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Saturday, April 21, 2007 - ore 10:13


Con la Parola di Dio in mano
(categoria: " Riflessioni ")


III^ DOMENICA DI PASQUA
"Amen significa anche mandare a quel paese!"

di don Marco Pozza

Don Evaristo aveva fatto affiggere all’ingresso della chiesa di montagna un cartello con su scritto: “Per entrare nel luogo sacro, le donne devono avere: il capo coperto, maniche (almeno) fino al gomito, vesti al di sotto delle ginocchia, comportamento modesto”. Per gli uomini la cosa era più semplice: bastava infatti “non sputare sul pavimento”. Il mio vecchio parroco peccava di ottimismo. Pensava che le condizioni d’ingresso nella casa del Signore fossero questione di pelle più o meno coperta o di buona creanza. Tutti accusavano il mio vecchio parroco di essere eccessivamente severo, specialmente le donne che si ritenevano le più danneggiate dal famigerato cartello. Non s’accorgevano dell’immenso sconto che era stato praticato sul biglietto d’ingresso.


Tutto doveva rientrare nell’ordine. Passato quel giovane profeta di Nazareth, il tempo avrebbe messo le cose a posto. Pensavano. Allora, come adesso. Il sommo sacerdote pensava di poter fare la maestrina. Un colpo di fischietto, una parola d’ordine e la scolaresca, dispersa in mezzo ai boschi a respirare il profumo di primavera riprende docile, disciplinata, senza fiatare il proprio posto nell’aula fatiscente ed è obbligata a riascoltare quella vecchia lezione che puzza di marcio. La maestrina fischia, i bambini corrono. Sei fuori!? Uno la guarda e le dice: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Altro che fischietti e grembiulini ordinati: da oggi l’ordine dell’aula è solo un ricordo, signora maestra!
Per addomesticare questi animali impauriti e diffidenti in riva al mare di Tiberiade mette di mezzo il cibo. “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli rispondono: “No”. E’ la risposta più corale, il no più assordante di cui il Vangelo ci tramandi l’eco: gli rispondono con un no secco. Proprio la sfiducia completa. L’abbattimento. La delusione. Ma si che ne avrebbero avuto. “No”. Non si erano accorti della presenza di Gesù. Non sanno ancora quello sulla barca chi è. Un accattone, un amico di buon appetito, un farabutto… Non sono in vena di cordialità. L’unica felicità, tintinnante in fondo al cuore, è che il loro Maestro è vivo e già due volte l’hanno incontrato. Ma oggi non è giornata: la notte non ha portato pesci.


Sono tristi le reti – direbbe il postino a Pablo Neruda. La vita è ripresa per loro, tra reti e lunghi dialoghi al calar del sole, ingarbugliando la fortuna e la malasorte. “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la grande moltitudine di pesci. Giovanni, la sentinella infallibile dell’Amore, grida: “E’ il Signore”. E’ Lui, non ti puoi sbagliare! A Pietro viene la pelle d’oca, s’emoziona:il tempo di sentirsi nudo, di riannodare la veste si sbatte in mare aperto. Vuole il riscatto, brama rifarsi delle ultime figuracce: “Tu non mi laverai mai i piedi”. Guarda l’Amore, li ha imprigionati. Avevano litigato per un pugno d’acqua il giovedì sera…si son ritrovati in un oceano d’acqua e di redenzione.
Gli altri discepoli vennero invece con la barca: non avevano bisogno di pagare grossi debiti con la loro cattiva condotta. Infatti “non erano lontani da terra se non un centinaio di metri”. E poi una fotografia da amarcord: un Signore Risorto che, davanti al fuoco, prepara la colazione ai suoi discepoli. Il pesce l’ha già messo Lui, ma vuole che portino un po’ di quello pescato da loro. E’ da brividi: un Risorto che parla con gli amici di pesca, che s’interessa delle loro vicende, attento ai loro problemi, che si lascia coinvolgere nel lavoro (deve insegnare a pescare), prepara la colazione, si siede vicino a loro!


