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2) aver continuamente paura che ti cadano i capelli e chiedere continuamente agli altri come è messa la piazza...!
3) la para delle pare è quella para che appare e scompare ogni volta che ti pare...
4) Distruggersi la mente nel tentare di scovare quella cacchio di paranoia ke ti farà volare in cima alla classifica!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) incastrarsi tra le sfumature dei colori all'alba
3) LASCIARE KE IL PROPRIO CORPO SIA SFIORATO DALLE CALDE LABBRA DELLA DONNA DEI TUOI SOGNI!!!
4) addormentarsi guardando le stelle e la luna



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Tuesday, March 27, 2007 - ore 23:01


99, el gordo.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Al cambio delle carte, Caronte risponde domandandone una, come anche Ade, mentre Cerbero è servito e resta così com’è. Io, invece, ne chiedo due, per l’appunto: mentre il cartaio svolge il cambio, i secondi mi sembrano eternità di ghiaccio e fuoco (d’altra parte sto giocando sulla soglia dell’inferno), i minuti anni muniti del peso di secoli.
Respiro impaziente il fumo, respiro l’attesa, un sentimento questo che accomuna l’essere umano al giocatore di poker. L’attesa di una carta, non di una carta qualsiasi, ma di quella carta, è una trepidazione d’amore, è l’appuntamento sperato con la donna amata, è l’ansia e il timore che lei, l’amata, fugga e allora non basterebbero tutte le bottiglie di Donna Fugata per consolare il cuore deluso. L’attesa è una sala, l’attesa è il sale gettato su una ferita ancora aperta, l’attesa è attendere un treno che da Salò ti porti al Brennero e poi in Germania, mentre gli Alleati risalgono la penisola e tu fuggi travestito da soldato semplice, dopo aver condotto una guerra travestito da condottiero improvvisato e imperatore maldestro degli Italiani. L’attesa è un’arco teso, pronto a scagliare una freccia nel futuro, non avendo la certezza di colpire il bersaglio, ma al contempo sperando di cogliere il successo e temendo di colpire solo la schiena della propria rovina.
Meno male che l’attesa, nel poker, dura poco: sarà, forse, perché il poker è un bel gioco.
Prendo allora le mie carte e le guardo: alla donna, al nove e al sette, si affiancano un altro nove e un asso. Mi trovo, in pratica, con in mano la maglietta di Ronaldo, una coppia di nove: un po’ poco per vincere, abbastanza per provaci, però.
Dopo il cambio, infatti, resta solo l’abilità psicologica di giocare una sfida di mosse e intuizioni: ormai il dado è tratto, anche se siamo seduti ad un tavolo di poker.
Conosco abbastanza i miei rivali: Cerbero è un cane sotto molti aspetti, ma non lo è affatto con le carte tra le zampe. Sempre attento e con gli occhi aperti, raramente commette degli errori, ma è affetto da una malattia abbastanza diffusa tra i giocatori, la cosiddetta angoscia da poker: cominciano a tremargli le zampe quando la posta si alza. Sebbene sia un cane, non è di certo, insomma, un cane da posta.
Ade, invece, perdendo, dimostra che c’è una logica nella decisione di Zeus di porlo come re dell’Oltretomba. Audace e spontaneo, disperato e alle rare volte geniale, è un giocatore che segue il proprio istinto: e spesso anche al tavolo verde, è istinto e pulsione di morte.
Caronte, infine, è un giocatore dal multiforme ingegno, una sorta di Odisseo della carte, però più strambo e straniato: entrambi d’altra parte per tanto tempo preferirono le acque alla terraferma, l’uno come traghettatore di anime, l’altro come traghettatore di uomin, amori e destini, un po’ per caso e un po’ per celia. E molto per volere degli dei. Caronte sa trasformarsi da aggressivo in prudente, da riflessivo a impetuoso con straordinaria facilità, ma sempre nella direzione sbagliata, inversa all’opportunità del momento. Evidentemente i continui viaggi da una sponda all’altra devono averlo un po’ confuso, mettendo in forse anche la sua identità sessuale.

Ma torniamo alla partita.
Tocca parlare a Caronte, che aveva effettuato l’apertura:
<< Cip. >>
Cerbero (servito): << Tremila. >>
Ade, nulla in mano e neppure più in tasca: << Seimila. >>
Al che io replico con un moto secco: << Ventimila. >>
Brusio d’intorno, tutti gli occhi di Cerbero puntati su di me, le volute di fumo di Caronte che si fermano a mezz’aria. Io nel frattempo mi accendo un mezzo toscano.
Caronte, posando le carte, dice: << Passo. >>
Cerbero sente le zampre tremare: ha una scala in mano che freme quasi e quanto più delle sue zampe. Certamente è partito come il più forte e il meglio servito della mano, ma ora? Ade avrà fatto una scala più grossa di lui o sta solo bluffando, nell’ultimo disperato tentativo di coprire almeno in parte le perdite di una serata di mani sbagliate e fortuna altrui? E io, cosa ho in mano? Un full o addirittura un poker?
<< Se solo ne avessi uno solo dopo di me e non due, potrei rischiare, ma in due… >> pensa tra sé e sé il cane infernale, rendendosi conto che anche una decisione può rappresentare, alle volte, un inferno. << Uno è probabilmente un bluff, ma due? Due bluff? Non ci credo, non credo: uno dei due è sicuramente più forte. >>
Anche Cerbero quindi si risolve a passare, chiudendo la sua partita con una buona vincita e abbandonandosi alla curiosità di chi tra me e e Ade ha la mano migliore.
Ade, dio degli inferi, mi guarda e poi guarda l’aria: è l’attimo che separa il giudizio, il sospiro che divide paradiso e inferno. Non avendo nulla in mano e decidendo, nella sua pulsione di morte, di non bluffare, Ade butta via le carte e bestemmiando si alza dal tavolo.
E’ finita.
E io ho vinto.
Il bluff ha vinto.

Io sospiro, raccolgo i soldi, ma non mi interessano più di tanto: certo, con l’ultima mano vado in pareggio e porto via anche una discreta vincita, ma non è questo il punto. Il punto è soprattutto un punto d’onore. Il piacere del senso della frase, il piacere di terminare una fase compiuta, il piacere di compiere un gesto pieno, pieno come un punto. E’ la medaglia apputata al petto del soldato che ha compiuto il gesto eroico, è l’eroica menzogna di Odisseo che conquistò l’inespugnabile Troia.
Il punto è questo: la bugia riuscita, il gioco di felice e leggiadra menzogna, la storia inventata a cui tutti credono.
D’altra parte poker deriva dal francese, terra di mangiarane e mangiarospi (dopo il nove luglio duemilasei), di bellezze da rendere folli come Erasmus da Rotterdam e di intrighi di corte: pocher significa ingannare, cioè, in definitiva, bluffare.
E a ben pensarci si finge sempre: si finge l’orgasmo e si finge di non essere onanisti, si finge per non ferire gli altri, si finge per piacere agli altri e si finge per senso del dovere, si finge per narcisimo o per egoismo, si finge per il piacere di fingere e si finge per vincere la mano di poker.
E soprattutto non si finge mai: “non io, almeno: io sono sincero. Sono gli altri che fingono.”
Grossolana e spensierata bugia, a cui in molti credono.

(capitolo appena inziato.)


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