BLOG MENU:



takezo, 19 anni
spritzino di Mestrino Town
CHE FACCIO? Amo la Sapienza
Sono single

[ SONO OFFLINE ]
[ PROFILONE ]
[ SCRIVIMI ]


STO LEGGENDO

La strada che porta alla realtà (R. Penrose)
Le città invisibili (I. Calvino)
Saltatempo (S. Benni)
Storia della Matematica (C. Boyer)
Là dove c’è lo Stato non c’è la libertà (M. Bakunin)
Tao Tê Ching (Lao Tzu)
Finzioni (J.L. Borges)

HO VISTO

Un ufo?

STO ASCOLTANDO

Marta sui Tubi
Alice in Chains
Afterhours
Piero Ciampi
Ustmamò
Marlene Kuntz
De Andrè
Tool
Rino Gaetano
Doors
Oh!Verlaine
Mambassa
Goran Bregovic

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Una foglia di fico e poco più

ORA VORREI TANTO...



STO STUDIANDO...

Le mutevoli e concatenate Vie dell’Essere

OGGI IL MIO UMORE E'...

Bau

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata


(questo BLOG è stato visitato 746 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI: ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]



Monday, April 02, 2007 - ore 15:49


Autunno sullo Yang Tze
(categoria: " Riflessioni ")


Oh! Si comincia un altro blog... in attesa di grandi idee rimaneggio vecchie riflessioni. Buon sonno.


Accorgersi che c’è qualcosa che non va, nel tesuto stesso delle cose, non è difficile. Basta acquistare il "Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari" di Decio Cinti, ed. DeAgostini.
Pagina 43. Alla voce "arte" leggiamo:

Arte, sf.: Attività umana (volta a creare o che si compia con l’intelletto). || mestiere. || tecnica - metodo || abilità - mezzo ingegnoso - artificio - accorgimento. || astuzia - lusinga. || CONTR. naturalezza - semplicità - ingenuità.

Ora riflettiamo. Cosa vuol dire tutto questo? L’ottimo Cinti (forse un po’ ebbro di Futurismo: "Non v’è più bellezza, se non nella lotta.") dice che l’arte è il contrario della naturalezza, della semplicità e dell’ingenuità. D’altra parte l’arte, si pensa di solito, è tutt’altro che affettata, fittizia, falsa... Espressione dell’arte è proprio ciò che il Cinti classifica come suo contrario. Dai meandri della lingua appare però un aggettivo, immenso e insormontabile: "artificiale".

L’artificio è il fittizio, il falso, l’ambiguo, il contraffatto. Ha il senso greve di un qualcosa che noi usiamo nell’accezione più dispregiativa possibile, eppure è innegabilmente fratello etimologico dell’arte che però noi classifichiamo come esterna agli schemi della logica messa al servizio della finzione, regina di una landa di naturalezza e spontaneità, negazione della freddezza propria di un meccanismo, dell’innaturalezza propria di una copia mal riuscita. Contraddittorio alquanto: cosa è cambiato, cosa si è capovolto nel passaggio dall’arte all’artificio?
Può essere interessante una riflessione etimologica, che non porta però molto lontano: talmente è caricato di accezioni successive questo termine da non permettere di costruire nessun parallelo.
Ampliare la visuale è invece interessante. Per chi ha letto Pirsig: la risposta qui è un deciso "Mu".

Nella sua Repubblica Platone disprezza l’arte, la condanna senza pietà: nel suo folle sistema essa è copia del mondo, a sua volta grezza imitazione del mondo Vero, quello ideale, quello oltre le stelle: copia di una copia dunque, copia di un mondo che di per sé stesso è imperfetto e corruttibile. Nella stessa repubblica Platone parla della Virtù, il "saper fare bene quello che si deve fare".
Tutti i problemi nascono forse da questa divisione indebita, cui poi si è aggiunta la (dubbia) auctoritas di un filosofo un po’ troppo proto-nazista: dividere in due il campo, ammettere anche solo per un momento che esista da una parte l’arte (la technè) e dall’altra la virtù (l’aretè) è niente meno che un arbitrio, regolato ad arte dall’abilità retorica di Platone, ma sempre e comunque tale.

