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Monday, March 19, 2007 - ore 08:40


Storia di un incontro
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"L’ALTRA FACCIA DEL CARCERE "
"A colloquio con ALFREDO BONAZZI,
la Belva di Viale Zara"


di don Marco Pozza

Era la primavera del 1996 quando, alunno indisciplinato tra i banchi del Seminario, un anziano signore riuscì a bloccarmi nella mia irrequietezza con una frase ad effetto. Iniziò così il suo intervento. Parole testuali: “Parliamoci chiaro: tutti hanno diritto di chiamarmi assassino…”. La platea di giovani ammutolì. Son sincero: non m’innamorai subito di quello sguardo ricco di tenerezza, ma solo quando seppi - attraverso quel sano modo di apprendere nozioni da autodidatta - chi era quell’omino tanto innamorato quanto birbantello.
Alfredo Bonazzi porta sulle spalle 78 primavere. A raccontare la sua storia – caduta e risurrezione – non si sa da dove iniziare, tanto è complessa. Qualche dato: un’infanzia che dire “difficile” è dire un eufemismo, trent’anni di carcere (cinque di riformatorio, ventiquattro e rotti di carcere, uno di manicomio criminale) che adesso lo portano ad una vita frenetica perché – come dice lui – “sono stato fermo per troppi anni, con vitto e alloggio assicurato dallo Stato”. Premi letterari vinti a decine. Uno su tutti: nel 1971 a “I Pegasi” di Tarquinia arriva in finale con Eugenio Montale e vince il premio per acclamazione di pubblico. Celebre nel cuore di Alfredo l’intervista concessa dall’autore di “Ossi di seppia” quando disse: “Bonazzi sarà un grande poeta come è stato un grande delinquente”. Un personaggio, Alfredo, che non ha mai accettato il ruolo di personaggio. Se tu lo guardi vedi che non è un poeta dall’aria trasognata. Il suo sguardo, il suo piglio, i suoi gesti hanno conservato qualcosa di tagliente. Come se la potenza del suo spirito non sia mai svanita negli anni ma abbia cambiato direzione: da positiva a negativa.
D’altronde questi capovolgimenti tattici sono la specialità dell’ Allenatore di Nazareth, sin dai primi giorni della sua predicazione lungo le rive del mare. O sei pazzo o nella sua squadra sei destinato a fare il panchinaro.




