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Monday, March 05, 2007 - ore 11:11
31.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Camminavamo attraverso la città, antica e distrutta. Le macerie silenziose sembravano dormire sotto quel filo di luna nel cielo. Brandelli di nuvole scivolavano qua e là pigre, solcando con la propria ombra le vie scalcinate e irregolari, come una fa mano silenziosa che segna la fronte di un bimbo.
Una leggera nebbia cominciò ad alzarsi da terra, mentre seguivo quell’uomo misterioso e senza nome. Era chiaro che quel posto aveva finito da tempo di vivere, e pur tuttavia non sembrava morto come può essere morta una città del passato che riemerge dal terreno dopo secoli di oblio. Qualcosa, una minuscola scintilla di vita, ancora sembrava aleggiare nei frantumi dei muri e nell’abbandono dei pezzi di vetro tutt’intorno nelle strade.
Sembrava come se una calamità naturale si fosse appena abbattuta su una città fino a pochi istanti fa florida, risucchiandone gli abitanti e spazzandone via ogni parvenza di splendore. Forse era vero: dovevo ancora decidere.
Fu così, guardando quello scenario desolato, che ripensai alle terribili scene a cui avevo assistito solo poco tempo prima. O, forse, in un altro tempo. La paura, lo stupore, l’abbandono, Quel vortice mostruoso apertosi nel cielo, e il vento infernale che ne scaturì… il solo pensiero ancora mi bruciava la pelle.
- Anche qui è passata l’apocalisse? – chiesi, quasi senza riflettere, al mio accompagnatore, che camminava silenzioso e con la testa bassa a fianco a me.
- Probabilmente. Il ricordo di quell’episodio è ancora così forte in te che non hai potuto fare a meno di riportalo anche qui, in qualche modo – rispose lui.
Mi guardai intorno, perplesso. Sembrava impossibile che tutto quello che mi circondava fosse un frutto della mia mente. Ma in realtà doveva essere cosi. O, almeno, poteva esserlo. Dovevo cominciare a considerare quella possibilità. Non avevo grandi alternative, d’altronde. Guardavo tutto intorno la solitudine e la devastazione quieta di quel luogo, e le mie domande non vi trovavo alcuna vera risposta.
- Ma se è davvero come dici tu, che ogni cosa della realtà viene decisa da noi, allora io avrei dovuto decidere anche la mia morte.
- E’ così – disse lui, senza fermarsi, continuando a camminare lentamente.
- Ma che senso ha? Perché qualcuno dovrebbe porre fine alla sua stessa esistenza? Perché la nostra volontà dovrebbe cercare di porre fine alla propria integrità?
Lui si schiarì al voce con un colpetto di tosse portando il pugno chiuso alla bocca.
– Perché sta nella naturalità dell’universo che essa stessa ha creato. Mi spiego meglio: quando “nasce” una volontà, la prima cosa che essa deve fare è prendere coscienza di sé stessa, della propria mente e del proprio pensare. Quel primo assunto è il vero fondamento nella creazione di un essere, di una volontà. Se viene trascurato, se la stessa volontà non si riconosce, allora è chiaro che essa stessa non può esistere. Giusto?
Feci un cenno di assenso con la testa.
- Dunque, la prima cosa che “nasce” è la volontà. Ma per “essere” questa volontà deve comprendere sé stessa; dunque limitarsi. D’altronde, non sarebbe possibile “comprendere” qualcosa di infinito, no? Dunque l’essere comincia quando la volontà si riconosce come un’unità. In definitiva, quando si dà dei confini.
E dicendo questo fece un segno di una sfera con le mani. E continuò:
- Ma c’è un inghippo: essendo (o credendosi) così limitata, la mente si rende conto subito di una cosa: può pensare quasi ogni cosa, ma non può pensare a qualcosa che sia il contrario di essa stessa. Proprio perché è la mente l’unico punto di riferimento, essa non si può pensare di uscire da sé stessa. Dunque non può comprendere qualcosa che sta al di fuori da essa stessa. Così, gli esseri dotati di volontà capiscono subito la loro prima lezione: che non si danno mai cose una il contrario dell’altra contemporaneamente. In pratica, si scopre l’essere.
- Ma allora non si è completamente liberi, come dicevi tu prima. Se non possiamo pensare ad una cosa e al suo contrario insieme, non è vero che la mente umana è completamente libera. Esiste comunque un limite.
