Non è mai facile quando si ha a che fare coi mostri sacri. Neanche quando – anzi, forse anche di più – si è dei mostri sacri. La PFM e Fabrizio De André: un binomio che ha fatto tremare i polsi a intere generazioni di amanti della musica. Un binomio che – pur se orfano del suo più geniale componente - torna sul luogo del misfatto. Era l’11 gennaio 1979, quando, proprio a Vicenza, si svolse una delle 14 tappe del tour PFM+Faber che, immortalato in un disco, fu indiscutibilmente uno dei momenti più alti della musica moderna italiana. Vent’anni dopo quella data, sempre l’11 gennaio ma del ‘99, moriva Fabrizio De Andrè.
Basterebbe questo per raccontare la serata di sabato 10 marzo al palasport di Schio, provincia di Vicenza. La Premiata Forneria Marconi torna a suonare le canzoni del maestro di Genova, e il pubblico non può non rispondere. Il palazzetto è gremito, il pubblico è caldo. E Franz Di Cioccio, Franco Mussida e Patrick Djivas, ultimi valenti rappresentanti della più famosa prog band italiana, non si risparmiano.
Pronti, via: subito una delle canzoni più celebrate di Faber: Bocca di Rosa. Il pubblico è già caldo, ma non c’è tempo per rifiatare: il primo disco del celebre doppio album live viene riproposto quasi interamente.
Il testamento di Tito, Un giudice, La guerra di Piero, Zirichiltaggia, La canzone di Marinella, Volta la carta e
Amico fragile, vengono eseguite con pulizia di suono e la solita, incontenibile, perizia tecnica. Manca forse quel pizzico di emozione in più che chi ha nelle orecchie De Andrè può solo ricordare, ma è difficile storcere il naso in una serata come questa.

«Noi ci mettiamo le mani, la musica, gli arrangiamenti... ma la voce, scusate, non può essere quella: lui era il maestro» spiega dal palco Franz Di Cioccio, batterista e cantante, quasi a volersi scusare della sua scarsa vena al microfono. Scusato. Anche perchè oggi, sulla piazza, per riascoltare De Andrè, non c’è niente che regga il confronto.
Franz comunque compensa le carenze vocali con la sua straordinaria presenza di front-man, e poi alla batteria è semplicemente incontenibile. Ispiratissimo il chitarrista Franco Mussida, che si abbandona ad una struggente interpretazione anche vocale di
Giugno ’73 e su
Amico fragile fa esplodere tra le dita un assolo per il quale il pubblico si spella le mani. Al basso Djivas fa valere la sua rocciosa ma, al tempo stesso, ammaliante presenza.
Chiuso l’episodio De Andrè – in cui pure non manca qualche strafalcione sui testi difficile da perdonare -, comincia la rivisitazione PFM. E qui, liberata dagli impacci di doversi raffrontare col Maestro, la band dà il meglio di sé. Con
L’isola di niente,
Harlequin e
Out of roundabout la PFM torna a sguazzare con proprietà nelle sue acque preferite: quelle del prog-rock. Un’escalation travolgente di sonorità perfette e ardita sperimentazione sonora che culmina nell’immortale
Impressioni di Settembre.
Finale esplosivo con
Il pescatore di Faber e la conclusiva Celebration. Il pubblico più giovane scende sotto il palco, e comincia a ballare felice sulle note di 30 anni fa. Sugli spalti, i numerosi ma oramai attempati fan, li guardano con gli occhi lucidi e la mente piena di ricordi. A volte, i mostri sacri ritornano.
