Il mio vecchio parroco aveva fatto affiggere all’ingresso della chiesa un cartello con su scritto: “Per entrare nel luogo sacro, le donne devono avere: il capo coperto, maniche (almeno) fino al gomito, vesti al di sotto delle ginocchia, comportamento modesto”. Per gli uomini la cosa era più semplice: bastava infatti “non sputare sul pavimento”. Il mio vecchio parroco peccava di ottimismo. Pensava che le condizioni d’ingresso nella casa del Signore fossero questione di pelle più o meno coperta o di buona creanza. Tutti accusavano il mio vecchio parroco di essere eccessivamente severo, specialmente le donne che si ritenevano le più danneggiate dal famigerato cartello. Non s’accorgevano dell’immenso sconto che era stato praticato sul biglietto d’ingresso.

Vivere, nessuno mai ce l’ha insegnato. Nessuno? Una ci sta provando. E oggi voglio presentarvi la storia di una donna -
Marisa Grasso - dal volto sofferente ma dignitoso che a me, personalmente, ha fatto provare vergogna, che mi ha fatto sentire tremendamente piccolo, inadatto, insufficiente di vangelo. Lei e gli occhi lucidi di
Fabiana che saluta papà e per un istante fa piangere l’Italia. Lei, Fabiana e la semplicità commovente del piccolo
Alessio che, in divisa, accompagna il suo papà nell’ultima missione umanitaria. Li ho incrociati nei giornali e mi sono sentito morire.
“Non riesco ad odiare gli assassini di mio marito. Compatisco questi ragazzini incapaci di vivere”. Mi son sentito morire. Io prete, che il più delle volte non arrivo al perdono, che m’arresto al fascino delle sue storie che leggo e divoro, che mi tormentano e mi maltrattano. Io, prete, non approdo al perdono, ma mi stupiscono e fanno rabbrividire i gesti di perdono: una madre che cancella un torto con una carezza, un vecchio papa che s’inginocchia e chiede scusa, una lacrima che riaccende un legame, un sorriso che spezza la vendetta, una benedizione che sciupa una maledizione.
Mi sento piccolo perché una ragazzina di quindici anni m’insegna cosa significa onorare mio padre e mia madre.
“Ciao papà, questa è l’ultima occasione in cui tutti vedranno quanto ti voglio bene. La mia vita non sarà più facile, adesso, perché tu eri bravo in tutto ma soprattutto nel fare il papà. Io non so stare senza te… Ti posso giurare che sono e sarò sempre fiera di essere tua figlia” (Fabiana Raciti).
Mi sarebbe piaciuto che
le mani idiote che sui muri dell’Appiani hanno scarabocchiato
“Sbirri -1” avessero visto le lacrime di quell’adolescente china di fronte alla bara di papà. Ammazzato. Perché? Perché in mezzo a migliaia di persone, basta una sciarpa sulla faccia e un vestito anonimo per convincersi d’essere nascosti e insospettabili. Non solo a Catania! E il calcio è un pretesto. Grosso, comodo, mediatico. Ma se non è una partita è una mattinata di follia a scuola. E’ un disabile umiliato. E’ un furto. Una rapina. Sui muri del liceo classico Virgilio, uno dei più prestigiosi di Roma, una scritta:
“Dieci, cento, mille Raciti”. E ti risuona la scritta di Nassyria e mille altre scritte deplorevoli. Capite, gente? Gloria a chi ha ammazzato un papà…