Il punto in cui vita e morte si sono adocchiate è sulla strada di Viale Zara a Milano la sera del 3 aprile 1960. Lui, ladro professionista soprannominato “il Gratta” con laurea a pieni voti conseguita sulla strada, non si è mai capacitato di aver fatto un gioco così “sporco”. Si era nascosto nel bagni del locale all’ora della chiusura e poi era scivolato in cantina, nell’attesa dell’ora più propizia per prendere i soldi, forzare la saracinesca e uscire. Con la sua esperienza, un colpo del genere era poco più che un colpo d’allenamento. Invece salì nella tabaccheria come una furia, facendo un rumore d’inferno. Ne fa le spese un anziano tabaccaio, sordo e semicieco dormiente su una brandina che venne massacrato con il cric per rubare solo monetine, francobolli e sigarette dimenticando completamente che i soldi era nascosti altrove. In galera costruisce due amicizie fortissime, rivelatesi poi questione di vita o di morte. La prima: l’amicizia con Pasqualino, un ragno che ogni giorno scendeva attraverso un filo di bava per fermarsi a mezz’altezza. E poi Fra’ Beppe, il fraticello che – immaginando il mondo come il paese di Gubbio – decise di convertire quell’uomo che per la società era un lupo, per i giornalisti “la belva di Viale Zara” ma che lui da subito ha definito “il più caro dei fratelli”.
“Parliamoci chiaro: tutti hanno diritto di chiamarmi assassino…”.
Assassino, invece, non lo chiama più nessuno: lo chiamano poeta, marito, papà, amico. Si può dire che il resto del mondo lo ha perdonato. A cominciare dalla società che, nel 1973, attraverso il Presidente della Repubblica Giovanni Leone gli ha concesso la grazia. Per arrivare alla figlia della sua vittima, Giuseppe Pellegrini, 78 anni, ucciso a Milano, nella sua tabaccheria di Viale Zara, il 3 aprile 1960. Subito dopo la sua liberazione, in un’intervista radiofonica dichiarò: “Se Alfredo Bonazzi ha testimoniato il suo dolore attraverso la poesia, bene, io posso perdonare". Fu una gioia molto più grande della grazia. Riuscire a superare il rancore dopo che il padre ti viene assassinato in quel modo, senza una ragione.
Eppure non basta. Non basta perché quella notte – parole sue - “ha preso la morte per mano e l’ha portata negli occhi di un uomo, si è messo al posto di Dio. Solo Dio potrà darmi un domani la sua misericordia e dirmi: ti sei veramente riscattato”.
Domenica scorsa, Alfredo, abbiamo avuto nostra ospite Marisa Grasso, la vedova dell’ispettore Filippo Raciti ammazzato il 2 febbraio scorso fuori dallo stadio Massimino di Catania. Abbiamo raccolto l’immagine di una donna dignitosa, aggrappata alla sua fede semplice ma passionale, una donna che non ha sbarrato la strada del perdono agli assassini di suo marito. Disse una frase: “Il perdono spetta a Dio, ed conseguenza di un pentimento che va dimostrato concretamente”. Pentimento. Tu sei un uomo che restituisce dignità a questa parola, una delle parole più svilite degli ultimi anni: “pentito”. Tu metti sempre le tue ferite in primo piano, anche se nessuno te lo chiede. Certamente non è ossessione, ma voglia di testimoniare che “l’uomo è capace dei più orrendi delitti, ma anche delle più grandi risurrezioni”.
La tua è una storia in bilico tra follia umana e risurrezione divina. Tu sei uno di quegli operai che, pescati alle cinque del pomeriggio, han trovato lavoro nella vigna del Signore. “Alle cinque” – cioè sull’orlo di un fallimento -, Cristo prende la supermaritata Samaritana al pozzo di Giacobbe; prende Matteo, pubblicano, dal banco delle tasse; prende lo strozzino Zaccheo, la povera Maddalena da cui uscirono sette demoni, e,...all’ultimissima ora, il buon ladrone in croce: "Oggi sarai con me nel paradiso"(Lc 23,43). Per ognuno sceglie modi e tempi.
Incrociando la tua storia con quella della vedova Raciti, sento fiorire una considerazione nel cuore: possiamo sapere dove abbiamo incontrato Cristo. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire.
E’ “l’altra faccia del perdono” quella che le tue parole dipingeranno in quest’incontro assieme a noi. Sarà un condividere la storia di un uomo al quale ben s’addiceva l’espressione latina “homo homini lupus” ma che, ritrovata la dignità, ha trasformato quest’espressione nell’altra: “homo homini Deus”.


Un giorno ti chiesero cos’è per te la speranza. E tu avesti ad usare l’ennesimo paradosso
“La speranza nasce dal fondo dell’abisso. Se io sono disperato, condannato, specialmente se sono ergastolano e so che la mia data di liberazione è il “mai”, ecco che può venire fuori tutta la bellezza e la potenza dell’uomo. In quel momento sei senza futuro, eppure senti che un futuro in qualche modo te lo devi inventare. E’ un controsenso, si intende. Però basta che dal fondo intuisca uno spiraglio, perché ce la possa fare. Anche se sarà doloroso arrivare fino in cima. Ma so che la luce esiste. So che si può. In carcere ci si addormenta con mille interrogativi, qualche giorno ci si può anche svegliare con una risposta”.
Alfredo Bonazzi una risposta l’ha trovata. E si metta pure il cuore in pace: nessuno ha più il diritto di chiamarlo assassino.


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