Nelle mie mani un pallone da basket vale 20 €. Nelle mani di Michael Jordan vale 30 milioni di euro. Dipende dalle mani in cui si trova. Una pallina da golf nelle mie mani vale 4 €. Nelle mani di Tiger Woods vale 17 milioni di Euro. Dipende dalle mani in cui si trova. Una racchetta da tennis nelle mie mani è praticamente inutile. Nelle mani di Rafael Nadal, è la vittoria a Wimbledon. Dipende dalle mani in cui si trova. Un bastone nelle mie mani tiene lontano un animale selvatico. Un bastone, nelle mani di Mosè spalanca il Mar Rosso. Dipende dalle mani in cui si trova. Una fionda nelle mie mani è un giocattolo. Una fionda nelle mani di Davide è un’arma straordinaria. Dipende dalle mani in cui si trova. Due pesci e cinque pani nelle mie mani sono una buona merenda. Due pesci e cinque panini nelle mani di Dio sfamano le moltitudini. Dipende dalle mani in cui si trovano. I chiodi nelle mie mani possono produrre una cuccia per cani. Nelle mani di Gesù Cristo producono salvezza per il mondo intero. Dipende dalle mani in cui si trovano.
Sulle colline della Palestina le pecore erano una delle risorse principali della popolazione. Nei suoi viaggi da un villaggio all’altro, dalla terra di Galilea al mercato di Gerusalemme, Gesù e i suoi discepoli ne incontravano continuamente. Molti pastori erano mercenari, uomini pagati dai padroni delle pecore per custodire i loro greggi. Erano considerati praticamente dei selvaggi, rozzi, duri, insensibili. Peccatori pubblici perché non si lavavano le mani, non andavano al tempio, non rispettavano il riposo. Insomma, quello dei pascoli era un discorso che aleggiava spessissimo attorno a Gesù. Come sono i pascoli quest’anno? Il latte è buono? Gli agnelli sono numerosi? La lana è di buona qualità? Domande aperte, domande interessate, domande quotidiane…
Un giorno, tra una scodella di latte e un gomitolo di lana, il profeta di Nazareth espone un quadro per far scuola: un gregge, un pastore, l’eco di una voce. Se l’immagine è familiare, il concetto s’addentrerà facilmente – pensa Lui. Una pedagogia furba e indovinata!
“Le mie pecore ascoltano la mia voce, non andranno perdute, nessuno le rapirà”. La voce di Cristo! Uomo dalla voce straordinaria, metteva sete in chi lo ascoltava, riusciva a creare gocce di emozione solo con il timbro della voce. Potenza di quell’Uomo. In trent’anni di silenzio ha imparato la differenza tra parlare e chiacchierare: parlare è riempire il silenzio di idee e pensieri, chiacchierare è riempire il suono di bla-bla-bla. Ai suoi discepoli insegnò che le parole sono come l’acqua: quella più buona, dissetante, limpida o viene dalle profondità della terra o dalle altezze dei monti. Capisci perché Lui incantava? Le sue parole profumavano di bucato, non s’arrestavano al suono ma le firmava con la vita. Parlava… e qualche volta il cuore era in anticipo: allora sentivi il brivido della forza, della passione. Si, ti commuovevi! Sulla strada di Emmaus, due discepoli tristi, dopo aver scoperto chi stava sotto le sembianze di quel Viandante così anonimo e apparentemente distratto si regalarono una domanda:
"non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino?” (Lc 24,32). Personalità spigliata, fastidiosa, incandescente. Pensa che un giorno i farisei, nemici dichiarati di Gesù, scocciati han detto:
“Tutto il mondo gli è andato dietro” (Gv 12,19). Hanno ragione: quell’Uomo era una calamita, un incantatore. Mite ma non debole, povero ma non pitocco, calmo e slanciato, franco e umile, denso e semplice, disinvolto e saggio. Uomo di fuoco e di lacrime, di adorazione e di azione, uomo di pani, di pesci e di vertiginosi pensieri. Ha usato sapientemente la voce. Ma una ragione c’era: perché quand’anche avessimo fatto sparire la fame dal mondo, avremmo fatto ancora poco. Troppo poco. L’uomo non è solo un essere da sfamare, da vestire, da alloggiare, da difendere, da curare, da assicurare. E’ anche una creatura da illuminare, da guidare, da consigliare, da confortare, da incoraggiare, da elevare. L’uomo è un essere che ha bisogno di parole!
“Le mie pecore ascoltano la mia voce, non andranno perdute, nessuno le rapirà”. Il Vangelo ti da ragione: il Pastore deve saper parlare. Con le parole, con la vita. Ma il gregge?
Il gregge ascolta e segue. Nel Vangelo. Da noi? Domenica scorsa, al termine della messa, un docente universitario mi ha detto:
“Perché continui a rompere? Guarda ragazzi, guarda gente che si spacca la schiena per te”. Ha ragione: mi stupisco di loro, ma non perché si spaccano la schiena. No! Non me ne può fregare di meno! Non li voglio a due a due, con il grembiulino, schierati a parata e dire:
“Agli ordini, comandante”. Qui non siamo a scuola: qui stiamo camminando verso la Terra Promessa. E, allora, mi sorprendono perché accettano di cambiare le cose. Son disposti a tradurre nei fatti la Parola che abbiamo pregato. Li custodisco come un pastore il suo gregge perché mi chiedono coerenza, perché collaborano, perché nel quotidiano si fanno trovare puntuali. Perché hanno imparato a suggerirmi strade nuove, strappi in avanti. Perché mi supplicano di vedere il bicchiere mezzo pieno, di essere felice, di pregare-piangere-sorridere con loro. Una pecora che ascolta – nel Vangelo - è una pecora che si sveglia, si scuote, allunga il passo.
Si spaccano la schiena, per carità! Ma io non voglio la testa bassa, gli occhi chiusi, il cervello disattivato. Insomma, tentiamo di unire tante mani per tenere accesa la bellezza di un volto: Gesù di Nazareth. Come vedi, noi crediamo che tutto dipende dalle mani in cui gli oggetti si trovano. Due pesci e cinque pani nelle mie mani sono una buona merenda. Due pesci e cinque pani nelle mani di Dio sfamano le moltitudini. Allora pensa! Se i miei ragionamenti, le mie preoccupazioni, le mie paure, le mie speranze, i miei sogni, la mia famiglia, i miei rapporti con gli altri li tengo in mano, m’innervosisco e basta. Io provo e insegno a rischiare di spostarli nelle mani di Dio. Sai, tante volte dipende dalle mani in cui si trovano. E cambia tutto!
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