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Monday, March 05, 2007 - ore 11:12
32.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lasciata la città delle mie volontà, camminammo per qualche minuto attraverso le campagne dalla terra dura e ondulata, color ocra. Seguivamo un sentiero ben battuto che si snodava attraverso alcune vecchie fattorie e i loro campi da semina. Sopra le nostre teste, le stelle e la linea sottile della luna sembravano brillare come se fosse la prima notte del mondo.
Il mio accompagnatore mi precedeva di qualche passo, silenzioso, lasciandomi solo con i miei pensieri, le mie prese di coscienza In realtà, quello che stavo attraversando non sembrava affatto, dal mio punto di vista, un qualche percorso di conoscenza o di rivelazione. Semplicemente, sembravo immergermi sempre più in un mondo che avevo riconosciuto come diverso da quello in cui ero abitato a vivere. Quella terra polverosa, quegli alberi contorti, quel blu profondo, quella notte che odorava di felce… dell’aria sembravano entrarmi silenziosamente sotto pelle. Mi sembrava di essere un neonato che, uscito dall’utero materno, annusasse per la prima volta l’aria e ne mordesse un gran respiro, cercando di abituarcisi, anche se quell’aria lo feriva e lo faceva lacrimare. Era un processo di ambientamento, in realtà. Di accettazione di una mondo che sembrava essere troppo dipendente da me per essere evitabile.
Ora il sentiero sembrava salire gradatamente, verso una serie di docili alture di fronte a noi. Il terreno si faceva più aspro, la via un acciottolato di grosse pietre calde e irregolari. Tutto attorno, cominciarono a fuoriuscire dal terreno ampi e bassi alberi secolari, dai rami contorti e nodosi come dita morte. Il silenzio delle cicale, tutto intorno, si faceva più forte. Cominciammo a salire la schiena dura e polverosa di una collina.
Continuavamo a salire, mentre la piccola foresta odorosa di ulivi si faceva più intensa e il sentiero più ripido. Poi, quando oramai non potevamo più vedere il cielo, nascosto dalle fronde antiche e fitte, il mio silenzioso accompagnatore si fermò, e si sedette su una grossa pietra ruvida e nera.
Accarezzò con la mano destra la roccia.
- Qui, una volta, ho pianto – disse.
- Per dolore? - chiesi io.
- Per paura – rispose lui, guardandomi profondamente. Poi riabbassò lo sguardo, e spiegò: - mio padre mi aveva appena detto quello che mi aspettava, il male che mi avrebbero fatto. La mia morte; la crocefissione. Era così forte il desiderio di andare via, di fuggire. Ma sentivo di non poterlo fare. Sentivo che quello era un passo necessario. Per me, per tutti.
Passò qualche secondo. Nell’oscurità, vedevo appena il suo corpo piccolo ma robusto stagliarsi contro il nero della terra. Pensai a tutto il dolore intenso e le ferite profonde che quella pelle olivastra aveva subito. Pensai alle umiliazioni taglienti e le frustrazioni che, con ogni probabilità, ancora bruciavano sotto quella pelle.
- E’ stato molto coraggioso quel che hai fatto – dissi.
- Grazie – disse lui, sorridendo dolcemente
Fece qualche passo verso la salita della collina, poi parlò ancora.
- Sai, quello è stato il momento in cui è cambiato tutto. Da qui, sotto questi ulivi, su questa pietra nera, sono diventato quel che ora sono.
- Com’è accaduto? – chiesi io.
- Esattamente come ti ho detto. Il padre mi disse delle torture che mi aspettavano; della sofferenza, delle lacrime e del dolore. Non mi disse cosa sarebbe accaduto dopo, ma che così andava fatto. E, tuttavia, mi disse che avevo ancora possibilità di scelta. Potevo scegliere di rinunciare. Fu allora che mi apparve la tentazione.
- Shaytan?
- Sì, lui. O comunque tu lo voglia chiamare. Mi disse di rinunciare, di lasciare perdere e di salvare me stesso.
- E tu?
- Io, come ti ho già detto, piansi. Piansi forte, con dolore… Pensai alle parole di Shaitan. Lui mi aveva detto che contavo solo io, e che lo sapevo benissimo. Io sapevo di poter fare molto con la mia volontà, di poter cambiare le cose. Mi disse di usarlo quel potere. Le sue perole mi rimbombavano tra le orecchie. Nascosi la testa fra le braccia per non cedervi. Ma stavo per farlo, quando poi capii tutto.
- Cosa accadde? – chiesi io, quasi in ansia.