- Eh no! Essere liberi non vuol dire non avere limiti; vuol solo dire sapersi giostrare le proprie possibilità, grazie alla propria volontà. Proprio grazie ai limiti, alle alternative, l’uomo ha la scelta. Senza alternative e senza scelta, mi dici che libertà ci sarebbe? Solo una noia mortale!
E sorrise ancora una volta. Aveva ragione lui. Lo ammisi a me stesso e cercai di tornare al punto della questione.
- Sì, ma non mi hai ancora spiegato perché una volontà dovrebbe “decidere” di morire.
- Ci sto arrivando… Dunque: la volontà capisce di essere unica e dunque limitata. E perciò capisce che non può essere sé stessa e il suo contrario contemporaneamente. Ora quella volontà “è”, ma non “esiste” ancora. C’è e basta. Sì perché, per esistere, quella volontà deve rendersi conto che, riconoscendo e limitando sé stessa, essa ha compiuto un’azione. Un’azione che ha definito il suo ruolo in qualche modo: che le ha dato lo scopo di essere. E questo perché riconoscersi come un’unità vuol dire anche riconoscere una propria azione coesa. Un’azione legata, in definitiva, ad uno scopo.
- Dunque la volontà prima è diventata essere e poi esistenza.
- Sì. Ed è diventata esistenza perché è arrivata a porsi la più fondamentale delle domande: “perché?”. “Perché sono una?”. E la risposta non può essere altro che: “per agire, per realizzare uno scopo”. Ma che senso ha avere uno scopo se non si ha alcuna limitazione? Se la volontà non avesse nulla contro cui “combattere”, nemmeno avrebbe qualche tipo di scopo, perché tutto sarebbe già acquisito. Dunque si crea la morte.
- E’ dunque solo per questo che le “volontà” decidono di morire? Per darsi un obiettivo?
- Non è cosa da poco. E’ come la libertà di cui ti dicevo prima: se non c’è alternativa non c’è liberta. Allo stesso modo, se non ci sono limitazioni non c’è lo scopo. Se ti ponessi, per esempio, l’obiettivo di arrivare primo ad una gara di corsa ma non avessi avversari, che senso avrebbe il tuo scopo? Alla stessa maniera, senza la morte non avrebbe senso nemmeno l’esistenza.
Continuavamo a camminare lentamente tra le strade strette e le case alte, le cui mura nere sembravano stringere il cielo notturno in piccoli corridoi d’aria vuota e pulita.. Girammo un angolo, e ci trovammo così nel mezzo di una larga via pavimentata. Doveva essere una delle arterie principali della città. Davanti a noi, un centinaio di metri più avanti si ergeva un porta monumentale, a sesto acuto, senza battenti. Doveva essere la grande porta di ingresso alla città. Ai alti, si apriva una piazza dalla pavimentazione dissestata, circondata da case basse e scrostate dal vento. Attraversammo quello spiazzo irregolare, e arrivammo ai piedi della grande porta, e il mio accompagnatore poggiò la mano sulle mura millenarie guardando verso l’alto, contemplando l’imponente arcata che ci sovrastava, destinata a durare ed esistere prima e dopo le vite dell’uomo.
- L’ultima volta che passai di qui, c’erano fila di persone ovunque -, raccontò sorridendo, indicando verso la via che avevamo percorso. Tutti mi salutavano e mi accoglievano… erano convinti che fosse l’inizio di qualcosa. E poi, in effetti, fu proprio così. Era inevitabile.
- Perché dici che era inevitabile?
- Perché molti di loro consideravano un fatto di per sé evidente che fosse sceso dall’alto un nuovo Messia. Pensavano che fosse stato un fattore esterno, Dio, a mandarglielo. In realtà, io ero il Messia grazie a loro, perché loro esistevano. Spesso, per non dire sempre, gli uomini credono che le cose che osservano e credono “vere” debbano per forza avere una causa esterna, e che queste causa condizioni i fatti. In realtà, avviene il contrario: loro stessi condizionano la causa.
- Non ti seguo...
Lui fece qualche passo, quasi a voler misurare l’acciottolato sotto i suoi piedi, forse cercando le parole giuste per quello che stava per dire.
