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Manuale di floricultura. Come salvare i fiori malati.

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2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Tuesday, March 13, 2007 - ore 04:25


Ostrega, oh strega!
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Io perdo i pezzi. Mi muovo e perdo i pezzi.
In qualche posto ho lasciato il cuore. Il fegato sul bancone di qualche bar, sicuramente.
Di sicuro lasciai la Feltrinelli per andare a bere. D’altra parte erano le cinque. L’ora del pre-aperitivo, appunto. L’aperitivo è una routine, è ormai una noia sociale, mentre il pre-aperitivo è un piacere e un dovere da irresponsabili, soprattutto quando cerchi sul fondo di un bicchiere le risposte ad una vita bruciata.
Entrai nel bar Giocoforza, quindi: d’altra parte nomen omen. Fuori pioveva, mentre dentro no, se non altro. Ma era proprio l’altro a mancarmi. Latrai il mio lamento in un bicchiere di rum, scuro come i miei pensieri, come la notte che non vede il giorno e che, di lì a qualche ora, io avrei però visto. Credetemi, anche se siete atei.
Ero solo, solo come un cane, se non fosse che i cani non sono mai soli, neppure quando qualche figliodiputtana li abbandona sulla strada delle ferie in autostrada. Perché loro sperano sempre che il figliodiputtana ritorni a riprenderli: sono innocenti e dolcemente ingenui i cani. Per questo li amo, per questo li detesto. Perché con l’uomo serve più che la carota il bastone: e il bastone va pestato in testa, non riportato, come fa un cane fedele.
Ero solo, quando la porta si aprì ed entro lei.
La mia editor.
Parlammo del più e del meno, della moltiplicazione delle vendite che lei sperava fosse favorita dalla mia presentazione e della divisione dei proventi del mio lavoro, ma in fondo non me ne curai troppo di questi suoi interessi economici: ero ricco di famiglia e poi comunque sono sempre stato socialista. Dai tempi di Garibaldi che fu ferito a una gamba e da quelli di Craxi che fu ferito dalle monetine di una massa di porci all’uscita dell’hotel Raphael. A volervi mentire, vi direi che ero stato craxiano solo per due motivi: per Sigonella e, soprattutto, per la Milano da bere. E io giuro che la bevvi tutta, ogni notte, ogni giorno, uscendone poi con le mani sempre pulite. Uno dei pochi, tra l’altro.
Parlammo, io e la mia editor, finchè lei non mi chiese dove fossi sparito a un certo punto del buffet.
<< Il pubblico ti cercava, ti aspettava >> mi rimproverò.
<< Ma come… >> feci stupito << non mi hai visto? Ero che parlavo con una donna stupenda, dagli occhi screziati di verde, si chiamava Irene, mi pare… >>
<< Irene? >> replicò perplessa << sei sicuro? Perché io, a quanto ricordo, non ti ho visto con nessuna donna… >>
Il gelo gelò la mia schiena, il rum mi si fermò in gola, sfidando Newton e la forza di gravità. Guardai la mia editor e mormorai a filo di voce:
<< Stai scherzando vero? >>
<< No, affatto. Ti pare che scherzi sulle tue donne? Poi, non ci metterei la mano sul fuoco, ma non mi sembra di averti visto con nessuna donna… >>

La vita non è la ruota della fortuna. La vita è la routine della sfortuna. E delle illusioni.
Credevo, quel pomeriggio, che la fortuna fosse girata a mio favore, ma il favore dei venti non l’aveva spinta così vicina. O forse avevano spinto, quei venti di ponente, la sua gemella brutta: la sfiga – e, insieme a lei, sua cugina, l’illusione.
Mi sentii mancare: l’avevo sognata o era realmente esistita? Bevvi d’un sorso il resto della bottiglia di rum che avevo davanti. Speravo di svenire e così di sognarla, di incontrarla di nuovo nel mondo di Morfeo, forse per l’ultima volta, forse per la prima, invece, barcollai e barcollai, senza mollare la presa: d’altra parte nel fondo della bottiglia era avanzato ancora qualcosa, un liquido scuro si muoveva su quei fondali e con tanta gente che muore di sete sarebbe stato un delitto sprecare quelle gocce caraibiche.
Completai quindi l’opera, sentendomi superiore a Mozart che non riuscì a finire il Requiem: bevvi le ultime gocce. Le gocce del condannato all’ubriachezza.
Drunk man walking.
Chissà verso dove…

(capitolo finito. Come una bottiglia di rum, talmente ubriaco che non sai più se l’hai sognata o se esiste in qualche luogo geografico o realtà del mondo )


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