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Thursday, March 22, 2007 - ore 07:37


Caro direttore...
(categoria: " Riflessioni ")


IL CORRIERE DEL VENETO
"La tenerezza di una donna, la delicatezza di un uomo. Resurrezione!"

di don Marco Pozza
da Il Corriere del Veneto, giovedì 22 marzo 2007, pag. 21

“L’uomo è capace dei più orrendi delitti, ma anche delle più grandi risurrezioni”. Parola di Alfredo Bonazzi, ex assassino accusato di: 128 rapine, (dei furti perso il conto), conflitto a fuoco con i Carabinieri, omicidio a scopo di rapina, porto abusivo d’armi, detenzione abusiva d’armi, diffida, recidivo infraquinquennale. 28 anni e 6 mesi di carcere come condanna per l’omicidio di Viale Zara a Milano il 3 aprile 1960.
Parole rafforzate dalla voce sommessa, dignitosa e semplice di Marisa Grasso, moglie di Filippo Raciti ammazzato a Catania il 2 febbraio scorso. Non prova vendetta per gli assassini del marito ma compassione per quei ragazzi incapaci di vivere. E’ la storia di due persone che, su fronti opposti, battono la strada del perdono: chi perchè perdonato, chi aprendo la strada al perdono.



La storia di due incontri costruiti “con” e “per” i ragazzi della parrocchia di Sacra Famiglia intenti a mostrare loro come all’uomo tante volte ben s’addica l’espressione latina “homo homini lupus” ma che, ritrovata la dignità, può trasformare quest’espressione nell’altra: “homo homini Deus”. Una donna capace di perdono: mi son sentito morire. Io prete, che il più delle volte non arrivo al perdono, che m’arresto al fascino delle sue storie che leggo e divoro, che mi tormentano e mi strapazzano. Io, prete, non approdo al perdono, ma mi stupiscono e fanno rabbrividire i gesti di perdono: una madre che cancella un torto con una carezza, un vecchio papa che s’inginocchia e chiede scusa, una lacrima che riaccende un legame, un sorriso che spezza la vendetta. Scrutavo questi due testimoni di umanità e pensavo alla deficenza di coloro che a Monselice (tanto perché gli imbecilli sono sempre al di là del Po) dal megafono hanno urlato al giovane disabile poi colpito: “Il Signore ti ha castigato, noi ti castigheremo ancora di più!”. E ancora: “Ti spacchiamo di nuovo la schiena!”. Ma come si permettono questi finti tifosi di mettere in campo Dio? Cosa ne sanno dei drammi della vita umana, della sofferenza, del dolore? Perché indirizzare a un disabile parole come “castigo”: chi può averlo insegnato? Mi specchiavo negli occhi di Alfredo e pensavo a coloro che si fanno tatuare sulle braccia l’acronimo Acab (“All cops are bastard”), coloro che hanno un solo nemico: le divise. Coloro che durante i festeggiamenti per il trionfo mondiale in molte città (Prato della Valle docet) hanno attaccato i carabinieri e le forze di Polizia. E pensare che avevamo vinto! Pensavo a tutti coloro che non s’accorgono che sotto una divisa… ci sono storie di ragazzi, di uomini, di padri. Di sognatori.



Sovrapponendo la tenerezza di Marisa alla poesia di Alfredo ho fiutato un’intuizione: possiamo sapere dove abbiamo incontrato Cristo. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire.
Invitati per parlare di perdono. Invitati per chieder loro scusa. Scusa perché anch’io, come qualche vecchio parroco, pensavo che per entrare in chiesa bastassero le spalle coperte e non sputare per terra. Pensavo che per essere cristiani bastassero le “ore libere”, qualche rosario, un po’ di giaculatorie, due pratiche di pietà e un segno della croce. Pensavo… Poi è come se loro m’avessero urlato: “Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. (…) Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande” (Lc 6,32)
Non me ne vergogno: li ho chiamati…per imparare a vivere.


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