. E’ reale e vero solo ciò che crediamo lo sia; nient’altro.
- Non sono sicuro di capire…
Così lui continuò: - Oggi la maggior parte degli uomini crede, per esempio, che la scienza sia attinente alla verità mentre, per esempio, la magia non lo sia affatto. Ma ciò non è “vero” in assoluto, ma solo nella misura in cui la gente ci crede. E’ un po’ come la storia dell’uomo pazzo e dell’insetto…
Mi vide perplesso.
- Ricordi Giobbe? Lo sai perché Giobbe era pazzo?
Alzai lo sguardo e lo scrutai. Mi chiedevo dove voleva arrivare.
- Conosci la storia di Giobbe?
- Sì.
- Raccontamela.
Stetti al suo gioco.
- Giobbe era un uomo pio, un prediletto di Dio. Un giorno il diavolo, invidioso delle virtù di Giobbe, sfidò Dio: fece una scommessa con lui. Disse che la devozione di Giobbe non era davvero sincera, e che se Dio lo avesse messo alla prova, colpendolo duramente negli affetti, nella salute e nei beni, allora Giobbe lo avrebbe rinnegato. E così Dio tormentò Giobbe, facendogli perdere tutti i suoi beni, i suoi affetti e colpendolo con malattie e dolori insopportabili. Ma mai Giobbe si piegò e rinnegò Dio, nemmeno quando tutto il mondo gli diceva di farlo.
Lui fece un cenno di assenso con la testa.
- Questa è la storia. Lo ammetto: Dio non ci fa affatto una bella figura. Giobbe battè Dio. Mentre Dio fa una magra figura torturando quel poveretto, Giobbe dimostra grande valore e continua a credere in Dio, anche quando tutti gli dicono che avrebbe dovuto insultarlo e rinnegarlo. E sai come lo chiamava la gente?
Feci cenno di non con la testa.
- Lo chiamavano “pazzo”.
Lo guardai,e qualcosa cominciò ad essermi più chiaro, nella mia mente.
- Già… Giobbe era pazzo, perché la sua realtà non coincideva con quella di tutti gli altri suoi simili. Nella sua realtà, Dio esisteva come per noi esiste una pietra, un albero o noi stessi; non c’era alcun dubbio nella sua mente, nient’altro importava. Ecco perché un uomo che crede fermamente, un uomo con la sua volontà, è più potente di un Dio. Ecco perché Giobbe era “più grande di Dio”: lui poteva tutto, ma nella sua mente.
Ripensai al mio incontro con Giobbe, al suo correre a piedi nudi nella neve, la vestaglia svolazzante.
- Lo hai visto anche tu no? – continuò – Giobbe era così. Se avesse deciso di poter volare dalla finestra, nella sua mente lo avrebbe fatto. Noi lo avremmo magari visto schiantarsi a terra, ma lui, per sé stesso, avrebbe volato davvero. E nessuno sarebbe mai riuscito ad impedirglielo o a convincerlo del contrario: né Dio, né la morte, né, tantomeno, l’apocalisse.
E mi fece l’occhiolino.
Il peso delle sue parole sembrava farsi corpo e attorniare la mia mente. Un timido vento si alzò ancora, tutto intorno, nella città distrutta. Il paesaggio sembrava immobile ma mutabile. Per sempre.
Poi mi disse: - Ora, seguimi -.
E io lo seguii.



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Leonida, 23 anni
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