- Mi domandai: “perché questo essere vuole che io rinunci al mio sacrificio? Perché vuole che mi salvi? Che vantaggio ne trae?”. Pensai a chi poteva essere davvero interessato che io non soffrissi, e la risposta fu chiara.
Alzò la testa e mi guardò.
- Ero io.
Poi si alzò in piedi e, dandomi le spalle, fece qualche passo, sfiorando con la mano le foglie untuose degli ulivi intorno a sé.
- Sì, ero io l’unico che davvero voleva impedire che soffrissi. Capii che Shaytan, la tentazione, ero io stesso. Era una parte di me che, combattuta, cercava di farmi desistere. Eppure, piansi ancora forte, perché sentivo che la strada che stavo per intraprendere era segnata. E lo era non perché non fossi libero, anzi. Ero io stesso a volere che andasse a finire così, e dunque era inevitabile. E, pensando a questo, un’altra più grande verità mi apparì chiara e innegabile. Capii che anche il padre… anche il Padre ero io.
- Come è possibile? – chiesi io, meccanicamente, anche se avevo l’impressione di aver già capito di cosa stava parlando.
- Sì. Lì per lì mi sembrò una verità indiscutibile, ma in realtà solo dopo molto tempo ho ricostruito una spiegazione a quella presa di coscienza che in quel momento mi aveva schiacciato in piena lucidità. Ti sei mai chiesto perché gli uomini si domandano se Dio esista?
Mi strinsi nelle spalle - Penso che sia quasi inevitabile per loro.
Sì, ma rifletti: non ti sembra una domanda piuttosto insensata? Voglio dire: per un essere umano questo albero esiste, questa roccia esiste – e così dicendo indicò col palmo aperto tutto intorno la vegetazione e il masso dove poco prima sedeva -. Per gli esseri umani è la “realtà” ad esistere: tutto quell’insieme di cose palesi ed evidenti ai loro occhi. Eppure, quel Dio di cui si domandano l’esistenza è per loro stessa definizione qualcosa che va oltre la realtà. E allora perché domandarsi se è giusto o meno attribuire una caratteristica appartenente alla realtà come l’“esistenza” a qualcosa che, per loro stessa assunzione di partenza, va oltre la realtà? Se accetti un concetto di un Dio al di fuori del reale, allora devi accettare anche che questo concetto vada oltre anche quello che si pensa sia l’“esistenza”. D’altronde, se Dio esistesse e basta, farebbe parte della realtà e gli uomini lo vedrebbero chiaro, distinto ed evidente davanti ai loro occhi. Lo potrebbero vedere, toccare, fiutare.
- E allora Dio esiste solo se si crede che esso esista, giusto?
- No, non è così. Cioè, lo è solo in parte. Pensaci: un essere umano si crea la propria realtà proprio come stai facendo tu adesso. Generalmente, come ti ho già detto, la fonda sul concetto che lui stesso e le cose che lo circondano non possano essere sé stesse e il loro contrario allo stesso istante. Tuttavia, una volta creata questa realtà e vedendo che è limitata, l’uomo si chiede cosa ci sia fuori da quella realtà. E questo lo chiama Dio. Sapendo queste cose, egli ha potenzialmente tutte le informazioni per capire cos’è Dio.
Riflettei in silenzio per qualche istante.
- Vuoi forse dire che Dio è l’insieme di tutte le cose che sono sé stesse e il loro contrario contemporaneamente?
- Diciamo che è l’insieme di tutte quelle cose che sono intuibili ma per definizione incomprensibili per l’uomo. Incomprensibili perché è lui stesso, l’uomo, a determinare i confini della sua ragione in base a quel principio di unicità e non contraddizione degli oggetti nel tempo. Un principio che egli riconosce, che può immaginare che venga infranto ma non può figurarsi come. Così come si può immaginare logicamente l’idea che questa pietra possa essere sé stessa e il suo contrario allo stesso momento ma non possiamo immaginarci come.Ecco perché non ha senso domandarsi se Dio esiste: esiste e non esiste insieme. E’ bene e male insieme. Eterno e mortale. Infinito e finito.
E a quelle parole capii.
- Dio è me e altro da me – dissi, in un moto di stupore, come se in quel preciso istante quella ardita teoria fosse diventata una realtà evidente, innegabile. E lo era diventata perché io stesso l’avevo giudicata tale.