- Cercherò di spiegartelo con un esempio. Oggi gli scienziati credono che siano quattro le forze fondamentali dell’universo; quattro forze calibrate in potenza fra di loro così da creare un perfetto equilibrio, senza il quale l’universo non potrebbe esistere. Questa è considerata per loro e per quasi tutti gli esseri umani sulla terra una verità evidente e verificabile. Una verità che però porta in seno una domanda pesante, che molti scienziati si sono già posti senza ancora trovare una vera risposta: perché queste forze sono in equilibrio? Come mai tra tutte le infinite combinazioni possibili di potenze, si era creato proprio quel particolare equilibrio che ha permesso al cosmo di formarsi? Non volendo ammettere per loro principio alcuna volontà estera al sistema, cioè una specie di Dio che potesse aver dato vita a quell’equilibrio, gli scienziati si sono arrovellati per anni su questa domanda: perché l’universo è così “perfetto”?
- Già, perché?
- In verità essi sono così asserviti al mito di una realtà esterna che non riescono nemmeno a rovesciare il problema. E’ assurdo infatti pensare che l’universo sia perfetto di suo; è perfetto per l’essere umano. O meglio, per la sua visione delle cose. Nessuno ha pensato che quell’equilibrio esiste proprio perché esistiamo noi, e se quell’equilibrio non ci fosse stato il problema non si sarebbe nemmeno posto. E’ infatti evidente che se quelle leggi hanno un equilibrio è perché l’uomo, e non l’universo, le ha create nel corso della storia a sua perfezione. D’altronde, è più logico pensarla così che ipotizzare che esse si siano formate in perfetto equilibrio per “puro caso”, no? Se nell’universo i conti tornano, torneranno perché c’è l’uomo a farli.
- Quali “conti”?
- Gli uomini credono in cose come le forze fondamentali dell’universo perché dicono di osservarle nei fatti, nei loro esperimenti. Ma quegli esperimenti, quei fatti osservabili sottostanno comunque alla loro volontà di interpretazione, ai loro sensi. Quello che vediamo, tocchiamo, sentiamo, odoriamo prima di essere qualcosa di esterno è un impulso nella nostra mente.
- Vuoi dire che i nostri sensi ci ingannano?
- Affatto. Voglio dire è che il concetto, la forma mentale di un’idea viene prima di una percezione fisica, e non viceversa. E’ la realtà che si adatta alle idee, non le idee alla realtà.
- Eppure, la concezione per cui le teorie, le idee sulla natura si fondino sull’osservazione di una realtà esterna ha sempre funzionato bene. Non c’è mai stata un evidenza che dimostrasse il contrario.
- Non c’è mai stata un’osservazione che ha smentito una teoria? Ce ne sono in continuazione, invece! E per questo nascono altri concetti, altre teorie che formano la realtà comune su cui basarsi. E tanto più queste nuove teorie saranno accettate e condivise, tanto più saranno “vere” e “reali”.
- Per cui mi stai dicendo l’universo esiste perché esiste l’uomo?
- In realtà non c’è alcuna alternativa: quelle forze dovevano avere quell’equilibrio perché era l’unico modo in cui esse potevano esistere per gli esseri umani. Allo stesso modo, io dovevo essere il Messia per la gente che qui mi accolse sventolando rami di piante: non ero così per volere di qualche “entità esterna”, ma perché loro mi volevano così. Non c’era alternativa.
Guardai quella piazza, e cercai di immaginare la folla festante, coi suoi colori accesi e le fronde verdi che sventolavano in ogni direzione e sotto il sole lucente.
- Ma se è così, se tutto è determinato dalle nostre concezioni, che fine ha fatto il caso?
Lui fece spallucce e rispose:
- Il caso, come tutte le cose, esiste se credi che esista. E l’uomo crede che esista perché è un ottimo tappabuchi, una buona risposta per coprire molte delle cose che non riesce a spiegare. Il caso è un Dio molto potente se gli uomini lo credono tale; un Dio a volte più di me. Ricordi quel bambino biondo che hai incontrato poco prima dell’apocalisse? Quello giocava coi dadi? E’ lui, il caso.
- Ah sì? E cosa ci faceva lì?
- Dovresti dirmelo tu… era lì perché ce l’avevi messo tu. Era una risposta ad una tua domanda.
Ripensai a quel bambino silenzioso, alle sue dita grasse che lanciavano i dadi per aria.
- Eppure, sembrava così reale – dissi sotto voce, quasi fra me e me.
