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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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Wednesday, March 14, 2007 - ore 10:39


Epilogo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La luce entra, spavalda e precisa, a colpire i suoi occhi ben aperti.
L’uomo dai mille volti sta, disteso sulla sua branda, silente. Lui, o forse non lui. Ma così dannatamente convinto di esserlo.
Colpito in piena faccia dalla luce del giorno, ne ricorda ancora i più piccoli particolari. Con lo sguardo rivolto al soffitto, cerca di percepire nell’aria il taglio definito dei raggi, che spaccano il vuoto davanti a lui, penetrando tra gli spiragli delle imposte di legno. Guarda la luce colpire a definire tutto, quasi a suo piacimento. Come lui. O quasi.
Ricorda. Ricorda bene.
Ricorda di non essere più lo stesso: un’altra persona, eppure sempre lui. Non c’è modo di spiegarlo, né bisogno.
Ricorda tante cose; forse troppe. Ma, da sotto il peso soffice del letto sulle sue spalle, i ricordi si fanno leggeri, quasi sottili, e lui li sgrana come piccole perle di rosario… così, sbadatamente. Poi, ancora più sbadatamente, ne sceglie uno: il più semplice, il più fresco, il più dolce. Lo sceglie come si sceglie una sposa: con istintivo amore e gratitudine, e se lo porta alle labbra.
Lei era venuta da lui, il giorno prima. Quando aveva bussato, con le sue dita sottili, alla sua porta, entrando nella luce, lui era rimasto sbigottito: era esattamente come l’aveva immaginata.
Avevano passato tutta la giornata insieme. Lei, vera donna, si arrotolava le dita tra i capelli biondi e lisci e sospirava piano, come se ogni secondo fosse prezioso. La sua risata forte aveva rischiato di squassare tutti i vetri della piccola casa. I suoi piedi imprudenti e il suo vestito ampio aveva segnato con sfacciati semicerchi ogni centimetro del terreno. Le sue parole scorrevano come un fiume cristallino, sciacquando ad ondate l’aria intorno. Lui la guardava, e sorrideva pensando al fatto che, un tempo, era stata una bimba silenziosa. La guardava e sospirava, ammirato e adorante come uno scultore di fronte ad un’ispirazione; come un padre fortunato che guarda la fronte della figlia. E proprio come una figlia, era in parte lui, e in parte era sé stessa.
Sorrideva. Era tutto quello che aveva potuto sperare per continuare quello che lui era stato, il lavoro che aveva lasciato.
Avevano parlato, parlato e parlato, come chi ha un intero mondo da costruire. E avevano bevuto, allo stesso tavolo, riconoscendosi l’uno negli occhi dell’altra. E avevano riso, e urlato e scherzato. E poi lei, quando la luce si era fatta viola, se ne era andata. Aveva salutato con la mano nel vento, volando via tra i primi bagliori di stella, sparendo come un sorriso da un volto, lasciando in lui solo la leggera pena di un ricordo.
Ed ecco: ora lui esce dal ricordo. Si desta, come emergendo da un lungo, soddisfacente sonno. Guarda fisso avanti a sé e decide di alzarsi. Scende dal letto e si veste di un maglione liso. Misura a lunghi passi tutta la stanza, afferra la maniglia della porta e la apre.
Il profumo dell’oceano lo investe, dolcemente. La sabbia fredda gli accarezza i piedi, e un blu luminoso da far male gli riempie gli occhi e i polmoni.
Questo è il suo mondo, il suo paradiso. Una piccola casa di legno su di un mare vuoto, silenzioso. Delle dune fredde ma accoglienti, segnate qua e là da basse erbe selvatiche. Poco oltre il promontorio, un piccolo villaggio di pescatori. Una barca, una rete. Questo e niente altro. Non aveva potuto pensare ad altro per la sua pace.
Si guarda intorno, grato e soddisfatto. Guarda, e pensa che per tutto quello, per quel piccolo porto di felicità, aveva rinunciato ad un universo di possibilità. Ci pensa, e gli venne da ridere. E la sua risata rimbalza, inascoltata, sulle onde leggere del mare.
Sì avvia a passo lento verso la riva, immerse i piedi in acqua e continuò a camminare, fino a quando il mare, freddo e scuro, non gli abbraccia la vita. Ascolta il suo corpo fendere l’acqua, il suo petto allargarsi all’aria e la testa svuotarsi piano. Afferra la sua piccola barca e vi si porta a bordo. Poi prende la rete con le mani rugose, la issa a bordo e comincia a remare verso l’orizzonte. Lo scruta per tutta la sua lunghezza, lo percorre a lunghe occhiate mentre vi si avvicina. E pensa che no, forse non ha rinunciato a nulla. Forse, ha solo guadagnato un’occasione in più.
Dopo una giornata di fatica, torna a riva. Prima di rincasare, decide di fare una passeggiata. Comincia a camminare sulla sabbia, silenzioso. Il vento di garza si fa sempre più avvolgente dal mare, e i suoi piedi affondano sempre meno, nella bagnasciuga dura. Il cielo comincia tingersi un poco di profondo, laggiù verso est. Lui cammina silenzioso, avvolto solo nella coltre calda dei suoi pensieri, circondato dalla natura delle cose.
Poi, improvvisamente, mentre avanza disperso tra speranze e pensieri, una medusa intrappolata nella sabbia ferma i suoi passi. Arenata sul terreno, davanti ai suoi piedi, l’uomo la scruta attentamente. Guarda il suo cuore vitreo: si contrae ancora, in un eterno spasmo di vita e di morte.
E in quell’attimo supremo l’uomo si domanda se anch’essa sta per avere il privilegio, come lui, della scelta; una seconda occasione. Se quel primordiale, scheletrico episodio di vita contiene in sé un barlume di volontà.
- Anche questa medusa conosce la vita e la morte? – si domanda, fra sé e sé -. Ha coscienza di sé? Forse anch’essa determina l’onda che l’ha uccisa e l’onda che le ha dato vita? Anche lei ha un suo mondo: una sua spiaggia su cui approdare? -.
La medusa smette di muoversi, il vento cala, e l’uomo tace.
In quell’ultimo attimo concesso al tempo mortale, sente sulla sua pelle lo stesso sentore, lo stesso battito d’ali di eternità che lo aveva colto, una vita prima, sul colle d’ulivi.
Un universo muore e un nuovo universo nasce. Un universo, bizzarro e vorticoso, racchiuso nelle membra fragili di un corpo unicellulare. Un cosmo unico, fatto di dei e semidei, di speranze e di promesse, di bene e male, giusto e ingiusto, vita e morte.
Un’avventura sola; irripetibile e sconosciuta. E forse, in quell’universo c’era un posto c’era anche per lui: l’uomo dai mille volti.
Ora annusa l’aria e ispira forte, mentre un familiare pigolio di stelle si fa largo ad oriente.
Pensa, stringe gli occhi e guarda lontano.
Ha tutta una vita davanti, e nessuna intenzione di lasciarsela sfuggire.


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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
CHE FACCIO? Studente, aspirante giornalista, cantante
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