Guardai sbigottito il mio accompagnatore. Sentivo come una forza tremenda ed enorme farsi spazio nel mio corpo, riempirmi come un fiume in piena fino a far traboccare la mia mente. Vidi gli ulivi tremare dolcemente al vento calmo della notte: ora sembravo vedere tutto in una prospettiva nuova. Era come se quel mondo avesse finto di penetrarmi sotto al pelle e avesse finito di pervadermi completamente.
Lui mi si avvicinò, mi posò una mano sulla spalla e mi sorrise.
- Vedi? Anche a te è successo. Anche tu, ora, hai compreso.
Mi guardò negli occhi, e io nei suoi.
- Ora sei pronto. Pronto come lo ero io – mi disse.
- Pronto per cosa? – chiesi io, ancora intontito.
- Beh… ma per prendere il mio posto no? - E mi sorrise in maniera dolce, comprensiva.
- Cosa? – dissi io, spaventato. Feci qualche passo indietro, ritraendomi dalla sua mano poggiata sulla mia spalla.
Lui mi guardò da più lontano.
- Hai capito bene – mi disse, in tono comprensivo.
- Io… io… non posso.
- Ma tu hai già compreso. Lo sei già.
- No…
- Tu sei già passato oltre. Lo hai già detto: “Dio è me e altro da me”. L’hai visto tu stesso. Hai preso coscienza di un nuovo tipo di realtà. Hai compreso.
Lo guardavo incredulo. Si avvicinava. Mi posò entrambe le mani sulle spalle, scuotendomi in maniera affabile.
- Tu sarai il quarto Menshiah. Aprirai una nuova era. Sarai un riferimento per gli uomini, per tutte le entità, i semidei, i sogni, le idee e i ragionamenti. Sarai l’uno e il tutto; l’alfa e l’omega.
Mi scossi: - Vuoi dire che tutto questo… tutto questo viaggio… Shaytan. Morte, Eva, Thus e Kung… gli angeli cacciatori, Lazzaro e Giobbe… l’apocalisse… era tutto un piano per farmi arrivare a questo?
- Hai fatto tutto tu – disse lui -. E’ stato un percorso tuo, una tua personale presa di coscienza. Nient’altro. Eri tu a determinare tutto, a gestire i personaggi e a muovere le fila. Solo che ancora non lo sapevi.
- Ma come ho fatto a farlo senza saperlo?
- C’è una profonde differenza tra volontà e coscienza.
Mi sentivo completamente stordito. Mi sedetti sulla grande roccia scura, nascondendo la faccia tra le mani. Il peso della responsabilità sembrava schiacciarmi a terra. Sentivo tutto girarmi intorno, stordendomi, quasi minacciandomi. La mia schiena sembrava curvarsi sotto un peso caldo e verticale sopra di me, incombente, che sembrava impedirmi di muovermi, di parlare, di essere. La mia mente sapeva, ma il mio corpo sembrava volerlo rigettare. Violentemente, irrazionalmente, come se stesse cercando di uscire dalla sua stessa pelle, dalle sue stesse ossa. La mente, dal canto suo, galleggiava confusa, come stordita nelle profondità di un mare di insensibilità mentre il resto del mio io si contorceva e sembrava eclissarsi in sé stesso.
Lui si avvicinò. Sentii la sua voce.
- Mi ricordi me. Ora il dubbio ti divide, ma sai già qual è la tua strada. Ora sai di essere capace di formare l’universo, il futuro, il destino… sei un Dio. Non puoi sfuggirne.
Ascoltai quelle parole con stanchezza. Ero come incastrato tra due essere; un bivio forte e irrinunciabile, a cui sembravo avvicinarmi sempre di più anche se avrei voluto fermarmi. Sentii la nuova coscienza salire, e la volontà che, stordita, sembrava ribellarsi. In quei momenti, pensai alle freddi notti del polo, alle calde mura del Brasile e alle vie strette di Cracovia; al profumo di rosmarino e solitudine della Grecia, alle luci elettriche di Las Vegas. Ripensai a quello che ero, quello che stavo diventando. A cosa avevo portato attorno a me in quel viaggio frenetico e insensato verso un traguardo che non sapevo di dover raggiungere.
E poi capii. E mi scossi.
- Hai ragione. A me stesso non posso sfuggire – gli dissi.
Mi alzai in piedi. Lo guardai fisso negli occhi. Lui mi scrutò nel profondo
- Vedo che hai deciso – disse, impassibile.
- Sì – risposi io.
- Se è così, segui quel sentiero – disse, indicando un passaggio che saliva tortuoso in mezzo agli alberi - Io non posso fare più nulla.
Feci un cenno con la testa, e mi avviai verso quello spiraglio sotto gli ulivi lenti. Stavo per infilarmi sotto le fronde nodose, quando mi fermai.
