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Wednesday, April 25, 2007 - ore 17:14
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Grande, meraviglioso, splendido Giacomo Leopardi...
Il più sofferente dei poeti, eppure il più delicato.
Non finirò mai di amarlo....
GIACOMO LEOPARDI – "Amore e morte"
"Muor giovane colui chal cielo è caro."
(Menandro)
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
Altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dalluno il bene,
Nasce il piacer maggiore
Che per lo mar dellessere si trova;
Laltra ogni gran dolore,
Ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
Dolce a veder, non quale
La si dipinge la codarda gente,
Gode il fanciullo Amore
Accompagnar sovente;
E sorvolano insiem la via mortale,
Primi conforti dogni saggio core.
Né cor fu mai più saggio
Che percosso damor, né mai più forte
Sprezzò linfausta vita,
Né per altro signore
Come per questo a perigliar fu pronto:
Chove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
O si ridesta; e sapiente in opre,
Non in pensiero invan, siccome suole,
Divien lumana prole.
Quando novellamente
Nasce nel cor profondo
Un amoroso affetto,
Languido e stanco insiem con esso in petto
Un desiderio di morir si sente:
Come, non so: ma tale
Damor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
Allor questo deserto: a se la terra
Forse il mortale inabitabil fatta
Vede omai senza quella
Nova, sola, infinita
Felicità che il suo pensier figura:
Ma per cagion di lei grave procella
Presentendo in suo cor, brama quiete,
Brama raccorsi in porto
Dinanzi al fier disio,
Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
Poi, quando tutto avvolge
La formidabil possa,
E fulmina nel cor linvitta cura,
Quante volte implorata
Con desiderio intenso,
Morte, sei tu dallaffannoso amante!
Quante la sera, e quante
Abbandonando allalba il corpo stanco,
Se beato chiamò sindi giammai
Non rilevasse il fianco,
Né tornasse a veder lamara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
Al canto che conduce
La gente morta al sempiterno obblio,
Con più sospiri ardenti
Dallimo petto invidiò colui
Che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin la negletta plebe,
Luom della villa, ignaro
Dogni virtù che da saper deriva,
Fin la donzella timidetta e schiva,
Che già di morte al nome
Sentì rizzar le chiome,
Osa alla tomba, alle funeree bende
Fermar lo sguardo di costanza pieno,
Osa ferro e veleno
Meditar lungamente,
E nellindotta mente
La gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
Damor la disciplina. Anco sovente,
A tal venuto il gran travaglio interno
Che sostener nol può forza mortale,
O cede il corpo frale
Ai terribili moti, e in questa forma
Pel fraterno poter Morte prevale;
O così sprona Amor là nel profondo,
Che da se stessi il villanello ignaro,
La tenera donzella
Con la man violenta
Pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.
Ai fervidi, ai felici,
Agli animosi ingegni
Luno o laltro di voi conceda il fato,
Dolci signori, amici
Allumana famiglia,
Al cui poter nessun poter somiglia
Nellimmenso universo, e non lavanza,
Se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
Sempre onorata invoco,
Bella Morte, pietosa
Tu sola al mondo dei terreni affanni,
Se celebrata mai
Fosti da me, sal tuo divino stato
Lonte del volgo ingrato
Ricompensar tentai,
Non tardar più, tinchina
A disusati preghi,
Chiudi alla luce omai
Questi occhi tristi, o delletà reina.
Me certo troverai, qual si sia lora
Che tu le penne al mio pregar dispieghi,
Erta la fronte, armato,
E renitente al fato,
La man che flagellando si colora
Nel mio sangue innocente
Non ricolmar di lode,
Non benedir, comusa
Per antica viltà lumana gente;
Ogni vana speranza onde consola
Se coi fanciulli il mondo,
Ogni conforto stolto
Gittar da me; nullaltro in alcun tempo
Sperar, se non te sola;
Solo aspettar sereno
Quel dì chio pieghi addormentato il volto
Nel tuo virgineo seno.
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