Per la mente greca la destrezza si misura con due metri diversi: esiste la technè (madre della tecnica, della tecnologia, degli antipodi dell’arte) , cioè l’abilità razionale, quella del geometra, perito della misura, che pochi secoli dopo ancora "s’affige a misurar lo cerchio", ed esiste (o perlomeno è esistita fino ai sofisti, gli ultimi filosofi) l’aretè, cioè la capacità intesa come eccellenza in tutti i campi del sapere dell’uomo, l’applicazione olistica dell’abilità di essere in sintonia col Cosmo (il kòsmos originario, definito come opposto a Kàos). La prima si palesa nelle abilità di concetto, la seconda nelle abilità "d’intuito". Già si può fiutare l’errore: chi ha deciso cos’è di preciso il concetto? Chi ha deciso cosa sia di preciso l’intuito? In che modo saper passare sapientemente dall’uno all’altro, dato che per discernere quale "arte" tra le due sia meglio usare in un dato momento, si dovrebbe disporre di una terza abilità disgiunta, indipendente e superiore dalle due di cui sopra? Logicamente non se ne esce: forti del sapiente uso della reductio ad absurdum sappiamo che dove le conclusioni contraddicono le premesse è impossibile proseguire. Presupponendo l’esistenza di due sole "arti" è poi necessario postularne una terza che doni il discernimento con cui distinguere i rispettivi campi d’uso di technè e aretè. Non paghi di questa indebita analisi, i falsi amici della sapienza costituiscono una gerarchia d’importanza: figli dell’arithmos, (tra l’altro etimologicamente comune ad arte, ed è qui che l’indagine storico-etimologica avrebbe dovuto arrendersi al paradosso) essi affermano che l’arte del geometra è superiore a quella dell’aedo, che Euclide merita più rispetto di Omero, Saffo, Fidia, e che questi ultimi, se vogliono essere considerati degni, devono subordinarsi alla Ragione (la Divina Ragione, la Proporzione per cui così tanti si sono sgolati sotto le stoà, nelle Accademie Peripatetiche, nei Licei...) e alla fissità compositiva delle sciocche regole che Aristotele fissa per giudicare la bontà di poemi e declamazioni. Per questi due motivi, a chi voglia risolvere la questione, urge un ampliamento della prospettiva di osservazione: l’ambiente è infatti troppo angusto per dare risposte soddisfacenti.

Chi dunque provi ad allargare le sue veduta, dando un occhio ad altre culture scoprirà che a i popoli pronti a perdersi in tanto bicchiere d’acqua sono veramente in pochi. Prendiamo ad esempio i Cinesi. La virtù per loro è il te, l’abilità di conformarsi al principio primo (il Tao), di leggerne i segnali di mutamento e di agire di conseguenza in armonia col Tutto. Questa è cosa che sanno anche i più digiuni di filosofia orientale, ma invece cosa che pochi sanno è che anche per i Cinesi esiste una "ragione" un "ordine delle cose" un "senso" in cui il mondo si dispone.
Lo chiamano li: ideograficamente rappresenta le venature del legno o la striatura delle fibre muscolari. Cosa più interessante è la già evidentissima separazione dalla visione del mondo occidentale: per i cinesi la virtù non è "dentro" l’uomo, non è una categoria che la mente applica al mondo che vede. La virtù è il mondo stesso, e tutto è già virtuoso solo perché esiste: nessun bisogno di postulare etiche o morali. L’ordine è infatti sotteso al cosmo stesso, la norma che il reale adotta per "trattare tutti come cani di paglia" non può venire dalle declamazioni dei dotti, moisti, confuciani, letterati e ministri del re: essi non partecipano delle trasformazioni su cui si poggia l’Universo. Chiusi nelle loro portantine, come chiusi erano i nostri filosofi, tutti tesi a creare un mondo nuovo, comprensibile ai loro schemi una volta resisi conto che quello Vero di mondo aveva altre logiche, altri piani che non i loro folli ordinamenti, essi non si soffermano in una notte d’estate a contare le nuvole che oscurano la luna, non guardano nascere le farfalle o gli alberi perdere le foglie. Su QUESTO, non su altro, si basa il Reale.

Questo è ciò che va indagato, l’ordine di idee in cui è opportuno mettersi. Entrare in sintonia, adeguarsi ai ritmi, partecipare alle trasformazioni per mutare il proprio animo di conseguenza. Non c’è nessun bisogno quindi di postulare un "senso dell’arte" o anche solo semplicemente un "concetto" di arte. Per i cinesi arte è un fiore di ciliegio che cade da solo, nella misura in cui il modo con cui lo ha fatto è il più perfetto possibile. Musica è la canzone irripetibile che ogni onda del mare porta a riva, nella misura in cui senza spartito né strumenti sa piacere a chi la ascolta. Poesia è "vecchio stagno / tonfo di rana / -plunf!-", nella misura in cui vecchio stagno tonfo di rana plunf non copia il mondo ma lo è senza mediazioni di sorta.

L’arte è il mondo vissuto "da-sé" "così come deve essere": si narra che un famoso pittore di sete preziose avesse chiesto tre anni per creare la miglior opera della sua carriera, ed avesse chiesto ospitalità a palazzo del signore che lo aveva assunto. Passava tutte le giornate oziando per la tenuta del signore. Due giorni prima della scadenza egli doveva ancora cominciare a stendere un progetto, e tutti gli attendenti del palazzo erano assai preoccupati. Il giorno prima della scadenza, il pittore chiese un telo di seta di vari metri, una gallina e inchiostri rosso e azzurro. Si posizionò al cospetto del signore del palazzo. Prese la gallina e le immerse le zampe nell’inchiostro rosso lasciandola zampettare sulla tela. la riprese, la immerse completamente nell’azzurro e la trascinò per tutta la lunghezza della tela. Volgendosi al suo signore disse "Autunno sullo Yangtze!"


COMMENTA (0 commenti presenti) PERMALINK



Solo in questo BLOG
in tutti i BLOG

BLOG che SEGUO:


_shiva_ shivalove lisabeth Amaya

BOOKMARKS


Nessun link inserito: Invita l'utente a segnalare i suoi siti preferiti!

UTENTI ONLINE:



APRILE 2026
<--Prec.     Succ.-->
Do Lu Ma Me Gi Ve Sa
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30