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Mr. Blond, 25 anni
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Che dei libri possano sconvolgere a tal punto la nostra coscienza e lasciare che il mondo vada a rotoli ha di che toglierci la parola.
Daniel Pennac

HO VISTO

Ecco che se ne va. Uno dei prototipi di Dio, un mutante ad alta potenzialità neanche preso in considerazione per le produzioni di massa. Troppo strano per vivere e troppo raro per morire.


"Che modo imbarazzante di morire". "Certo, ma niente è in confronto a Walter, mio cugino". "Com’è morto?". "Si è spezzato il collo". "E sarebbe imbarazzante?". "Se l’è spezzato cercando di succhiarsi il cazzo"


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ABBIGLIAMENTO del GIORNO



ORA VORREI TANTO...

dire l’incredibile e fare l’improbabile



STO STUDIANDO...



OGGI IL MIO UMORE E'...

La mia anima strafogata di birra è più triste di tutti gli alberi di Natale morti del mondo.
Hank


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) ..i capelli in disordine! l'umido li increspa maledettamente...uffi!
2) rendersi conto di vivere una vita che non è la tua
3) Lo Squaraus in un posto frequentato e senza BAGNI!!!

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
2) essere i campioni del mondo e sfottere i vicini tedeschi,francesi puzzoni ecc..
3) vedere un sorriso dove non c'è mai stato
4) il kebab



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Thursday, April 26, 2007 - ore 12:42


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(categoria: " Vita Quotidiana ")


Si trattava del mio classico colpo di genio, l’idea mi arrivò dritta, senza contorte evoluzioni mentali. Mi alzai lentamente. Mi sentivo mille occhi puntati addosso, anche se in realtà li dentro eravamo in nove, cervello di latta escluso. In quel momento per la prima volta incrociai lo sguardo del robot. I suoi “occhi” erano pieni di vita, potevo vederci dentro il mondo. E cazzo, giuro che mi fece pena.
Il robot stava al centro della stanza, le braccia meccaniche con le mani gelide e immobili come il marmo, legate da un filo elettrico, teso verso un buchetto sulla parete. Sembrava stesse pregando il suo dio. Un insieme di bit primordiali doveva passare in quel momento, a velocità ottica, attraverso le vene di quell’ammasso di pistoni e valvole. E anche dentro di me sentivo il sangue, fluido scivoloso, con migliaia di globuli rossi e bianchi che danzavano a ritmo tribale. Sentivo di essere in sintonia con quell’essere, e ne condividevo ora ogni frequenza.
Camminai piano verso il centro della stanza. Mi fermai a pochi passi dalla scatola di bulloni e, fissandone il cranio arrugginito, alzai le braccia al cielo. Abbassai con uno scatto acrobatico la testa, e guardai la punta delle mie scarpe. I capelli mi coprivano completamente il volto, nessuno fiatava. Era certamente la più scadente delle interpretazioni fatte fino ad allora, ma era giunto il momento di recitare la mia parte, e di come figurasse ormai me ne importava ben poco. I presenti comunque ne restarono abbastanza colpiti.
Urlai: - Tu! Figlio del demonio, essere ripugnante, sgorbio di ferro putrido!
A queste parole il robot emise una serie di suoni sgradevoli. Onde cibernetiche ingrigite, poi d’un tratto mille colori. Tentò uno scatto in avanti, ma fu più un barcollare alcolico che una reale presa di posizione. Fortunatamente i fili metallici lo ressero in piedi. La gente attorno cominciò a ululare, come cani pazzi inveivano contro l’apparecchio robotico. Allora presi coraggio e dissi al robot:
- Conosci le Tre Leggi della Robotica? – per la prima volta sentii la voce metallica di quel povero essere.
– Le conosco. – rispose sicuro. Un led luminoso palpitò per qualche secondo. I porci ululanti si erano calmati e ora ascoltavano concentrati la nostra conversazione.
– Perché sporco ammasso di ferraglia saldata, nonostante tu ammetta di conoscere le Tre Leggi della Robotica, non funzioni come dovresti? – io continuavo a guardare le scarpe, con le mani in aria.
Non sentendo nessun tipo di risposta alzai lo sguardo e vidi le sue labbra stereofoniche muoversi, non emetteva alcun suono. Gli astanti si innervosirono e subito cominciarono a urlare – Voceee! Voceeeeeee! Volumeeee… - poi silenzio. E subito: - Manca l’audiooo! – disse il più sveglio.
Una rotella sulla pancia del robot fece un paio di scatti in senso antiorario e la voce tornò.
– Scusate, ero andato in stand-by. – a queste parole ci fù il delirio. Tutti corsero verso il robot, travolgendomi, brandendo chi un martello, chi una sedia, chi un crik, chi una mazza da baseball. Cominciarono a menare fendenti. Lo scuotevano a suon di mazzate, urlando e bestemmiando. Scimmie imbestialite. Uno di loro arrivò tutto contento con una tanica di benzina in mano. Un tipo grasso, probabilmente il padrone di casa, fiutato il pericolo cercò con uno scatto di fermarlo. Ma anni e anni di poltrona avevano indebolito le sue flaccide cosciotte, cadde e mentre si rialzava, il pazzo lanciava una spruzzata di combustibile e sputava fuoco con una saldatrice. Una fiammata blu potentissima e veloce carbonizzò mezza stanza. Mi alzai a guardare, il robot non era ignifugo.
Uno dei presenti, per metà carbonizzato sentenziò: - Quando si rompono vale la pena cambiarli subito, inutile cercare di aggiustarli – ci fu un generale scambio di sguardi, seguito da un lungo applauso. Il ciccione aggiunse – Domani vado nel GCC (Grande Centro Commerciale) e ne compro uno più grande! – sembrarono tutti soddisfatti, ma uno di loro con l’erre moscia disse – e la parrgtita dove la guarrghiamo? – il ciccione squadrò tutti i presenti dal basso all’alto e alla fine si fermò su di me, mi fissava e sogghignava. – Merda – dissi io. Il porco mi indicò e urlò: - Da Marcooooo!!!!
Corsero tutti fuori dalla porta, poi sulle macchine, poi a casa mia.
A guardare la partita sul mio robot tv.

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