- Sono molte le cose che gli uomini credono perfettamente “reali” o “naturali” e invece sono in qualche modo costruiti mentalmente e culturalmente. Anche i concetti più semplici, quelli ritenuti “fondamentali”. Il tempo, per esempio.
- Cosa vuoi dire?
- Beh, ci hai mai riflettuto? Perché gli uomini hanno tutti la stessa idea che il tempo sia una specie di linea continua, sempre protesa verso il futuro e che non torna mai verso sé stessa? Ti assicuro, per esempio, che per un contadino che viveva nelle campagne della Cina nel medioevo era completamente diverso. Un uomo che per tutta la vita serviva lo stesso padrone, raccoglieva i frutti della terra sempre nello stesso periodo dell’anno, e faceva lo stesso lavoro del padre, del nonno e del nonno del nonno… beh, per lui il tempo era tutt’altro che una linea, ma piuttosto una ruota che tornava in continuazione. Una teoria che apparirebbe insensata e illogica per molti esseri umani di oggi.
- Direi per tutti.
- E proprio questo fa la forza di concezioni come quella del tempo come una linea retta: il fatto che siano fortemente condivise. Altre, invece, lo sono meno. Per esempio, se avessi detto a quel famoso contadino che gli spiriti dei suoi antenati non esistevano, lui avrebbe trovato la cosa insensata e illogica. Che le anime degli avi si aggirassero per la terra era per lui cosa perfettamente evidente, tanto quanto lo è per noi la gravità, per esempio.
- Mmm… non ti sembra di esagerare?
- Affatto. Forse che il vedere il fantasma di suo padre per quel contadino era un’“evidenza scientifica” meno valida della famosa mela che cadde in testa a Newton? Lui vedeva quello spirito, e tanto bastava per provarne per sempre l’esistenza; esattamente come accade a noi per la gravità.
- Vuoi forse dire che se non “credessimo” nella forza di gravità le cose la finirebbero di caderci addosso? – dissi io, con un mezzo sorriso.
- Perché no? So che è difficile da immaginare, ma prova a pensare a cosa accadrebbe se fossi assolutamente sicuro che la gravità non esiste. Se fossi come ipnotizzato e non potessi né vedere, né sentire né toccare alcunché che cade dall’alto… ci crederesti ancora nella gravità? Lo so: è difficile immaginarlo, perché la gravità è un concetto molto forte nella costruzione della realtà comune: tantissimi altri concetti si basano su di essa, ma rimane pur sempre una convenzione creata dall’uomo. Solo che si crede che sia una convenzione indotta dalla “realtà esterna” ma, come abbiamo visto, una realtà esterna non è affatto necessario che esista. Noi diamo per scontato che essa esista perché la vediamo, la sentiamo, la tocchiamo e la odoriamo, ma in realtà l’unica cosa che conta siamo noi stessi. La gravità esiste non perché è stata osservata, ma perché è stata pensata e posta come convenzione. I concetti non sono solo delle scatole con cui cerchiamo di organizzare al meglio il nostro pensiero, ma influenzano direttamente l’universo “fisico” che ci circonda.
- Anche il concetto di “Dio”?
Mi guardò negli occhi e mi sorrise:
- Sì, anche quello. Il concetto di “Dio” non è poi così differente da molti altri. Prendi le parole, per esempio. Un eschimese ha sette parole diverse per descrivere la neve, tu una sola. Ma mentre per te la neve è una cosa sola, indistinta, per lui sono sette cose diverse e ben distinte. Allora esiste uno o sette tipi diversi di neve? Ovviamente, dipende dai concetti che gli uomini fanno propri. Allo stesso modo della neve, io sono una semplice risposta della mente umana. Sono molti e uno, giusto e ingiusto, eterno e mortale. Sono una risposta tanto quanto lo sono le forze fisiche, i sentimenti, gli affetti…. Ed esisto nella stessa misura in cui la gente crede in me. Così è Dio, così sono le parole: per gli uomini esistiamo fin quando siamo concetti diffusi e la gente ci reputa una buona risposta ad una domanda della propria mente. E siamo più “reali” del reale.
- In principio era il verbo – citai io, camminando.
Lui sorrise genuinamente, sempre a testa bassa.
- Già – rispose.
E continuammo a camminare, uscendo dalla città e verso la campagna circostante, nel silenzio di una notte che sembrava non esistere.
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