- Grazie – dissi, e mi girai.
L’uomo gentile dai capelli corvini e ricci e il naso a patata era sparito. Al suo posto, una visione irreale: un uomo alto e dinoccolato, con un completo bianco elegante, un cappello lucente e il bastone nero. La faccia lunga e scavata, dietro agli occhialini sottili. Lo guardai interdetto.
- Shaytan? - chiesi, stupito.
Lui rispose.
- Come ti dissi quando cominciò tutto, bene e male sono due facce della stessa medaglia – disse -. Sono la stessa cosa. Non esistono. C’è solo ciò che ritieni giusto e quel che non lo è.
Sorrisi, e tornai a girami verso il sentiero.
Mi avviai a passo deciso, senza guardarmi intorno. Tutto mi sembrava chiaro, definito. La mia strada, segnata. Il fogliame sembrava diradarsi, mentre il sentiero saliva in maniera decisa. Nella mia coscienza, la consapevolezza di essere sul punto di non essere più. Di essere sul sentiero del cambiamento.
Aggiravo il sentiero a grandi passi, cercando di non pensare poi molto. Feci una curva e mi trovai di fronte ad un vecchio tronco cavo: Sotto di esso vidi una figura alta e sottile dalla lunga barba bianca. Mi avvicinai: era Kung. Mi fece un cenno con la testa con un sorriso gentile, e io risposi sorridendo.
Proseguii, mentre la notte sembrava farsi più nera, e gli alberi più radi. Il sentiero saliva rapidamente, salendo nell’oscurità crescente. La luna sembrava una fiamma sul punto spegnersi. Più oltre, sotto la sua pallida luce, davanti a me, seduti su un masso, vidi sue figure. Una bassa, dai capelli rossi accessi, la pelle chiara e gli occhi piccoli, stava in piedi e mi scrutava in silenzio. L’altra, seduta la suo fianco, era flessuosa e scura, la fronte nuda, gli occhi profondi e sicuri, fumava una sigaretta.
- Buona fortuna, vecchio bastardo – disse Sid tirando una boccata, mentre Thus, a suo fianco non si mosse.
Anche a loro feci un cenno di ringraziamento con la testa e proseguii. Vidi davanti a me il crinale dell’altura, e la figura di un ultimo grande ulivo, puntellato dalle stelle del cielo. Passo dopo passo, notai una figura, sotto l’albero. Piccola, raccolta, con la pelle scura, il sorriso dolce incorniciato da un velo leggero sopra la testa. Mi aspettava con le mani giunte e con un espressione amorevole. Le arrivai accanto, e la salutai con un sorriso.
- E’ giunto anche il tuo turno -, disse Morte, dolcemente.
- Sì – dissi io – Pare di sì.
Lei mi porse la sua mano, vecchia e morbida, e io la presi.
Mi condusse qualche passo avanti oltre il crinale. La grande città, la Gerusalemme del domani, rimaneva, silenziosa e possente sotto la volta della notte. Tutto intorno, il mondo e la campagna sembravano abbracciarla in una stretta profonda e morbida, crivellata solo dal suono di qualche grillo. A sud, la grande porta restava, silente e massiccia.
- Sei pronto? – mi chiese lei.
La guardai.
- Sì – dissi.
A quelle parole, scomparve.
Attorno, tutto stava morbidamente scivolando nel buio, in un battito di ciglia di immortalità. Davanti a me, ultima visione, un bambino, seduto a terra. Quel bambino biondo e grassoccio coi dadi.
Non disse nulla: solo, dal basso, mi sorrise. Poi si alzò in piedi e lanciò i dadi in aria. Seguii con lo sguardo quei due piccoli punti bianchi, mentre dipingevano una lunga parabola scintillante nell’oscurità. Per un secondo mi sembrò che non dovessero mai toccar terra, e che il mondo si sarebbe fermato con loro in un eterno circolo di ritorno. Di caso e di scelta.
Poi, così come erano comparsi, i dadi sparirono nel buio. Le tenebre salirono, come marea dolce. Il cielo si oscurò, inghiottito nell’incoscienza. Il mondo scivolò via, dolcemente, fuori dalla mia pelle, in un colpo d’ali di onnipotenza. Ne fui travolto e mi vi abbandonai.
Nel buio dell’eterno silenzio, dell’inesistenza che non ritorna, una sola stella, di fronte a me, rimaneva. Una sola, di fronte miei occhi, ora ben aperti.
Una sola. E conclusiva.
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