Oramai sono come i capi di vestiario: uno per stagione. O forse di più.
L’Italia – o l’Italietta, dovremmo dire? – dell’occhio nella serratura cade nell’ennesimo scandalo: le foto del portavoce di Prodi, Silvio Sircana, mentre abborda un transessuale tra le strade di Roma.

Dopo l’apertura del vaso di Pandora delle intercettazioni telefoniche, sono molti gli scandali per cui gli italiani hanno trovato gusto d’indignazione: calciopoli, i furbetti del quartierino, l’affair telecom, il principe Vittorio Emanuele, Vallettopoli 1 e, adesso, 2. Tutti “piccoli affari sporchi” che il demiurgo della magistratura con la cornetta alzata ha tirato fuori dal ventre molle della società italiana. Piccoli cancri che erano dentro di noi, e che l’inquirente-chirurgo di turno estrae e ci sventola sotto il naso, provocandoci una reazione di disgusto. “Non è possibile che quella roba fosse dentro di noi”, ci vien da dire. Eppure, era così e lo sapevamo benissimo. E anzi, ci sfiora il sospetto che non ci sia di peggio, là dentro. Ma preferiamo non guardare direttamente, ma adocchiare dallo spioncino della porta posteriore, e aspettare che qualcuno esca in pompa magna dall’ingresso principale sventolando l’ultimo reperto delle putritudini nazionali.

Scandali come vestiti, dicevamo. Sì perchè, se ci pensate bene, oltre al fatto di derivare tutti da intercettazioni telefoniche, la seconda cosa che accomuna tutti questi scandali è proprio il fatto di essere nati, morti e sviluppati non tanto sotto l’egida della giustizia, ma del pubblico divertimento e ludibrio. Sembra quasi che essi siano stati confezionati, prodotti, impacchettati, smerciati per uso e consumo della massa, e infine buttati quando la stagione non li imponeva più di moda. Sembra, perchè ovviamente così non è. Ma se il vuoyerismo italico non è la prima ragione della “scadalopoli” dell’ultimo anno, certamente ne è la chiave d’interpretazione principale.

La questione infatti non è tanto se le intercettazioni telefoniche debbano apparire sui giornali; non tanto se i giornalisti debbano eticamente domandarsi se pubblicare o meno; non se personaggi pubblici debbano avere sempre e comunque pubblica visibilità; non se certi fatti siano notiziabili o meno... Questi sono tutti argomenti buoni - ancora una volta - per la tavola del bar. I vero dubbio, la vera riflessione che dovrebbe essere fatta su questo punto è la seguente: può il giustizialismo pubblico preporsi e diventare di maggiore influenza della giustizia istituzionale? Può il reato diventare peccato? Il processo chiacchiericcio? La pena una pubblica gogna estemporanea?

Evidentemente, può. Ma, altrettanto evidentemente, così non dovrebbe essere. Non può essere che Sircana debba temere più i giornali di un processo. Non può essere che, la prima cosa che sostenga a sua discolpa, sia l’invasione della sua privacy e non l’inesistente gravosità penale del suo atto – caricare in macchina una prostituta non è imputabile come favoreggiamento -. Questo è un’evidente campanello d’allarme di come l’altare della pubblica opinione sia oramai la cattedra più alta del giudizio italiano. E con buona pace della presunzione di innocenza fino a sentenza avvenuta.

In molti hanno già indicato come causa principale di questo fenomeno l’attività sguaiata e urlata dei media. E in effetti non si può negare che questa "caccia allo scandaluccio" non sia alimentata dalla spasmodica ricerca di titoli a sei colonne da spedire in tipografia. Ma non si puònemmeno dimenticare quale sia la causa latente di tutto ciò: le mancanze delle istituzioni.

E’ oramai da anni che gli italiani vedono denunciare e condannare i reati nazionali più dai media che dall’apparato giuridico. Trasmissioni come "Le Iene", "Striscia" o "Report", insieme a inchieste giornalistiche come quelle di Gatti su "Repubblica", sono davvero divenute, nella mente italiana, i veri ambiti della "giustizia vera". E questo non può essere avvenuto se non a causa si una dilagante sfiducia nel sistema politico-giudiziario.

Questo andazzo è preoccupante e non poco. Non solo perchè in un paese in cui la privacy assume contorni mistici per il singolo utente ma si tramuta repentinamente in pubblica piazza quando c’è qualcosa che può destare la pubblica attenzione e riprovazione. E’ preoccupante soprattutto perchè il giudizio dell’opinione pubblica ha vita breve e, come un vestito un tempo tanto amato, finita la stagione viene riposto nel cassetto. Lo scandalo diventa abitudine e, come in un film, lo sdegno e la sorpresa del pubblico scemano all’accavallarsi di colpi di scena. E così i “rei-peccatori” dopo pochi mesi vedono le proprie colpe sfumare nell’apatia del disinteresse, e sfruttando latavica lentezza dei processi italiani continuano a vivacchiare indisturbati (Moggi docet). Una sentenza è per sempre, il biasimo passa. Ma la colpa, però, – quella sì – resta.