E poi…quello che non immagineresti. Cristo va a raccattare affetto dal pescatore più farabutto di tutti, da quel rottame di anima così prezioso. Una domanda che è una sassata in fronte, senza preamboli e sconcertante: “Simone, mi ami più di costoro?”. Solo Lui può fare quella domanda: di fronte a tutti, senza remore, sfidando il rossore di Pietro. Non voleva rivangare il passato, rimettere il dito nella piaga del tradimento, vuole una risposta sincera. Vuol sapere se Pietro lo ama più di tutti. Se lo ama più di Giacomo, di Matteo, di Filippo, di Bartolomeo. Di Giovanni, addirittura.
E Pietro? Lo immagino! Le lacrime solleticano gli occhi stanchi, inghiotte saliva, ripercorre la storia tra lui e l’Amico, da quel giorno di tanti pesci in cui piantò tutto, a quando ricevette la laurea honoris causa (“Simone, mi ami più di costoro?”). E poi quei mille giorni e mille notti con Lui: miracoli, morti che riaprono gli occhi, sfuriate per la sua petulanza, la testa del Maestro curva a lavare i suoi piedi. E poi il lamento, il grido del gallo, le mani sui capelli a strofinare il cuore. Non può essere felice Pietro: vorrebbe piangere e non può, rispondere e non sa, gettare il sacco di ricordi, di sole, di lacrime ai piedi di Cristo e scappare. Ma Gesù tace, magari spingendolo con lo sguardo!
“Signore, tu lo sai che ti amo!” Tre volte gli tocca ripeterlo, perché il Maestro, come uno smemorato, tre volte gli ripete la domanda. E la terza volta, scoraggiato e impaziente, Pietro sfonda la barca del cuore e fa straripare l’amore: “Signore, tu sai tutto! Tu sai che ti amo”. Non è vero che sa tutto! Questa domanda strana – puerile - solenne, che disarma e mette a disagio Pietro e company, è quaranta giorni che ce l’ha sulle labbra Il Maestro. Vuole sentirsi dire: “Ti amo!”. Ma che se ne fa dell’amore di uno scontroso, di un farabutto, di un senza coraggio, di un voltagabbana…? Chissà Pietro, in segreto, cosa s’immagina. Una convivenza eterna tra amici, una bi-familiare sul lago, la tenda che voleva piantare lassù, una bottega in società di pesce fresco. O solo una barca per consolazione! Niente di tutto ciò. “Pasci i miei agnelli” – s’inventa Cristo – “pasci le mie pecorelle”. Che casino! Chi sono questi agnelli? Quante sono queste pecorelle? Dove sono? Cosa significa? Non importa: Pietro è felice adesso.


Miseria…che tristezza a volte celebrare l’Eucaristia! Sei lì, a spasso con Dio, mano a mano e non senti gioia, vedi volti spenti, membra infiacchite! Io credo che la messa non sia questo. La messa è gioia, gioia all’ennesima potenza. Non è un funerale la messa! Stare a messa è scoprire vicino a te un Dio meraviglioso che ti ama immensamente. E questo ti fa sorridere, non puoi fare altro. E’ una sicurezza fantastica, insuperabile. Unica! Dovresti piangere, sentirti gigante, abbassarti, provare vertigini, innamorarti e stupirti, innalzarti e sprofondare, sudare e sentire freddo! In alto mare, su una barca triste, Giovanni sgomita Pietro e gli dice: “E’ il Signore”. E Pietro si tuffa in mare! A messa il prete dice: “Ecco l’Agnello di Dio!” e tu ti aspetti un cuore che esploda, un tuffo nell’eterno, la confusione del mattino di Pasqua. E’ Cristo, miseria! E senti che miagolano in automatico: “O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa…”.
E arriva il furgoncino arancione della Società Autostrade a trainarli fino alla fine.
Si manifesta così l’Amore?

Buona settimana!



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