Mi piacerebbe che qui oggi ci fosse
la deficenza di coloro che a Monselice (in casa nostra…tanto perché gli imbecilli sono sempre al di là del Po) dal megafono ha urlato al giovane disabile poi colpito:
“Il Signore ti ha castigato, noi ti castigheremo ancora di più!”. E ancora:
“Ti spacchiamo di nuovo la schiena!”. Ma come si permettono questi finti tifosi di mettere in campo Dio? Cosa ne sanno dei drammi della vita umana, della sofferenza, del dolore? Perché indirizzare a un disabile parole come “castigo”: chi può averlo insegnato? Rimane l’amara constatazione di
Savino Pezzotta, presidente della Fondazione per il Sud, che s’interroga su che
“cosa si agita nel mondo giovanile. Sono figli nostri. Cosa abbiamo costruito per loro?”.
Mi piacerebbe che qui oggi ci fossero coloro che si fanno tatuare sulle braccia l’acronimo Acab (
“All cops are bastard”, in italiano
“Tutti i poliziotti sono bastardi”), coloro che hanno un solo nemico: le divise. Coloro che durante i festeggiamenti per il trionfo mondiale in molte città (Padova e il suo Prato della Valle docet) hanno attaccato i carabinieri e le forze di Polizia. E pensare che avevamo vinto…
Mi piacerebbe mettere al muro uno di loro e chiedere una cosa: sapete chi c’è dietro una divisa, dentro una divisa, che fa stare in piedi una divisa? Lo sai che magari quel poliziotto che stai ammazzando in tasca custodisce il fermaglio della sua donna amata, una foto del suo piccolo, una conchiglia a ricordargli la melodia del suo mare di Napoli. Lo sai che come te tra un’ora e l’altra, anche lui tra un controllo e l’altro, compone un messaggio per la sua fidanzata? Perchè non pensi che anche questi ragazzi – troppe volte nascosti agli onori della cronaca – hanno un’anima da interpretare, dei sogni da condividere, delle paure da affrontare, degli affetti da coltivare gelosi nel cuore. Perché non v’accorgete che sotto una divisa… ci sono storie di ragazzi, di uomini, di padri. Di sognatori.

Vorrei chiederti, Marisa, chi sono questi ragazzi? Perché – lo vedi - è difficile stringere loro la mano. Prima del loro volto solitamente arrivano le notizie ANSA, il sangue, il dolore, la sofferenza e le interpretazioni degli esperti di settore. A volte vengono tacciati come giovani “lupi” insoddisfatti, tristi, bisognosi di atti di eroismo che li pongano tra i loro simili nella categoria dei temerari. Eroi per soffocare la frustrazione e la voglia di protagonismo assopita nell’anima. Eroi per far capire che ci sono! Forse che ci siamo dimenticati di loro?
V.T., ex capo storico della tifoseria del Catania (volutamente anonimo ha il coraggio di dire:
“Li guardo quei giovani, provo anche a parlarci, ma non li capisco. Non capisco perché fanno certe cose. Il dramma è che non lo capiscono nemmeno loro”. Forse non l’ha capito nemmeno il tuo buon vescovo,
Mons. Paolo Romeo, per natura forse più fratello di don Abbondio che del card. Borromeo. Non si chiedeva di intitolargli (forse per par condicio con qualche altro) un’aula della Camera, ma almeno il proprio funerale questo si. Soprattutto dopo che anche
Vasco Rossi, (Vasco Rossi!) finalmente s’è accorto di cosa ci sta sotto la divisa: gente che ci mette la faccia, che i pugni qualche volta li dà e spesso li prende, che sta lì nella mischia per lavoro e non per cazzeggio. Una
“vita spericolata”!
Parole, parole, parole… mi puoi dire.
Hai ragione. Ma le sue non saranno parole. Lei, donna come mille altre, che sotto il campanile di Acireale - su quella costa di mare resa celebre da Giovanni Verga – spiega il catechismo ai bambini, mi fa risuonare le parole scritte da un grande predicatore francese:
“Volete essere felici per un istante? Vendicatevi! Volete essere felici per sempre? Perdonate!” (H. Lacordaire).
E’ “l’altra faccia dello sport”. E’ il filo conduttore del nostro viaggio. Perchè ti ho chiamato Marisa? Per chiederti scusa. Lo giuro: per chiederti scusa. Scusa perché anch’io, come il mio vecchio parroco, pensavo che per entrare in chiesa bastassero le spalle coperte e non sputare per terra. Pensavo che per essere cristiani bastassero le “ore libere”, qualche rosario, un po’ di giaculatorie, due pratiche di pietà e un segno della croce.
Pensavo… Poi è come se voi mi aveste detto:
“Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. (…) Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande” (Lc 6,32)
Vi ho chiamati…per imparare a vivere.